GIANLUCA “QUINTOMORO” COTZA, UN SARDINENTALE IDENTITARIO: LA MUSICA E LA POESIA CON LA BANDIERA DEI QUATTRO MORI SEMPRE SULLE SPALLE

Gianluca Cotza

di MAURO MURA

“Quando venivo in Sardegna mi chiamavano Continentale e quando tornavo in Piemonte mi chiamavano Sardignolo, sono cresciuto, perciò, confuso chiedendomi chi fossi in realtà. Mi sono inventato il neologismo Sardinentale, che mi rappresenta appieno, e successivamente no ho fatto anche una canzone. Tanti, quando la canto negli spettacoli, si identificano e alla fine si avvicinano per ringraziarmi perché anche loro hanno vissuto questo stato di cose”.

Sorride Gianluca Cotza, in arte il Quintomoro, quando parla di questa sua “Condizione” che lo ha accompagnato sin dalla sua nascita, a Torino nel 1967. Personaggio umile e schietto, amante della musica e della poesia, lo incontriamo in uno dei suoi tanti soggiorni annuali in Sardegna e subito ci colpisce per la sua vitalità e curiosità.

Gianluca, tu sei un sardo di seconda generazione? Si, io sono nato a Torino e sono figlio di genitori del Sulcis. Mio padre è partito che aveva diciassette anni, nel 1960, mia madre, invece, con la famiglia, quando ne aveva dieci. Dall’età di due anni sino a che ho finito di fare lo studente ho passato le mie vacanze a San Giovanni Suergiu da mia nonna, ho imparato presto ad amare la Sardegna, oggi posso ben dire che la mia è una sardità acquisita sul campo.

Come venivi accolto? Eravamo una bella banda di cugini, venivamo visti quasi come dei forestieri. C’è un pregiudizio, innato, anche nei bambini, probabilmente trasmesso dai genitori: se vieni da fuori sei superbo, te la tiri, credi di essere non so chi. Non scopro certo l’acqua calda se dico che il sardo ha un complesso di inferiorità radicato. Comunque, nell’insieme, abbastanza bene: alcuni di quei miei amichetti d’infanzia li rivedo ancora adesso.

Quando, invece, ti sei accorto di essere uno di loro? Sarò un po’ polemico, ma con una parte di sardi non mi rivedo. Ci sono sardi che non mi rappresentano, sono quelli che da sempre, storicamente, aspettano il miracolo del forestiero che arrivi a risolvergli i propri problemi. Il sardo non ha ancora capito che non arriverà nessuno, da oltremare, a cercare di dare un sussidio: arrivano solo per prendere non vengono per dare una mano d’aiuto. Ho scritto anche una canzone a questo riguardo, Quintomoro, che è poi diventato anche il mio nome d’arte e soprannome nella vita. Il Quintomoro è appunto quell’entità che i sardi aspettano come un Messia … o almeno questo gli faccio credere fino al finale della canzone, in cui invito i sardi ad unirsi, rimboccarsi le maniche, alzare la testa e riacquistare la propria dignità ed identità: sono loro stessi, il Quintomoro!

La tua “sardità” quando è venuta a galla? Man mano che crescevo mi sono sentito sempre più sardo, è stata una cosa innata, nessuno me l’ha trasmesso e non ho mai avuto esempi a portata di mano da emulare, forse è una questione di Dna, anche se nessun altro della mia famiglia ha avvertito questo bisogno. Io provavo interesse non solo per il mare o le belle spiagge, ma sin da ragazzino spendevo i miei risparmi per comprare musicassette o libri che riguardavano la mia Terra. Il mio amore per la Sardegna è anche manifestato dal nome che ho dato alla mia gatta: Sulcis! E dal fatto che non perda occasione per ostentarlo, anche in giro per il mondo: amo viaggiare, e porto sempre con me la bandiera dei quattro mori, con la quale mi sono già fatto fotografare nei più disparati luoghi del pianeta: dalla Torre Eiffel al Big Ben alla Moschea Blu di Istambul, al Golden Temple di Bangkok, in gran parte degli USA, da Las Vegas a Los Angeles e San Francisco, o davanti al Grand Canyon, alla Monument Valley, alla Casa Bianca, sul ponte di Brooklyn, davanti alla casa di Martin Luther King ad Atlanta, a quella di Hemingway in Florida e al mausoleo di Che Guevara a Santa Clara e perfino a Guantanamo, a Cuba, e in moltissimi altri posti.

