LA FILLE BERTHA, ARTE TRA MURALES E MODA: ALESSANDRA PULIXI CON QUEI VOLTI SOGNANTI, DOLCI E MALINCONICI

ph: Alessandra Pulixi

di ANDREA TRAMONTE

Il suo mondo è popolato da figure femminili enigmatiche, eleganti e coloratissime. Hanno le labbra strette e tonde segnate da un filo di rossetto, ciglia lunghe e uno sguardo che non sai bene se sia trasognato, dolce o un po’ malinconico. Quei volti sono ormai iconici e nell’Isola sono un elemento familiare del paesaggio urbano: si trovano al terrapieno in pieno centro a Cagliari, nelle facciate di vecchie edicole e di grandi palazzi, nei lungo linea o sotto i cavalcavia, in angoli nascosti di zone periferiche e in numerosi altri centri della Sardegna. Ora quelle figure hanno iniziato a girare il mondo: stampate su borse, felpe e t-shirt e addirittura tatuate nella pelle. “Mi piace definirle creature: sono come delle entità libere, quasi fluttuanti, che abitano una specie di altrove non meglio definito”, racconta La Fille Bertha, al secolo Alessandra Pulixi, illustratrice e street artist cagliaritana 35enne, che di quelle figure è l’autrice.

Le opere di Alessandra hanno iniziato a fare la loro comparsa nei muri una decina di anni fa. “Le creature/figure femminili sono in costante ed impercettibile mutazione. Le prime forse le ho disegnate intorno all’età di 17 anni, però erano molto diverse. Le prime opere sui muri, con delle sembianze più evolute, risalgono invece al 2009 circa”. L’artista ha sempre disegnato: un gesto intimo, familiare e necessario che l’ha accompagnata fin dall’infanzia e che ha dato forma alle sue fantasie. “Ricordo diversi momenti della mia giovinezza china su un foglio con matite e colori. Era una passione fortissima, qualcosa che mi faceva letteralmente immergere, come in un processo catartico. Mia nonna in particolare è stata una grande influenza. Porta avanti tuttora un suo percorso artistico personale: dipinge e cuce”. Il suo percorso di studi però va in altre direzioni: dal copywriting e dalla moda fino alla psicologia, disciplina in cui si è laureata e che rappresenta una influenza decisiva nel modo di concepire l’arte e nella sua impronta, fortemente legata al tema del sogno e dell’inconscio.

Il suo rapporto con l’arte urbana invece nasce un po’ per caso, grazie all’incontro con il suo compagno, lo street artist e tatuatore Alessio Errante. “Ho sempre avuto amici che dipingevano – conosco Crisa da quando ho 14 anni, per esempio – e ho gravitato come spettatrice intorno al mondo dello skate e dei graffiti. Finché Alessio vide i miei disegni e mi disse: Perché non proviamo a dipingerli sui muri? È stato un momento decisivo, perché tramite l’espressione urbana ho dato una dimensione più manifesta alla mia ricerca”. Il suo primo disegno sul muro rappresentava un uccello che becca delle briciole ed era ancora acerbo. “All’inizio non avevo riflettuto sulla potenza di un lavoro fatto per strada. Non avevo pensato allo sguardo degli altri, all’impatto che può avere. Aveva senso per me. Quella fuoriuscita dal foglio ha strutturato in modo più compiuto il mio percorso”. Il lavoro sui muri prosegue tutt’oggi nonostante le numerose collaborazioni con gallerie, brand di moda e di beauty, magazine: lavorare per strada è un po’ come disegnare su carta per se stessa, un modo per sperimentare e giocare con forme, colori e temi. Negli ultimi anni le sue “creature” spesso si accompagnano alle ricerche sulle lettere fatte insieme a Errante, che porta avanti un percorso personale sui graffiti old school. A volte sono i suoi volti a completare l’opera, altre volte le lettere servono a creare un contrappunto al disegno di Bertha. Il filo conduttore è il colore, che nella sua opera assume una importanza cruciale.  

