A MILANO “PIOVE DESERTO”, IL FILM DI DANIELE MAGGIONI E MARIA GRAZIA PERRIA: IL SENTIMENTO DI PRECARIETA’ NELLE SCELTE DIFFICILI

di SERGIO PORTAS

Inevitabile che nei prossimi anni (prima che arrivi il vaccino-salvatutti), seduti a debita distanza l’un dall’altro, mascherina regolamentare personalizzata (la mia è prevista di un foro a membrana semipermeabile che lascia la possibilità di bere una “Ichnusa” tramite cannuccia sterilizzata) ci si lasci andare a nostalgie quasi di prammatica: “E ti ricordi quando si poteva andare a vedere la Dinamo e si riempiva il Palaserradimigini fin quasi a scoppiare, e ti ricordi l’ultima volta che sei andato al cinema senza dover fare lo scanner termico che misura la temperatura corporea”? Quest’ultima per me è facile: si era al 23 di gennaio 2020: dicono i virologi che lui, coronavirus, fosse già in giro in Lombardia da almeno un mesetto: a riprova tutta una serie di “polmoniti anomale” in soggetti giovani mal considerate e interpretate che, col senno di poi, risultano adesso più che sospette, ma il paziente-uno di Codogno era ancora in là da venire. Qui al cinema Beltrade di Milano si proiettava un film di Daniele Maggioni e Maria Grazia Perria girato interamente in Sardegna, con attori sardi, dal titolo vagamente profetico: “Piove deserto”. Il riferimento naturalmente si rifà a quella patina di sabbia sahariana che i venti africani depositano uniformemente nel sud della Sardegna, in quelle estati in cui il Campidano si tinge di stoppie gialle e l’aria dei pomeriggi sembra ballare di una luce tutta spostata sui valori dell’infrarosso. Cinema tutto esaurito, folla davanti al botteghino dei biglietti col rischio di non trovare posto se non avevi prenotato prima: gli è che Daniele Maggioni è oggi presente, lui tipico “enfant du pays”, il classico “ragazzo di queste parti”: milanese doc, del ’49, si è formato nelle scuole di Cinema di Milano, dove è diventato poi insegnate e direttore ( per anni) nel mentre che avrebbe fatto una carriera di sceneggiatore, di regista e di produttore assolutamente fuori dal comune. Anche io che sono tutto meno che un cinefilo lo associo al lavoro cinematografico di Silvio Soldini, con cui ha un lungo sodalizio collaborativo sin dai primi anni novanta (L’aria serena dell’ovest, Un’anima divisa in due è dell’84 e prese la coppa Volpi a Venezia) sfociato in quel “Pane e tulipani” nel ’99 con cui vinse nove David di Donatello. Maria Grazia Perria, la co-regista è sua moglie, di Monastir, figlia di quell’Antonio Perria che fu giornalista e scrittore di noir, già nel 1974 il suo commissario Saro Madonna era intento a dipanare casi giudiziari i più intricati e intriganti possibili, anche lei è stata insegnante alla scuola di cinema milanese, e’ sceneggiatrice (“Pesi leggeri” con Enrico Pau, “Surbiles” con Giovanni Columbu). Da sei anni ha convinto il marito a trasferirsi a Cagliari e con lui ha continuato l’opera di formazione di giovani che ambiscono a lavorare nel mondo del cinema: insieme all’associazione “Moviementu”, collaborando con le iniziative della Cineteca sarda e con le case di produzione “Terre de Punt (quella di Ejatv la TV dei sardi) , “Mommotty” e “Luches” che insieme hanno dato vita a “Indygena”,  un progetto artistico ambientato in Marmilla, nell’intento di esaltarne caratteristiche antropologiche, culturali e sociali. Assieme a Laura Perrini, tre anni fa, hanno firmato “Nel mondo grande e terribile”, un film che mi è molto caro perché narra di Gramsci attraverso i suoi quaderni e le sue lettere dal carcere. Il titolo si trova tra le righe di quella che ricorda il giorno in cui Antonio si innamora di Giulia, Julka per lui, che gli darà due figli: è la tarda primavera del ’22, Gramsci è ricoverato nel sanatorio del “Bosco d’argento”a nord di Mosca, forse fa un po’ di corte ( e forse qualcosa di più) a una ragazza ricoverata come lui, tale Eugenia Schucht, quel fatal giorno a trovare la sorella arriva Giulia, è minore di lei, una lunga treccia bionda, è molto bella, parla un italiano fluente perché ha studiato a Roma:   “Ricordi il giorno che sei partita da “Sereberjanj Bor” e io ti ho accompagnata fino alla strada maestra, e sono rimasto tanto tempo fermo per vederti allontanare tutta sola col tuo carico di viandante, il violino in una mano e nell’altra la tua borsa da viaggio, verso il mondo grande e terribile?” le scriverà in seguito.

