“PROBOMINES”, LA PREFAZIONE DELL’ULTIMA OPERA LETTERARIA DI ANNINO MELE

di GIANRAIMONDO FARINA

C’é un filo conduttore che accompagna quest’ultimo bel lavoro di Annino Mele e che lui stesso spiega bene nelle pagine conclusive.

“Questo scritto” – é l’intendimento di Annino- “deve contribuire al progetto di una giustizia riparativa  che, nel suo aspetto privatistico, in Sardegna, vi é sempre stata”.

“Questo sentimento di mediazione e di riparazione” – continua- “é insito nel patrimonio genetico di ognuno di noi, in particolare di noi sardi”.

Ed io, da sardo come Annino, ma anche da docente, sia a scuola che in Università, aggiungo e ribadisco che, oltre che insita nel patrimonio genetico di noi sardi, la giustizia riparativa fa parte di ogni uomo.

Annino stesso specifica che questo suo lavoro vuole essere, innanzitutto, una forma di provocazione. E lo ribadisce con coraggio, prospettando una rivoluzione riparatrice e culturale in grado di mettere in dubbio la validità e l’efficacia dei vari metodi repressivi non sempre collocatisi dalla parte del diritto.

Cosa vuol dire, quindi, giustizia riparativa?

Essa, stando alle varie definizioni proposteci dal diritto, é da intendersi come il tentativo di offrire un paradigma giuridico capace di affrontare i conflitti scaturiti da azioni illecite, coinvolgendo maggiormente la vittima, il reo e la comunità civile.

Alla base vi é, dunque, una differente comprensione del reato, non più inteso come l’oltraggio di un individuo verso lo Stato, ma come violazione di una persona ai danni di un’altra.

Al centro vi é, com’é il caso di Probomines, il concetto di dignità della vittima.

Sono vittime, sia pure con accenti differenti, un po’ tutti i protagonisti di questo emozionante romanzo epistolare di vita e di ricordi.

A Sàrdula, fantasioso ed emblematico villaggio di Sardegna, sono vittime, innanzitutto, le due famiglie rivali dei Boeddu e dei De Luna; vittime di odi e rancori mai sopiti e chiariti. E lo sono, nello specifico, i loro protagonisti principali: Carula (Carla) Boeddu, spregiativamente definita dal padre Murri nighedda (muso nero); il suo amore contrastato ed avversato Barri Tortu  (mascella storta)  De Luna  e lo stesso tziu Boeddu, mai capacitatosi della crudele uccisione del figlio Lenardu (Leonardo) “e divorato, prima che dal male”- come scrive Annino- “dall’odio”.

Ma é vittima lo stesso Annino che, nel parallelo romanzo epistolare, con coraggio e chiarezza, ci fornisce, per la prima volta, alcuni aspetti poco noti relativi alla sua cattura, avvenuta a S. Cosimo di Mamoiada in quel freddo gennaio del 1987.

Oltre, naturalmente, le “vittime reali” di questa storia: quelle di Sàrdula, con il latitante ucciso e Lenardu Boeddu, barbaramente trucidato, e la giovane Esteranne Ricca della parte epistolare autobiografica, rapita dall’Anonima sarda nel Grossetano dal 2 dicembre 1987 al 26 giugno del 1988 e per la cui liberazione, dato rilevante che emerge dalla lettura di queste pagine, si prodigherà direttamente lo stesso Annino.

Con Probomines si entra, grazie all’intuizione dell’autore, nel merito vero e proprio della giustizia riparativa, cercando anche di fornire agli addetti ai lavori (e non solo), nuovi ed interassanti spunti di analisi.

All’interno di quest’istituto giuridico si possono intravedere le sue caratteristiche principali di riparazione del danno, riconciliazione tra le parti e rafforzamento del senso di sicurezza collettivo. Tuttavia l’autore, con originalità e rinnovato coraggio, ci fornisce nuove “piste di studio”, prendendo spunto, ancora una volta, dalla specificità sarda.

Alla retribuzione si antepongono le esigenze di riparazione, più attente alle modalità possibili di ricostruzione del tessuto sociale: il passato non viene dimenticato ma assurto in maniera tale da essere inteso come una spinta costruttiva a responsabilizzarsi maggiormente in futuro.

Ed é in questo quadro, per concludere, che assumono un ruolo centrale le figure de sos òmines, ossia gli uomini saggi che, nel diritto comune e consuetudinario sardo, venivano interpellati, in via preventiva, e prima dell’intervento della forza pubblica, dalle comunità locali per dirimere le più spinose questioni e controversie che, spesso, potevano sfociare nelle sanguinose e famigerate faide che, purtroppo, da secoli immemori, continuano a segnare, in negativo, le vite dei nostri paesi.

Sos òmines, òmines de gabbale, òmines de valore, intervenivano con “le Paci”, Sas Paghes, in cui tutti i protagonisti dell’odierna giustizia riparativa s’incontravano: la vittima, il reo e la comunità.

Ed in quest’ultima fatica letteraria di Annino il loro ruolo emerge nitido e chiaro.

E’ òmine, a Sàrdula, tziu Agostinu, interpellato per porre fine alla rivalità fra i Boeddu e i De Luna.

Alcuni uomini delle istituzioni, ricordati nell’opera, invece, come il controverso giudice Luigi Lombardini, quello dell’Anonima, o il magistrato che non aveva proceduto nei confronti di Annino, trovato con biglietti compromettenti, al momento della sua cattura, pur non assurgendo a questo ruolo di òmines, ma conoscendo bene la realtà sarda, si possono definire, come scrive l’autore, come “ uomini che hanno agito con mediazione, riparando ed andando oltre il codice penale”.

E’, però, òmine, alla fine, lo stesso Annino che, interpellato dal giudice Lombardini nel suo momento più difficile in cui si vedeva privato della libertà, che riacquisterà dopo oltre trent’anni, si adopererà, fattivamente ed in prima persona, senza volere, in cambio, il godimento di alcun tipo di beneficio, perché mosso solo per scopi umanitari, per ridare la libertà ad una ragazza di sedici anni.

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