DALLE ORIGINI FINO AD ORA: LO SCRITTORE OGLIASTRINO GESUINO NEMUS / MATTEO LOCCI SI RACCONTA

ph: Gesuino Nemus / Matteo Locci

di FEDERICA CABRAS

Si impara senza voler imparare e si insegna senza voler insegnare (La Teologia del Cinghiale).

Con “La teologia del cinghiale” (uscito nel 2015 targato Elliot) ha vinto numerosi premi: un esordio letterario col botto per Gesuino Némus, alias Matteo Locci, scrittore jerzese 61enne. Dopo quella partenza a cento all’ora, sono arrivati diversi altri romanzi, tutti nel giro di breve tempo.

Insomma, l’ogliastrino cresciuto a pane, letteratura russa – Il Maestro e Margherita di Bulgakov è il libro della sua vita – e culurgiones, fa parlare di sé. Nel suo cuore di lettore, anche Camus, Celine, Joyce. «Strano per un sardo?» commenta, quando lo racconta «Non direi. Quelli della mia generazione hanno saputo aprirsi al mondo esterno senza mai perdere il contatto con la nostra cultura: e non è poco. Forse il mio stile nasce da questo».

Con un’ironia fuori dal comune, si racconta fin dagli esordi.  «Quando scelsi il mio pseudonimo» illustra, tornando indietro fino alle origini «pensavo al Nemus latino che vuol dire “bosco sacro”, caro al culto di Diana Ariccina. Un termine ricco di significati che, chi ha letto Il Ramo d’Oro di Frazer, comprenderà benissimo. Solo in sardo vuol dire “Nessuno”. L’ambivalenza è molto importante in antropologia. Serve a ricordarmi, nella mia lingua madre, che sono sempre un minuscolo quantico puntino di fronte all’infinità dell’Universo e, leggere il mio eteronimo, mi aiuta molto. Gesuino, invece, l’ho scelto perché di “Mattei”, francamente, ce n’erano già troppi in circolazione, anche se, ai miei tempi, era raro che venisse imposto un nome simile. E perché volevo essere sardo, ma così sardo, che più sardo non si poteva».

La scrittura è sempre stata all’interno del suo cuore. «Ho sempre scritto e non è una leggenda» spiega poi, raccontandoci un aneddoto interessante relativo alla pubblicazione del suo primo libro: «Un giorno, il 12 febbraio del 2015, alle 02 del mattino, ho inviato il mio primo manoscritto, direttamente all’editore, senza agenti o amici degli amici e cugini degli amici. L’ho fatto in forma anonima, senza farmi precedere da raccomandazioni o telefonate di qualsiasi tipo. E ho atteso che qualcuno lo trovasse interessante. Semplice. Una cosa che consiglio a tutti di fare: farsi valutare in forma anonima. È andata bene. Sono stato audace e, come si sa Audentes fortuna iuvat. Comportarsi da sardi pre-nuragici, funziona!»

Con La Teologia del Cinghiale, Némus/Locci ha vinto il Premio Campiello, è arrivato in finale al Premio Bancarella e ha vinto il Premio John Fante: enormi traguardi per una prima pubblicazione. Ma, come specifica, non se lo aspettava. «Manco ci speravo,» aggiunge «vista la potenza esagerata dei gruppi editoriali contro i quali avremmo dovuto competere, noi, Elliot, assolutamente, totalmente indipendenti. Anche perché, ed è giusto che si sappia, al Bancarella e al Campiello non ti puoi iscrivere. Sono premi fatti così. Al Bancarella ci vai perché i librai indipendenti ti votano, a tua insaputa, e il Campiello Opera prima è così segreto che neanche ti avvertono. Io l’ho visto in diretta, alle 12 e 21 del 27 maggio, che me lo stavano assegnando. Poi, ho ricevuto il telegramma, nel pomeriggio. Neanche la mia casa editrice sapeva nulla. Fa parte del regolamento. Non puoi corrompere nessuno, lì. Mi sono sentito come un navigatore alla fine della sua prima traversata oceanica in solitario. Penso il paragone sia calzante per noi, che eravamo i popoli del mare».

I protagonisti di questo suo primo, fortunato romanzo, sono Matteo Trudìnu e Gesuino Némus. «Il mio amico psichiatra sarebbe felice di leggere che sono due proiezioni della mia multi versa personalità. Ma non gli darò mai questa soddisfazione» scherza. «Ho preso ispirazione dalla vita che ho vissuto, a tratti anche molto faticosa e dai tanti bambini e ragazzi che ho incontrato nella mia infanzia e nella mia adolescenza, in un’Ogliastra che, a quei tempi, non era molto prodiga di opportunità».