Nel film Corrado Giannetti è un Gramsci intenso nelle carceri fasciste, e il piccolo Lorenzo Cossu è Nino che sgambetta nelle campagne tra Ghilarza e Abbasanta, con in tasca tre fiammiferi, come il suo eroe Robison Crusoe quando subì il celebre naufragio, anche lui non vuole trovarsi impreparato davanti a una sempre possibile catastrofe. “Piove deserto” si inserisce nel filone di racconti che Nereide Rudas avrebbe posto tra quelli incentrati nell’”oggetto Sardegna”, pervaso da un sentimento struggente che la psichiatra-intellettuale scomparsa tre anni fa, chiama “nostalgia immobile”. Lei si riferisce al romanzo sardo, ma cos’è un film se non una storia raccontata per immagini, e anche in questo la perdita, la separazione e il sempiterno tendere verso il luogo originario non sono illusori ma mitici. La Sardegna non si limita a fungere da sfondo d’ambientazione ma si impone a figura totalizzante e polarizzante. Quello sardo è un “nòstos” (nostalgia, mancanza) per una condizione originaria, fuori dalla storia. A lei fa riferimento anche Daniele Maggioni spiegando che “il tema del film ci è venuto incontro da solo. Tutti i sardi con cui venivo in contatto inevitabilmente parlavano di essere o non essere andati via”. Con lui sono la moglie Maria Grazia Perria, Gian Marco Tognazzi, che nel film ha una piccola ma preziosa parte, e il nuorese Alessandro Stellino che è critico cinematografico, neo direttore del “Festival dei popoli”, oltre che scrittore (Racconto di fine estate, il Maestrale 2010, e sempre per il Maestrale : Ogni animale muore nella tana, 2013). A quest’ultimo l’onere di presentare il film a cui si dice abbastanza legato, girato com’è nella sua terra in maniera inusuale, il racconto di una generazione che conosce molto bene (lui è del ’73) e che restituisce della Sardegna un’immagine inconsueta, un film di grande originalità. Con una luce strana, mai piena. Girato in pochissimo tempo in cui protagonista è quella che possiamo chiamare la generazione della crisi. Gli attori che provenivano tutti dal teatro hanno dovuto subire un paio di settimane di scuola molto intensa per adattare il loro modo di recitare alle esigenze filmiche. Non c’è un vero protagonista, le storie dei personaggi si intrecciano l’un l’altra e la fa da padrone il sentimento di precarietà in cui tutti sembrano dover convivere. Per cui ogni scelta sembra essere quella sbagliata, la stessa decisione di partire è vista senza che vi sia una particolare speranza in quello che si troverà, dettata com’è dall’impossibilità di sopportare il quotidiano. La scelta dei luoghi che fanno da sfondo alle storie che vanno dipanandosi è funzionale al sentimento che si respira, una Cagliari di caseggiati mal messi, di bar di periferia poco curati, di cucine economiche con pensili abborracciati. La stessa spiaggia di Faraxi ( sud-est sardo), splendida nella sua nudità è accarezzata da un mare torbido che non invita a fare il bagno, trasmettendo una sensazione di paura che si fa palpabile anche nei personaggi che ne calcano le sabbie. C’è un disvalore profondo di come si riesce a mettere insieme le attività di ogni giorno, senza che mai si riesca a vedere bellezza nelle cose che si hanno attorno. Nelle relazioni interpersonali. Scrive Antonello Zanda su “Teorema”, rivista sarda di cinema: “ Il punto di vista assunto dalla regia è quello dell’osservatorio antropologico, sobriamente distante davanti alla complessità di una materia che bolle dentro, fra desideri e bisogni, pulsioni e resistenze: partire è una scelta difficile perché apre una finestra sul vuoto. Ma come dice Marika a un certo punto del film, pensando a Bruno: la scelta più difficile non è quella di partire, ma di rimanere”. Il brano dei Sikitikis che pervade il film con note melodiche che indulgono a malinconia (si può sentirli su You Tube, lo stesso titolo del lungometraggio: Piove deserto), fanno da contraltare, e la scelta è sottolineata anche dalle parole del loro brano: “ Dietro i cancelli di un luogo che non ho imparato ad amare/ scorrono gli anni su cieli pesanti e un resto che è uguale…// Noi siamo qui e piove deserto/ Restiamo qui e piove deserto”. Gian Marco Tognazzi, che si autodefinisce “mezzo sardo” (ho una moglie e due figli sardi), dice che questo è un grande film, che ha voluto fare con tutto il cuore, anche se vi interpreta un ruolo francamente odioso. A ripagare quello che chiama ripetutamente “popolo sardo” del brutto film di suo padre Ugo: “Una questione d’onore”, a suo dire il più brutto di tutta la sua carriera. “Quando si parla di Sardegna, oramai sono di parte”. A dire dei registi: “Non volevamo fare uno spaccato sociologico, anche se a ben vedere ha finito per esserlo. Abbiamo lasciato andare i personaggi. E il resto è venuto da sé”. Maria Grazia Perria e Daniele Maggioni hanno lasciato Milano per Cagliari in tempi non sospetti, a pandemia ben al di là da venire, straniti quasi che i giovani sardi fossero eternamente dibattuti se lasciare o restare nell’isola: un quesito più metafisico che reale. Cinema e teatri sono “quelli che riapriranno dopo di tutti”, ma sarà festa ancora più grande quando si riempiranno nuovamente le platee, la gente senza mascherine, senza distanze di sicurezza, liberi finalmente di occupare ogni genere di posti, per ritornare insieme a vedere “Piove deserto”.

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