I PERCHE’ DEL MANCATO SVILUPPO INDUSTRIALE SARDO NELLA RIFLESSIONE DI GIULIO SAPELLI: DALL’AUTONOMIA SPECIALE ALL’AUTONOMIA ‘QUERULA’

ph: Giulio Sapelli

di GIANRAIMONDO FARINA

Giulio Sapelli, autorevole fine storico economico possiede una profonda ed acuta analisi di pensiero.

In quest’àmbito, alla luce della difficile situazione economica del periodo pandemico e che tanto continua a gravare anche sul sistema economico isolano, mi piace riproporre un saggio dell’accademico piemontese, risalente al 2012, inerente proprio la storia economica sarda, frutto di alcuni suoi contributi scientifici precedenti riguardanti gli anni Sessanta. Si tratta del volume L’occasione mancata. Lo sviluppo incompiuto dell’industrializzazione sarda, edito per CUEC nel 2012. Si tratta, per Sapelli stesso, di contributi importanti perché permetterebbero di conoscere meglio i limiti della politica di crescita e di sviluppo attuati di recente in Sardegna.

Già in precedenza Sapelli aveva formulato i suoi dubbi a tali politiche di sviluppo attuate in Sardegna: osservazioni pubblicate in una memoria uscita per l’Associazione industriale di Cagliari.

Per quanto riguarda, poi, L’occasione mancata occorre, per certi punti di vista, partire da una premessa di metodo: Sapelli, per gran parte del suo lavoro, parla di crescita endogena.

Questa premessa é importante per il fatto che l’accademico torinese parla spesso di tale tipo di crescita senza distinguere se sia da applicare direttamente per la formulazione delle politiche pubbliche da attuare in Sardegna.

Nella teoria della crescita endogena, la formazione del capitale umano si trova in un rapporto biunivoco con l’ambiente sociale.

Sapelli considera gli effetti dell’education, la formazione del capitale umano come un bene pubblico parziale. Solo la considerazione, quindi, dell’intreccio di questi vari fattori può dare, per lui, fondamento ad una politica pubblica orientata per la crescita e lo sviluppo di un’area arretrata. Aspetto che non é mai stato considerato dai decisori politici.

Sapelli, quindi, individua nella mancata utilizzazione degli studi sulla teoria della crescita endogena la prima causa dell’incompiuto processo di crescita e sviluppo in Sardegna, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale.

A questo punto appare più “realistica” la prospettiva di uno sviluppo endogeno in quanto tale, fondato sulla valorizzazione delle risorse presenti nelle varie zone dell’isola. Come, però, questo sviluppo può essere promosso?

Per costruire unarealistica alternativa alle politiche pubbliche del passato occorrerebbe, per Sapelli, “cercare di costruire una tensione intellettuale virtuosa” per dare alla Sardegna l’opportunità di attivare un processo di accumulazione basato sulla valorizzazione delle proprie risorse.

Questa “tensione virtuosa” dovrebbe, però, per lo più, essere fondata sul convincimento che le conseguenze negative, sperimentate in Sardegna, siano state originate dalle scelte nazionali effettuate negli anni Cinquanta, riguardanti le modalità di elaborazione delle politiche finalizzate allo sviluppo delle regioni più povere del Paese.

“Questo fatto”- é l’amara constatazione dello storico- “ha determinato che le élite politiche locali regionali non abbiano saputo o potuto porsi come polo sociale, politico ed economico di riferimento per tutta la regione: non sono state in grado di essere portatrici di istanze autonome e non hanno saputo realizzare aggregazioni sociali e politiche stabili con obbiettivi alternativi  a quelli  voluti dai partiti, dalle loro ideologie e dagli interessi nazionali totalizzanti.

Questo ha portato, sia in àmbito nazionale che regionale, l’affermazione del primato della politica nella promozione del processo di crescita e di sviluppo delle aree arretrate.

Per la Sardegna questo ha disatteso le decisioni assunte a conclusione del Congresso del popolo sardo  svoltosi nel 1950, ove era stato deciso che la forma da assegnare alla rinascita economica fosse fondata sulla prevalente valorizzazione delle primarie.

“La Commissione di studio”- scrive e ricorda Sapelli, rifacendosi ad analisi precedenti- “insediata per il Piano Rinascita ha svolto quanto determinato dal Congresso del popolo sardo a suo tempo, fondando la crescita e lo sviluppo delle regioni arretrate del Paese sull’insediamento in esse di grandi imprese industriali appartenenti a settori di attività cosiddette “mature”, cioé “attività sulla via del tramonto economico”. “La  decisione”- osserva ancora acutamente Sapelli- “non era altro che il risultato di uno scambio politico successivo alla firma, nel 1957, dei trattati comunitari implicanti, tra le altre cose, la cessione all’Italia di quei settori di attività maturi da utilizzare per l’industrializzazione delle regioni povere in cambio, a vantaggio di altri Paesi europei (per lo più Francia e Germania), delle poche attività primarie di prestigio delle quali le regioni povere del Paese, come la Sardegna, disponevano”.

Queste conseguenze del primato della politica nei processi decisionali della società civile, per Sapelli, é, ormai, sotto gli occhi di tutti: esse si sono materializzate in una struttura economica squilibrata, in una struttura sociale poco orientata  alla valorizzazione del “saper fare” regionale. Questo ha portato a ridurre la presunta autonomia speciale della Sardegna in una autonomia “querula” al servizio di élite politiche sempre più propense a postulare aiuti esterni a favore dell’isola in funzione dei loro interessi elettorali.

Per rimediare a questo squilibrio, prima della recessione del 2007/2008, per Sapelli si sarebbe dovuta imporre ai protagonisti dei poteri della società sarda una scelta riguardante l’assunzione della crescita e dello sviluppo di ogni territorio dell’isola, come leva per ottenere gli stessi risultati all’interno del suo contesto, il cui territorio sarebbe dovuto essere inteso come insieme di spazi occupati da precise comunità, caratterizzati dall’intreccio di tutti i fattori determinanti le loro potenzialità.

In questo modo, per Sapelli, sarebbe stato possibile individuare nella società civile di ogni territorio il soggetto in grado di “rompere” questa statisticità dell’arretratezza.

“Purtroppo”- chiosa Sapelli- “é avvenuto che, ancora una volta, le élite politiche hanno perso l’occasione di restituire il potere decisionale  sulla valorizzazione delle risorse locali alle società civili dei territori della Sardegna”.

La legge regionale sul riordino delle autonomie locali del 2016, infatti, ha stabilito e statuito che quelle élite, individuate da Sapelli, purtroppo, hanno proceduto alla suddivisione del territorio regionale in modo del tutto indipendente da ogni considerazione riguardo alla crescita ed allo sviluppo delle singole aree. Anziché rinvenire nelle società civili locali il soggetto in grado di rompere questo status quo dell’arretratezza dei territori, é stata privilegiata la scelta di soddisfare gli interessi elettorali prevalenti. Una scelta che la Sardegna sta continuando a pagare amaramente.

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