Dopo le premesse spumeggianti, nemus ha più fermato lo scrittore: in pochi anni, sono arrivati “Il catechismo della pecora”, “Ora pro loco”, “I bambini sardi non piangono mai” e il, nuovo di zecca, “L’Eresia del cannonau”, uscito qualche settimana fa.  «Mi comporto, esattamente, come un contadino, un pastore o un muratore» rivela. «Non è che se un anno fai un vino buono, un ottimo pecorino o una bella casa, te la guardi e non lavori più. Essere stato costretto a lavorare fin da ragazzo mi ha insegnato moltissimo. Io vivo solo di scrittura, non ho un doppio lavoro e altro non faccio se non dedicarmi a quello che è sempre stato il sogno della mia vita. Normale che la mia produzione sia elevata. Ho imparato che i sogni, se li sai rispettare, si avverano. Ma devi lasciare tutto quello che hai, per realizzarli. Non puoi fare due cose insieme: almeno, io non ci riesco. Sono affezionato ai “Bambini sardi”. È quello più personale, più intimo e folle, nonché il più complesso. Ma, come spesso succede, quello che piace a te non necessariamente piace agli altri. Infatti, fu quello più criticato, soprattutto dai criceti da tastiera. Lo amo come un vero padre amerebbe i “figli storti”. Più di quelli sani e timorati di Dio».

Collante di tutti i suoi testi, Telévras, un paesino dell’entroterra sardo.  «È “L’ombelico del mondo” dove io trasporto, volutamente compiendo errori geografici che farebbero impazzire quelli della Google Maps, tutta la Sardegna» commenta. «In realtà è il nome del quartiere di Jerzu dove è ancora presente la vecchia scuola elementare, uno dei pochi posti dove sono stato davvero felice nella mia vita. Lì, in quel punto esatto, ho creato il mio mondo letterario, le dinamiche dei personaggi e le mie storie, com’era nello stile dei vecchi cantadores. Un ogliastrino ci sta come il cannonau con il cinghiale arrosto: benissimo».

Parlando ancora di tutti i suoi romanzi, continua: «Funziona come il teatro greco a Epidauro: “Io sono qui da secoli, voi cambiate sempre, non m’importa. Se vuoi recitare la tua parte, su questo palcoscenico, devi salire”. Tutti i personaggi cambiano quasi sempre, nei miei romanzi. Sarebbe facile, per me, inventare un commissario o un ispettore onnisciente, in grado di risolvere tutti i delitti e le tragedie che accadono, anche nella nostra Terra. Invece, in realtà, queste persone non esistono, sono solo un genere di conforto letterario. Le differenze sono solo temporali. Qualcuno parte dagli anni 60, qualcun altro è ambientato nella Televras contemporanea, come nel caso dell’Eresia del Cannonau. Un altro elemento comune è che io uso la storia, spesso tragica, per parlare di noi, di come eravamo e di come siamo. Non m’importano le indagini, gli interrogatori, le manette e quant’altro. E, non sempre, il colpevole viene scoperto. Il noir, il giallo, la storia truce, sono solo escamotage per il mio romanzo che è sempre antropologico».

Quando gli chiediamo cosa bolla in pentola, risponde scherzosamente «Spero i culurgiones di Anna Maxia, la mia formidabile mamma di 85 anni, che in queste brume padane, mi mancano assai» dandoci poi una lieta news: «Per quello che riguarda i libri, a giugno uscirò con il mio prossimo romanzo: “La donna che uccideva le fate”, sempre per Elliot. Sono giorni intensi, questi, per me. Sono in giro per l’Italia a promuovere il libro e, contemporaneamente, sto scrivendo il prossimo. Da quando sono stato tradotto in Francia, ogni tanto devo andare pure lì».

Forse, anche se ci lascia con il fiato sospeso, ci sarà una nuova uscita per Natale ma dobbiamo aspettare per saperlo. Con il nuovo anno, i suoi libri saranno tradotti anche in tedesco e negli U.S.A. (In Canada i suoi libri sono già usciti a maggio 2019). «Faccio tutto da solo. Tratto direttamente con gli editori, senza intermediari».

E, alla domanda “C’è qualcosa che non ho chiesto?”, risponde in modo scherzoso chiamando in causa i titoli dei suoi romanzi, tutti molto particolari: «Ma quanti litri di cannonau ti bevi, prima di inventarti questi titoli?»

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