APPUNTI DAL SUD DEL MONDO: VIAGGIO IN ARGENTINA, INCONTRO CON GLI EMIGRATI DEL CIRCOLO “SARDI UNITI” DI BUENOS AIRES

nella foto da sinistra: Beatriz Marongiu, Angela Solinas, la piccola Soliana, Ornella Demuru e Marga Tavera

di ORNELLA DEMURU

Noi sardi siamo fatti così. Ogni volta che ci muoviamo e viaggiamo alla scoperta di nuovi mondi, la finiamo coll’andare a cercare noi stessi. Vaghiamo per città e terre sconosciute alla ricerca di un qualche suono, un colore del cielo, un sapore che inevitabilmente ci rimanda a noi stessi, e che vuole confermare che in fondo noi sardi siamo unici, e per questo motivo siamo ovunque. E così è stato in questo mio ultimo viaggio.
Un viaggio per dirla alla Sepulveda nel “mondo alla fine del mondo”, nella splendida e lontana Argentina. Ed è proprio l’Argentina ad aver rappresentato, forse più di tutti, il Paese del nostro El Dorado: la prosperità, l’abbondanza, la conquista dei nostri sogni più riposti. Tutti i sardi che ci sono stati se ne sono irrimediabilmente innamorati.
Secondo le statistiche consolari degli anni ’80 di sardi emigrati in Argentina se ne contavano circa 40.000. Qualcuno spingeva il dato, cumulando gli individui di tre generazioni e quindi includendo gli oriundi per arrivare fino a 60.000. Insomma i sardi della terra dei gauchos erano e sono ancora tantissimi, ma soprattutto sono ancora tanti quelli che mantengono vivo il legame con la loro madre patria.

Sono stata nella capitale, Buenos Aires, nel barrio di Caballito, ospiti dello storico “Circulo dei Sardi uniti” alla calle Méndez de Andes al numero 884.

Fondato da alcuni sardi negli anni ’20 come società di mutuo soccorso per tutti quei sardi che a partire dai primi anni del ‘900 iniziarono a emigrare e partire verso il Nuovo Mondo. Oggi il Circulo, come lo chiamano i sardi locali, ha ampliato la sua originaria funzione di assistenza agli emigrati, per trasformarsi anche in un importante centro culturale per tutti quei sardi sparsi per l’Argentina.

A capo di questa incredibile macchina organizzativa ci sono – e non c’è da stupirsi – delle donne, entusiaste e al contempo decise. “Qui è ancora viva la Sardegna, forse l’amiamo più di voi…” ci dice provocandoci con dolcezza Margarita Tavera, presidentessa del Congresso della Federazione dei Circoli dei sardi in Argentina, figlia del famoso Cosimo Tavera, ittirese, divenuto simbolo dell’emigrazione sarda in Argentina.

Con un’intensa attività culturale da far invidia alle più grandi fondazioni di prestigio le donne del Circulo organizzano eventi e fiere dove accorrono migliaia di persone provenienti da tutto il mondo. “Gli italiani qui a Buenos Aires pensano soltanto a vendere le loro merci, noi siamo diversi, noi oltre a promuovere i nostri prodotti organizziamo spettacoli in cui ci esibiamo con balli e canti tradizionali. E il successo è straordinario, e difatti corrono tutti a vedere noi mica quelli!” dice ridendo con sarda ironia Angela Solinas, storica attivista del Circulo, originaria di Macomer.

“Sono tanti anche quelli che vogliono imparare il ballo sardo” aggiunge Beatriz Marongiu, originaria di Lanusei, “e il bello è che oramai non sono solo sardi, ma persone di diverse provenienze”. Su ballu, come il tango, è ballo che rapisce, che ammalia tutti, anche nell’altro emisfero. È così che è nata l’idea di fondare un corpo di ballo proprio a Buenos Aires al quale sardi e non sardi partecipano numerosi. Ballano ogni variante, si cuciono i loro abiti riprendendo le fogge degli antenati e fanno rivivere lungo il continente americano i passi arzigogolati e le musiche uniche di quella loro Sardegna un po’ sognata un po’ immaginata, talvolta non troppo benevola con i suoi figli lontani.

