L’EPOPEA DI UNA COMUNITA’ RACCONTATA DAL POETA E SCRITTORE DI ORUNE: “GHIRTHALOS” IL NUOVO LIBRO DI SEBASTIANO MARIANI

di ANNA MARIA TURRA

Un barbaricino non mente mai ma dà a ciascuno la verità che gli spetta: quella utile ad entrambi. Niente è inventato, neanche i fatti di cronaca nera: Ghirthalos più che il libro di Sebastiano Mariani è la fiaba tutta vera di un’intera comunità.
L’autore lascia Orune per Sassari e un lavoro in banca, sostiene che ogni persona che abbandona il paese sia un pezzo di ricchezza che viene meno e chi sa di non essere destinato a tornare è spesso segnato dal senso di colpa. «Scrivo per debito di riconoscenza ai nostri avi – confessa Mariani – documento e provo a riassumere diversi aspetti, riprendo la storia legata da 200 anni ai moti delle chiudende, per arrivare a capire a che punto siamo ora».
L’universo barbaricino con le sue norme di gestione dei conflitti attraverso l’istituto della vendetta, in Ghirthalos, edito da Carlo Delfino con Fondazione di Sardegna, sembra finalmente aver trovato la gemma di una verità a lungo nascosta. Orune, Orgosolo e Bitti sono centri con a carico il maggior numero di reati, dal 1760 ad oggi Mariani raccoglie i fatti e redige un conto che presenta alla sua terra: Orune con oltre 300 omicidi è parte della storia ma anche di una riflessione sulla sua stessa destinazione. Il passato si baratta, si mette in discussione per un presente che è svolta, scommessa di riscatto o, tecnicamente, qualcosa di diverso.
Lunghe vicende legate all’uso e al possesso delle terre pubbliche, furto di bestiame, individualismo e conflittualità, banditi leggendari e solenni pacificazioni collettive, maestri itineranti, canti e cantori, il gioco delle carte e piccole note di una chiacchera più leggera mettono a fuoco i personaggi di un paese che combatte per una nuova riflessione sulla colpa atavica che è la vendetta barbaricina, quella che ha simbolicamente rapito Antonio Pigliaru in una straordinaria indagine storica degli anni Cinquanta.
«Il furto di bestiame, il sequestro di persona erano troppo spesso l’espediente, il colpo della vita, per comprarsi un gregge o un campo e sistemarsi. Molti erano implicati in inimicizie e andarsene restava la sola possibilità praticabile. Il banditismo ha da sempre avuto una forte connotazione di deviazione e reazione sociale – conclude Sebastiano Mariani – con responsabilità che vanno oltre il singolo e permangono fino a che non se ne rimuovono le cause».
Nel 1960 Orune aveva 6mila abitanti oggi ne ha poco più di 2mila, con 4mila emigrati che hanno fatto mancare sviluppo e obiettivi. Mariani indica il centro esatto di un dibattito che a Orune ha a che fare con il senso di appartenenza. Indica un reciproco lutto tra terra ed abitanti.
«Affettuosamente il nostro è chiamato il paese del vento che spesso arriva furioso. E’ allora che sappiamo che succederà una disgrazia. In qualche modo ne abbiamo paura e in certe giornate non ci esponiamo affatto».
Simile al vento, in grado di scoperchiare i tetti delle case, Sebastiano Mariani fa volare in aria i conflitti poi li mette in fila e spiega un paradigma. Prende allora forma un imperativo: il dovere di una utopia, un progetto visionario che chiama a raccolta sociologi, tecnici, filosofi e artisti per inventare soluzioni mai viste in grado di dare nuova vita a Orune, paese pilota di un disegno globale in grado di stoppare l’emorragia da spopolamento che flagella la Sardegna. La frustrazione dei sardi, per troppo tempo rivolta contro se stessi appare di colpo, in 572 pagine, la cifra di una nuova fortuna: come un antico rito di iniziazione che genera futuro, in quel modo esatto in cui può solo il richiamo delle origini. Dalle radici intatte si snoda un domani libero dalla colpa, senza l’intralcio del conflitto appaiono possibilità di inestimabile ricchezza e con la memoria della specie ogni orunese sa quanto discendere non sia un giogo ma solo un sinonimo di appartenere.
Ghirthalos è un termine di origine antichissima, forse nuragica, diventato appellativo dei giovanotti orunesi, prevalentemente pastori che, ombrosi e un po’ schivi, erano sempre pronti a una reazione di forza. A fine Ottocento il pastore che voleva ostentare un profilo di ricchezza allevava vacche i cui vitelli, detti appunto ghirthalos, erano soggetti dal temperamento difficile che richiedeva un’attenzione particolare.
Gli intrighi più segreti: tutto si svela nel gioco delle parentele in un paese i cui ragazzi maturano una loro cultura nei rapporti interpersonali, in cui il contatto fisico e l’affettuosità intrinseca stenta a scendere tra i gesti. Forse è il retaggio di una società costretta costantemente a negare se stessa o forse è semplicemente una cifra tra essenzialità e precisione. In una terra arsa in cui anche la stretta di mano è rara, la convenzione sociale del saluto diviene la contrazione di una vocale sola. Tra di loro lo sguardo parla più di un abbraccio o di un bacio. Il sopracciglio si alza e diventa segnale che sposta cose e persone.

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