Quali erano gli artisti sardi che seguivi? Di tutto: da Franco Madau a Piero Marras, i Cordas e Cannas, Benito Urgu, Banda Beni. Compravo le cassette dei gruppi folk, quelle dei fisarmonicisti, di Vittorio Laconi. A quei tempi non esisteva ancora internet e per potermi documentare sulla storia della Sardegna dovevo acquistare i libri. Soffrivo quando rientravo in Piemonte a settembre, il mio obiettivo primario era quello di tornare appena possibile.

Cosa fai nella vita? Sono un tecnico elettronico in un’azienda di ricambi auto. Oltre che lavorare per poter vivere ho anche una vita artistica che mi riempie di soddisfazioni: sono poeta e cantautore. Scrivo in italiano, in sardo nelle due varianti e ho scritto anche qualche canzone in spagnolo e poesie in piemontese. Come cantautore ho pubblicato, già qualche anno fa, un cd in sardo che s’intitola “Quintomoro”. Fino a qualche anno fa, quando l’interesse soprattutto dei circoli sardi in Italia e all’estero era più vivace, facevo tantissimi spettacoli in tutta Italia e anche fuori confine come in Francia e in Belgio. Era bello sentire i racconti dei vecchi emigrati, soprattutto in Belgio ho conosciuto tantissimi minatori o figli di minatori che mi hanno raccontato tante storie, non tutte belle ma molto toccanti.

Parli la nostra lingua? Capisco tutte le varianti. In casa nostra il sardo non si è mai parlato molto. Il campidanese l’ho imparato nelle estati da bambino e ragazzo che passavo in Sardegna, in quel periodo ho acquisito tutta la mia sardità e appunto anche la lingua. Il logudorese, invece, me lo sono letteralmente studiato come fosse una lingua straniera, perché per un campidanese nato a Torino è come se lo fosse. L’ho quindi studiato e ora scrivo sia in campidanese che in logudorese. Per parlarlo manca la pratica quotidiana, ma con il campidanese me la cavo discretamente. Una delle mie grandi fortune è stata quella di avere come amico e compaesano il professor Mario Puddu, che da sempre mi aiuta nella grammatica dei miei testi.

Ti autoproduci? Mi autoproduco per quanto riguarda la musica, le poesie non sono mai state pubblicate in una raccolta però ho vinto e sto vincendo parecchi premi, Sono davvero tanti: ho preso un primo e un secondo premio al Wilde European Award, che è un premio europeo di letteratura e poesia, sono arrivato secondo al Salvatore Quasimodo, che è sempre un premio internazionale, un po’ di premi mi sono arrivati dal Piemonte Letteratura, sia con svariate poesie in italiano ma una volta anche con una poesia, “Sant’Andria”, in sardo pubblicata anche da Lacanas. Sono stato più volte finalista anche al CET- Scuola autori di Mogol, una volta premiato anche direttamente da lui per la mia “Il tempo che mi resta”, diventata poi anche canzone in italiano e spagnolo, e recentemente ho vinto un premio per “Gratzias”, in cui il grande Piero Marras mi ha dato una mano per l’ortografia del testo.

Secondo te cos’è l’identità sarda e in te come si è manifestata? E’ una bellissima domanda e la risposta non è per niente agevole. L’identità sarda si è manifestata con l’età della ragione, man mano che crescevo acquisivo consapevolezza di questo. Io, che non ero nato in Sardegna e non vi ero mai vissuto, provavo, quando stavo a Torino, una profonda nostalgia che se ci pensi è irrazionale: come fa a mancarti qualcosa che non ha mai avuto? Allo stesso tempo mi rendo conto di avere anche moltissimi lati del carattere acquisiti in Piemonte, non poteva essere altrimenti. Questo non lo vedo, però, come un difetto, lo vedo come un ausilio ad essere più obiettivo, perché forse se non ce l’avessi sarei un estremista. Ne sento tanti di estremisti che vedono tutto ciò che riguarda la Sardegna come fosse oro, invece bisogna essere imparziali e imparare a vedere anche le cose negative, magari per cercare di dare un contributo a renderle migliori. Credo di essere uno dalla identità sarda molto accentuata ma di essere equilibrato, lo considero un valore aggiunto.

Chi ti ha dato di più culturalmente e artisticamente? Guarda, io sono sempre stato molto attento ai testi delle canzoni e delle poesie, ti cito alcuni poeti che mi hanno aiutato a crescere: Montanaru, Manno, Peppino Mereu, Frantzeschinu Satta. Adoro i testi di Paolo Pillonca cantati da Piero Marras. Indubbiamente lo stesso Piero Marras, che adoro e ho incontrato personalmente per la prima volta nei mesi scorsi, è il mio punto di riferimento per quello che concerne la musica.

originariamente pubblicato dalla rivista #LACANAS

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