IL RICORDO DELLA FONTE SACRA DI SU TEMPIESU, UN LUOGO SUGGESTIVO NEL TERRITORIO DI ORUNE IN LOCALITA’ SA COSTA ‘E BINZA

di NATASCIA TALLORU

E’ una realtà dilatata, quella che stiamo vivendo. Il coronavirus ci ha strappato dalle nostre vite ordinarie e ci ha catapultato in un tempo sospeso, simile, per certi versi, a un tempo nel quale la casa era profondamente e realmente abitata e dove, i rapporti umani, la condivisione dei pasti, le decisioni importanti comunicate durante gli stessi, avvenivano in un arco di minuti lenti, pieni. L’unica differenza è che ‘godiamo’ della compagnia della tecnologia, divenuta oggi il nostro principale punto di contatto. Durante la quarantena scorrono nei nostri telefoni centinaia di video, immagini, notizie drammatiche e fake news, accomunate dalla stessa tematica. Bulimici di informazioni. Più se ne vede, più se ne vuole. Per chi ha la possibilità di trascorrere questo momento ‘serenamente’, se di serenità si può parlare, ovvero, per chi non sta combattendo col virus, rischia in questo modo di perdere un’occasione. Capire il valore del tempo. Da esso dipendono le nostre azioni e, conseguentemente, le reazioni che ne possono scaturire. E’ karma anche questo. Decifrare con precisione quanto tempo passare con le nostre famiglie, col nostro partner, con i nostri amici, e tutto ciò che ne consegue in termini di qualità di relazioni e di vita, se non azzecchiamo con precisione la misura del tempo. Quanto tempo impiego per lavorare, quanto tempo rimane per le mie passioni. Quanto tempo ho per uscire la sera. Quanto tempo per organizzare una vacanza e per viverla. La domanda è: abbiamo avuto nora la misura del tempo e cosa cambieremo dopo? Se cambieremo.
Tra i tanti le che ho potuto leggere e osservare in questo periodo sono rimasta molto colpita da quelle ricostruzioni dove è il coronavirus a parlare. Il SARS-CoV-2 ha una voce e ci dice perché è arrivato, sempre dal punto di vista di chi lo ha creato, ovviamente. Mi sono soffermata a riflettere. Il tempo me lo ha permesso e, in modo del tutto naturale, sono riaffiorati ricordi, persone, luoghi che ho visitato, sommersa, come ero, dalla voglia di correre. Ho provato a pensare come sono trascorsi questi anni e che differente significato avrebbero avuto i luoghi da me visitati se non li avessi vissuti col turbocompressore incorporato. Credo che la risposta giusta la si conosca.
Ecco un luogo, tra i più belli della Sardegna, che ho vissuto freneticamente e dove vorrei tornare non appena possibile: la Fonte Sacra di Su Tempiesu. Perché? Vi starete chiedendo? Perché sono arrivata tardi, a un’ora circa dalla chiusura. Situato nel territorio del Comune di Orune, in località sa Costa ‘e Sa Binza, su Tempiesu si raggiunge da Orune, costeggiando il cimitero sulla sinistra e percorrendo una strada asfaltata di circa 5 km. C’è chi quel giorno fece peggio di noi. Un gruppo di turisti del Nord Italia, di rientro dal Raduno Internazionale di Speleologia, arrivò a circa quindici minuti dalla chiusura. Avevano l’imbarco alle 10 di sera. Erano le 18:45, un’ora dopo il nostro arrivo. Il primo contatto con Su Tempiesu lo si ha entrando in un’area ricettiva, dove una guida vi spiega nel dettaglio tutte le informazioni inerenti il sito, che dista da qui circa 1 km a piedi. All’interno sono presenti anche dei modellini e una ricostruzione, molto interessante, di Su Tempiesu completo, come doveva essere prima che una frana, nel IX secolo a.C., distrusse la parte superiore e lo avvolgesse nell’ombra, seppellendo il resto.
Nella ricostruzione in miniatura noto immediatamente dei dettagli che non avevo mai visto in nessuna delle foto di Su Tempiesu: in corrispondenza del timpano a triangolo acuto, con cui culmina il tetto, erano insse venti spade in bronzo di una lunghezza fuori dal comune che, secondo i racconti della guida, erano tenute salde da colate di piombo e, la mancanza dell’impugnatura, indicava un uso prevalentemente votivo. Curioso e misterioso questo dettaglio, se pensiamo che si tratta di un monumento nuragico dell’età del Bronzo, edificato nel II millennio a.C. Ma è solo nel 1953, durante dei lavori di sistemazione della vena acquifera da parte dei proprietari del fondo, che su Tempiesu rivide la luce. Fu un’incredibile scoperta, che fece emergere uno dei monumenti più rappresentativi della Sardegna nuragica. Una fonte sacra dedicata al culto delle acque e alle divinità, unica nel suo genere per la costruzione in verticale.
Prima di raggiungere il sito avremmo dovuto percorrere un sentiero floristico o faunistico, a seconda della direzione da noi scelta per la discesa. Scegliemmo il percorso floristico per la discesa e quello faunistico per la risalita. Dalla struttura ricettiva all’interno del bosco è stato un attimo. Fitta macchia mediterranea interrotta solamente da un sottilissimo sterrato, pieno di vita e di alberi in ore, data la stagione primaverile inoltrata. Particolarmente pacificante è stato percorrere il sentiero in due. Noi e la natura, nessun altro. Il percorso era costellato da cartelli in legno sui quali erano incisi alcuni nomi della ora autoctona. Abbiamo potuto osservare da vicino il cardo selvatico, la lavanda, il tamaro, l’erica, la ginestra, il cisto e tantissime altre piante tipiche del paesaggio della Sardegna, particolarmente concentrate nelle zone montuose. Oltre la compagnia delle piante intorno a noi emergevano alcuni versi non chiaramente identificabili di animali, prepotente su tutti il passaggio di un gregge nelle vicinanze.
