“LE COSE CHE SONO NELL’ARIA”: UN LIBRO DI GIAMPAOLO MANCA, CAGLIARITANO ORIGINARIO DI BANARI

di TONINO OPPES

Risale agli anni universitari la prima uscita editoriale di Giampaolo Manca, quando, ancora studente di Giurisprudenza, scrive un libro di poesie. Ne sono passati di anni, e Giampaolo Manca (cagliaritano con origini di Banari) che, oggi, è un avvocato civilista e che è stato a lungo giudice onorario, è al suo secondo romanzo “Le cose che sono nell’aria”, edizioni La Zattera, dove le due professioni (avvocato e giudice) si incrociano spesso. Nel nuovo bel libro c’è soprattutto Sant’Ilario, il paese dell’infanzia, luogo in cui il magistrato Fillippo Roversi si rifugia per scrivere la sentenza di un processo per omicidio stradale. Non è una sentenza facile: intanto è l’ultima prima di lasciare la magistratura e, poi, l’uomo-giudice si porta appresso la storia di Marta, la giovane amica ai tempi dell’Università a Perugia uccisa da un’auto che correva a folle velocità. Un caso mai risolto che però non dovrà pesare sulla scelta che deve compiere il magistrato.

Anche per questo il dottor Roversi cerca la solitudine e i silenzi. Lascia il Tribunale e la città, e si isola nella casa ormai abbandonata del padre in un borgo che sembra dipinto di rosso con le sue abitazioni costruite con la trachite rossa o pedra sambinosa come la chiamano in alcune parti dell’Isola.

E’ ancora inverno. I comignoli delle case liberano nell’aria profumo di cisto e corbezzolo. Il paese negli ultimi anni ha perso quasi la metà dei suoi abitanti, tanta gente è andata via, qualcuno torna in estate. Non sono cambiati, almeno quelli, i luoghi più cari: la chiesa, le strade di acciottolato, i boschi vicino al paese.

Le giornate trascorrono lente e sono fatte di lavoro, riflessioni sulla sentenza da scrivere, camminate, incontri: tutti vogliono sapere, chi non chiede guarda di soppiatto dalla finestra semichiusa e spettegola.

Si riannodano i ricordi e si materializzano le presenze, quasi sempre femminili. Intanto Anna, Silvia, e poi Gioia, conosciuta in paese per la sua particolare dedizione verso il prossimo. A lei l’autore – che ha già pubblicato un altro romanzo e una raccolta di poesie – dedica, a mio avviso, le pagine più belle del libro: “Gioia era una struggente fotografia in bianco e nero volata via da una finestra… per prendere luce…finita per strada e schizzata dal fango… e sbattuta su un muro. E infine trovata da un uomo che l’ha ripulita rendendole la dignità di moglie e madre.”

Ciascuna delle protagoniste è custode di misteri e di segreti, come quelli di maestra Giovanna, che vengono svelati soltanto alla fine. Poi c’è Giulia, rimasta a Cagliari ad accudire il padre: è lei che, con i suoi sorrisi e la sua caparbietà, regala nuova vita ad un uomo vecchio e solo, che rischiava di essere sommerso dalla depressione.

Tra passato e presente, quello del giudice diventa un viaggio dentro se stesso, alla ricerca del proprio io. Come un tarlo, un dubbio atroce si insinua nella sua mente quando uno sconosciuto, avvolto in un lungo cappotto, e seduto su una pietra non lontano dalla sua abitazione, gli sussurra: “Tu sei il figlio di Vittorio, e sei qui per un desiderio di conoscenza.”

Quell’uomo – ma lo scoprirà dopo – è frate Lorenzo. Cosa sa di lui?

Le domande aumentano e la sentenza è ancora da scrivere, ci sono troppi imprevisti: le cose in fondo sono nell’aria e il vento le sposta senza che ci rendiamo conto. E quando soffia si porta appresso storie e parole, come quella di cui tutti noi abusiamo: amore. Già, ma cos’è, l’amore, se non conoscenza?

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