Si dice che uno di questi figli di Sardegna, sia anche il più famoso presidente della repubblica argentina, Juan Peron, marito della grande Evita. Juan Domingo Peron starebbe per Giovanni Domenico Pira originario di Mamoiada, che pur di restare in Argentina disertò la chiamata alle armi in Italia e per prudenza oltre a tradurre il nome distrusse ogni prova documentaria delle sue vere origini, quelle sarde appunto.

Una storia affascinante di cui si è parlato e discusso negli ultimi anni in Sardegna, così come in Argentina ma mai troppo apertamente. Così ci racconta con circospezione una guida turistica di lontane origini italiane nel nostro tour al Cementerio de la Recoleta, il cimitero monumentale di Buenos Aires, dov’è sepolta Evita Peron e i più famosi personaggi della storia argentina. “Sardo di Sardegna fu Peron, ma non si può dire a voce alta, gli argentini non gradiscono”, sentenzia la guida.

Quando chiedo lumi alle donne del Circulo mi rispondono che non hanno mai creduto all’ipotesi del Peron “sardo”, ma soprattutto non ci tengono che lo sia. Le loro famiglie erano perlopiù antiperoniste: fuggiti dal fascismo, molti emigrati sardi erano anarchici, e Peron dal loro punto di vista non rappresentò mai le classi popolari come si ritiene, e forse anche per questo non conquistò mai il cuore dei sardi. Un cuore caldo, ribelle quello dei nostri emigrati che mai smise di battere per le giuste cause del Paese dove risiedevano. Vent’anni dopo l’avvento di Peron, l’Argentina conoscerà uno dei periodi più oscuri e terribili di tutta la sua storia, una dittatura militare che si protrasse dal 1976 al 1983. Ancora oggi a Buenos Aires ogni settimana, alle tre di ogni giovedì pomeriggio, sfila il corteo delle madres, le abuelas (le nonne) e anche i figli e le figlie dei cosiddetti desaparecidos, gli scomparsi. Ho camminato con loro, per ricordare quelle 30.000 persone scomparse, imprigionate, torturate, uccise, fatte sparire in fosse comuni o nell’Oceano attraverso i tristemente famosi “voli della morte”.

Tra questi scomparsi, ben 8 sono sardi: Martino Mastinu e Mario Bonarino Marras di Tresnuraghes, Antonio Chisu di Orosei, Vittorio Graziano Perdighe e la sorella Anna Maria di Samugheo e infine Mario Zidda di Orune.
Tutti lavoratori e lavoratrici, operai, sindacalisti, persone umili ma colte politicamente, che hanno lottato contro l’ingiustizia, per una società migliore, lontani dalla loro “casa” d’origine ma con quella lezione chiara della prima ora, dei primi emigrati del ‘900: non arrendersi mai ad un’esistenza misera e ordinaria e continuare a combattere per trasformare le proprie vite, per trasformare la realtà.

Così come fanno le donne di oggi del Circulo dei Sardi Uniti. Con la loro ricerca quotidiana di sardi e discendenti, in lungo e in largo, sin giù nella fredda Patagonia.

Il mio rientro per la Sardegna è un po’ malinconico. Ripenso a queste donne come a delle majarzas speciali, piccole custodi della memoria, nelle loro domus de janas argentinefilano lunghe matasse di ricordi per poi tesserle con su benidore. Forse lo fanno per non sentirsi orfane, forse per ricordare a noi che stiamo in Patria che non dobbiamo scordare cosa siamo stati e cosa possiamo essere.

Nota. Il titolo è una citazione del libro di Luis Sepulveda, “Patagonia express. Appunti dal sud del mondo”.

per gentile concessione della rivista LACANAS

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