Dopo circa 400 metri avanziamo verso una piccola gola, segnata da una staccionata in legno. Eravamo esattamente sopra il tetto della Fonte Sacra di Su Tempiesu.
Il tempio è addossato ad una ripida parete di roccia scistosa e granitica dove l’acqua sorgiva che alimenta la fonte viene incanalata. In particolare saltano all’occhio i blocchi di basalto, tagliati e lavorati con una appropriata inclinazione in modo da poter essere incastrati tra loro, alternati da blocchi di roccia vulcanica, trasportata, ci disse la guida, dal territorio di Dorgali. Uno spettacolo per gli occhi e per l’anima. Nell’aria si respirava per davvero la sacralità del luogo e, come accade spesso davanti alla solennità dei siti molto antichi della Sardegna, ci interrogammo su come i nostri antenati avessero potuto costruire dei monumenti così imponenti, così tecnici per certi versi, perfetti per il loro uso. Puntualmente mi viene da pensare che l’era nuragica non è stata in realtà abitata da persone primitive, come per parecchio tempo si era soliti dire, bensì si trattava di una civiltà evoluta, con specifiche conoscenze costruttive, mosse, chissà, da un’entità superiore che guidava prepotentemente ogni loro azione e in grado di condizionare il loro operato.
Su Tempiesu è costituito da una fonte principale con tetto a doppio spiovente e presenta una scaletta di cinque gradini che conduce alla tholos, la parte interna del vestibolo, alta circa 1,82 metri e larga 0,90 m, composta da lastre di trachite e basalto, perfettamente giunte e in lieve pendenza, dove è visibile una fossetta per lo scarico delle impurità. Ai lati vi sono due muri sporgenti sin dalla base, e nella loro elevazione formano un arco acuto molto stretto, determinando in questo modo sia la funzione di parete che di copertura del vestibolo stesso. Tra le fessure dei gradini si nota del piombo fuso, probabilmente posto in quei punti per impedire la fuoriuscita dell’acqua sotto il terreno circostante. La copertura a doppio spiovente è composta da tre architravi con all’ingresso un finestrino di scarico rettangolare, un particolare che si può rilevare in numerosi nuraghi ma proprio anche dei pozzi sacri.
Durante lo scavo del 1984 furono rinvenute trentadue appendici mammelliformi che erano state scalpellate sui blocchi utilizzati per la copertura a doppio spiovente, alcune delle quali si conservano ancora oggi, e collegabili alla Dea Madre. Una sorta di omaggio, anche questo, rivolto alla divinità. Completano il vestibolo due panchine laterali, sulle quali ci si può sedere in contemplazione, probabilmente utilizzate per la sosta degli addetti alle funzioni religiose o per raccogliere le offerte votive. Nell’ultimo gradino è scavato un solco da cui l’acqua si riversa su una piccola conca circolare, continuando il suo percorso attraverso un’altra canaletta scavata nel lastricato del vestibolo, dove viene poi convogliata a una seconda fonte, che raccoglie le acque provenienti dal pozzo maggiore. Essa è posta anteriormente ed è uguale in scala minore alla fonte maggiore. Oltre il pozzetto, che all’epoca era probabilmente ormai fuori dall’area sacra, l’acqua, attraverso la valletta sottostante, si disperde nella campagna dove, secondo la concezione religiosa degli antichi sardi, torna alla Dea Madre.
L’incantesimo della fonte sacra si è dovuto interrompere molto presto poiché, calcolando di risalita, non potevamo trattenerci oltre. Testai allora una sensazione molto simile a quella provata durante gli attimi prima del risveglio. Come quando si è immersi in un bel sogno, si capisce il ritorno alla realtà e si fa il possibile per dormire ancora e prolungare quella sensazione di beatitudine. Ho lasciato Su Tempiesu, mentre ci inoltravamo nel sentiero della risalita, vedendolo allontanarsi lentamente, come una barca che vede il porto ridursi a un puntino. Ho promesso al pozzo che ci tornerò e in verità, davanti al vestibolo e a contatto con l’acqua, ho oerto un ex-voto alla fonte. Quel giorno scrissi due righe a proposito delle mie richieste. Chiesi in cambio tempo per vivere abbastanza, con pienezza ed entusiasmo. Chiesi sogni, viaggi e affetti da condividere e amare, che non mi avessero condannato in vecchiaia a un’esistenza di solitudine. Chiesi una cosa che non si può dire, che lasciai a galla tra quelle acque.
Rivedere questi pensieri oggi, nel nostro periodo di tempo sospeso, suscita malinconia. Erano concezioni che sedimentavano durante la risalita, perché come spesso accade dopo aver vissuto un’esperienza meravigliosa, ci si accorge quanto lo fosse solo successivamente, dopo aver permesso alle emozioni di depositarsi per poi tornare a flottare nella psiche. Ricordo che al rientro fummo molto silenziosi e ci facemmo distrarre solamente dai cartelli che indicavano i nomi scientifici della fauna autoctona e dalle bellezze dei fiori che, con la luce del tramonto, assumevano cromature romantiche e si preparavano alla notte. Nella parte finale era presente un Pinnettu, ben curato e custodito. Come nostro solito entrammo e ci sedemmo per provare ad assaporare per un attimo la vita dei nostri antenati pastori, chiusi all’interno nei loro momenti ristoratori. Prima di giungere in cima si affacciò il paesaggio maestoso della valle, con il Montalbo e le sue punte calcaree sullo sfondo. Era la ne del sogno. Un attimo di tempo sospeso. Come questo.

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