ECCE FEMINA: UN’OPERA DI PIERO LIGAS E IL RUOLO STORICO DELLA DONNA

di LUCIANA ORTU

Stare di fronte a quest’opera di Piero Ligas ci fa provare diverse emozioni, alcune contrastanti tra loro. Ammirazione, certo. La figura domina, riempie la tela, ci chiama a gran voce, i colori forti colpiscono gli occhi prima che il cuore.

Poi però cominciamo a pensare, a cercare di capire cosa voglia dirci questa donna. Non è una sola donna, o solo una donna, però.

È il paradigma di tutte le donne, e di tutte le creature bistrattate, maltrattate o disprezzate per il solo fatto di esistere, di occupare spazio solo perché c’è posto… o di osare mostrare la libertà di esistere nonostante l’odio, la cattiveria, l’invidia o la smania di possedere un essere vivente in nome di una mal posta superiorità. Nella figura dipinta dall’artista, oltre alla donna dolente ma indomita, visto che non tiene certo gli occhi bassi, da sconfitta e umiliata, ma verso il Cielo, che le è testimone muto del suo patimento, troviamo i simboli della cattiveria, della punizione, dell’umiliazione. La donna è in croce. Sotto e dietro di lei si levano fiamme a lambirla, in un rogo purificatore dei suoi peccati (o meglio di chi pecca nel punirla e nel vederla come peccatrice per il solo fatto di essere femmina, strumento del maligno e tentazione perenne). Rivestiti dalla iuta tanto amata dall’artista, dei sassi, indicanti un altro strumento di tortura delle donne: la lapidazione. I capelli sono lunghi, sciolti, selvaggi, forse, sicuramente liberi come l’anima della donna, ma sono intrecciati di spine nel punto in cui coprono il sesso.

Le spine di Cristo inglobate sulla tela simboleggiano un altro strumento di tortura, rimandano al Supplizio Supremo del Salvator Mundi.

Insomma questa donna, questa Femina, ci dice tante cose. Ci racconta secoli di Santa Inquisizione, di demonizzazione, di sopraffazione maschile verso un essere umano fisicamente più debole, e che nel tempo ha subito ogni tipo di vessazione, e di costante negazione della propria libertà di espressione, di movimento, di esser semplicemente padrona della propria vita, del proprio destino e, sì, anche della propria sessualità.

Donne, femmine, ridotte a mere fattrici, di mano d’opera, di eredi al trono o di soldati per le guerre, mai protagoniste se non marginalmente degli eventi della Storia. Tutt’al più, pedine nei fatti della “piccola storia”.

Continuando a osservare la tela, però, mi vengono in mente altre cose, in ordine sparso. Le spine a celarne il sesso mi fanno prepotentemente venire in mente un altro quadro, disturbante anche quello, se vogliamo. L’origine del mondo di Courbet. Tutto nasce da lì, da quella piccola zona di pelle, in quest’olio su tela celata alla vista da ciocche di capelli e spine.

Continuando a meditare, mi vengono in mente le Tombe di Giganti. Quelle antiche tombe, con una forma molto allusiva, con l’esedra all’ingresso, come un grembo materno ad accogliere i propri figli nel percorso inverso. Nati da una madre, dopo la morte i nostri avi tornavano da Madre Terra attraversando il varco di pietra della tomba, aperto come un grembo materno, accogliente e confortante sulla nostra sorte dopo la vita terrena. Un ritorno, o anche una rinascita, se così possiamo dire, nell’altra dimensione. Un ritorno auspicato, vista l’antica espressione sarda “Torrai in su cunnu”, che, dopo millenni di cristianizzazione è diventato un estremo insulto, ma è evidente che in origine non lo era, se la Chiesa di Papa Gregorio si è tanto data da fare per far capovolgere il senso e farlo diventare “brutto”.

Ecco perché questo quadro funge (anche) da condanna alla violenza sulle donne.

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