La proposta “ossessiva” di quei tratti femminili ha reso definitivamente riconoscibile il suo lavoro. “Non saprei dire perché sia una mia costante. Vedo la loro espressività come un processo, qualcosa che non è stabilito a priori. Non mi sono mai detta: ora disegno delle figure femminili. Anzi: nella mia immaginazione il loro genere è fluido e non sessualizzato”. Le sue creature cambiano di continuo, a seconda del luogo e del messaggio che intendono trasmettere, ma alcuni elementi sono costanti, come una firma: dalle tonalità pastello dei colori all’atmosfera in cui sono immerse le opere, che sembrano raccontare una realtà rarefatta immersa in una dimensione atemporale. In alcuni casi i capelli sembrano perdersi nel cielo stellato e le figure sono circondate da geometrie, pattern, elementi floreali o fantasie e forme di vario tipo. Poi ci sono gli accessori – come orecchini, collane o coroncine – e i dettagli degli abiti, che contengono illustrazioni o sono finemente ricamati. In genere le sue figure sono a mezzo busto ma a volte si ibridano con dei corpi dai tratti animaleschi. 

Una delle sue opere più note è al Parco dei murales a Ponticelli, un progetto di riqualificazione e rigenerazione urbana in un quartiere ghetto di Napoli che ha visto la partecipazione di numerosi street artist con il coinvolgimento della comunità. L’opera di Bertha è nata dai laboratori organizzati per coinvolgere i ragazzi del quartiere. Rappresenta tre figure: una madre che accoglie all’interno della sua mantella due creature più piccole. “Un po’ come una madre che abbraccia i suoi figli, un abbraccio materno che vuole rappresentare un abbraccio universale. L’opera ha due nomi: Protection (protezione) e ‘A mamm’ ‘e tutt’ ‘e mamm’ (la mamma di tutte le mamme)”. A Napoli Bertha ha lavorato in un altro luogo periferico, la stazione di Castello di cisterna dove nel 2011 una quattordicenne venne violentata da un branco di minori. “Lì ho disegnato una donna farfalla, come a segnalare una rinascita in un luogo di violenza e di dolore. Una ode alla libertà”, dice. Per la Fondazione Umberto Veronesi ha realizzato un’opera a sostegno della campagna per la prevenzione del tumore al seno. Il risultato è una figura dove il rosa domina. Un grande cuore si espande attraverso dei cerchi concentrici, come se fossero stati prodotti dal lancio di una pietra nell’acqua: “Vuole testimoniare uno scoppio di amore verso di sé – spiega Bertha -. Ho pensato di sviluppare il tema enfatizzando la cura del sé, che viene ancor prima della prevenzione”.

Negli ultimi anni le sue creature hanno iniziato a viaggiare anche attraverso altri supporti. Di recente ha creato una capsule collection per il marchio iBlues del gruppo Max Mara, basata interamente sui suoi disegni. La collezione è stata presentata a Milano e a Parigi e i suoi abiti – magliette, felpe, gonne, pantaloni, accessori per capelli – sono stati distribuiti anche in Asia, dove il brand ha un suo mercato di riferimento. Bertha è stata coinvolta da Lancome per un progetto di alfabetizzazione femminile in Italia, con una mostra realizzata in collaborazione con Action Aid e ospitata alla Triennale di Milano. Per lo showroom milanese di Melissa, brand brasiliano di scarpe e accessori, ha realizzato un’opera in occasione dei festeggiamenti per i quarant’anni del progetto. “È un marchio che seguo fin da piccola per la ricerca che fanno sui materiali. Per dire, mi sono laureata indossando le loro scarpe. Mi hanno chiesto una installazione sul muro e sugli specchi che rappresentasse il tema dell’uguaglianza e dell’inclusione del diverso. Ho cercato di rappresentare la diversità delle forme, di espressività, etniche, sessuali, di genere”. E poi ci sono i tatuaggi. Una piccola moda sotterranea: sono sempre di più le persone che hanno scelto di farsi disegnare sulla pelle una delle sue creature. “Mi piace molto questa cosa. Mi arrivano spessissimo richieste di preparare dei disegni che poi diventeranno dei tatuaggi. Sono sempre stata molto legata a questo mondo. Alessio, il mio compagno, è un tatuatore e la collaborazione con lui è stata molto naturale. Ma i lavori mi vengono commissionati anche da altre parti del mondo e sono almeno un centinaio le mie “creature” disegnate sulla pelle”.

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