“UBIQUA”, LA SCOMMESSA LETTERARIA DI LUCA MASALA

di CARMEN SALIS

 “Non sono un poeta. A volte faccio il poeta. Ma nella vita faccio molte altre cose che con la poesia hanno poco a che vedere. Mi piace scommettere con la vita. La metto alla prova”.

Luca Masala ha presentato il suo libro di poesie, “Ubiqua”, edito da Amicolibro Editore, e con eleganza e semplicità si è speso nel raccontare cosa è per lui la poesia e quanto ne ha bisogno.

Luca oggi la poesia è davvero una scommessa? Che dire? Garcia Lorca sosteneva che la poesia non cerca seguaci, ma amanti. Oggi, i poeti o, meglio, coloro che si impegnano a “generare” poesia attraverso i propri scritti, non mancano di certo. Probabilmente la vera scommessa consiste nel trovare il cuore di buoni lettori pronta ad accoglierla e ad amarla sul serio, lasciandosi travolgere dalle emozioni pure che questa suscita. E non è soltanto una questione legata alla qualità dei contenuti che, in quanto parto dell’anima altrui, è ingiudicabile da un punto di vista poetico, così come ne sono imprevedibili gli effetti. È proprio il nostro particolare contesto culturale, in cui il conflitto tra valori spirituali e materiali ha raggiunto il suo apice, unito alle non trascurabili difficoltà di un mercato editoriale congesto e a tratti impraticabile, a fomentare confusione e decentramento. A questo si aggiungano le conseguenze dell’evoluzione delle relazioni umane, sempre più orientate ad un approccio “mordi e fuggi” tipico dell’era del social network, che rendono le cose più difficili, lasciando poco tempo e, soprattutto, poca volontà da dedicare alle buone letture. Tuttavia, nonostante il panorama circostante non sia dei più favorevoli, continuo instancabilmente a puntare sulla poesia e a soddisfare il mio impulsivo bisogno di scrivere. Sono convinto che ne valga ancora la pena. E non sono il solo a crederlo, per fortuna.

Ubiqua significa tutto e niente. Vero. Questa è soltanto una delle sue possibili definizioni. Ubiqua, la roccaforte turrita, misteriosa e lontana di cui si narra nel poemetto“Omir”, non è un luogo fisico né potrà mai diventarlo. Ubiqua è, in verità, uno stato mentale che alimenta il coacervo di sensazioni provocate nel nostro animo in quel particolare istante in cui, all’improvviso, osservando una scena emozionante, sentendo una musica oppure leggendo o ascoltando la lettura di un testo, si badi bene, non necessariamente poetico, percepiamo il corpo vibrare, le lacrime scendere e ci sentiamo pervadere da un’irrefrenabile gioia, accompagnata il più delle volte da una inspiegabile e ossimorica malinconia. Ecco, se si prova a cristallizzare quell’attimo prezioso, così personale e intimo, trattenendolo il più a lungo possibile, siamo dentro Ubiqua, l’abbiamo raggiunta. Anche se poi, In realtà, siamo noi a essere stati raggiunti da lei. E dovremmo sentirci onorati e fortunati, in quanto avere questo dono, questo privilegio, questa sensibilità, non è da tutti. Ubiqua cerca costantemente cuori che la possano toccare, che possano toccarne la poesia. Quel che conta è comunque rimanere ben orientati e in cammino. Tutta la raccolta poetica sottende a questo sentimento ed è stato necessario un lungo periodo di composizione per distillare ogni singola parola e racchiuderci all’interno il valore profondo che deriva da questo percorso esperienziale che ognuno di noi compie nella vita, ognuno a suo modo e in tempi differenti.

Una raccolta che accoglie diversi periodi della tua vita. Esattamente, nonostante l’operazione di composizione poetica mi abbia portato spesso a traslare dalle vesti di soggetto coinvolto in maniera diretta e inevitabile a quelle di osservatore consapevole e, malgrado una volontà contraria, del tutto impotente allo svolgersi dei fatti. Parliamo peraltro di un periodo storico che non coinvolge soltanto la mia esistenza biologica, ma va a recuperare la memoria storica di un tempo che fu per poi proiettarsi con prepotenza verso un futuro ancora da decifrare. Per quanto composte in momenti diversi nell’arco di dieci anni, “Questo mio tempo” e “La dimora del matto” sono due raccolte distinte che confluiscono in quella “raccolta di raccolte” che è “Ubiqua”. L’invisibile filo conduttore che le lega, a discapito delle innumerevoli tematiche trattate, si lascia intravvedere soltanto durante la lettura, sparisce e ricompare d’un tratto, spiazza e inganna il lettore attraverso artifici poetici mai banali o scontati, può incontrarlo a metà strada ma anche lasciarlo lì, nella solitudine del cuore, senza un’emozione definita. E la mera interpretazione esegetica dei testi in funzione di chi mi conosce – o crede di conoscermi – come persona e come uomo, potrebbe non essere condizione sufficiente al raggiungimento del loro reale intento. Proprio come se a comporli fosse un folle che imbratta i muri della sua cella di contenimento di segni apparentemente indistinguibili che, se letti alla luce della corretta chiave empatica ed emozionale, si tramutano in sconvolgente e vitale meraviglia. Credo che questa imprevedibile alternanza emotiva sia in fondo una caratteristica peculiare del mio poetare, la cifra stilistica che contraddistingue nettamente i miei versi, l’unica in cui mi riconosco, almeno per il momento.

Versi come pezzi di cuore, respiri o certezze? Un po’ tutte e tre e cose, direi. E sicuramente molto altro. L’immenso Borges amava dire che nessun autore conosce esattamente ciò che gli è stato concesso di scrivere o gli effetti che questa azione ha sui propri lettori. Una volta aperta questa specie di vecchia valigia impolverata e dalla forma inconsueta, tutto il contenuto è diventato patrimonio comune di chi ha scelto o sceglierà di dargli un’occhiata più o meno attenta. Non voglio apparire scontato o banale, ma è pur vero che dentro questo volume c’è realmente tutto il mio essere, cellule comprese. Ci ho messo l’anima per comporlo e non ho nemmeno il rimpianto di aver lasciato nel cassetto dei testi che avrebbero meritato l’opportunità di venire alla luce. È davvero tutto qui e, sinceramente, non so cosa accadrà adesso. Se, come dicono, una volta pubblicata, la poesia non è più di chi la scrive, ma di chi se ne serve, a questo punto il destino di quanto finora ho realizzato non credo abbia poi molta importanza. Tuttavia, se domani in uno sperduto angolo di mondo ci sarà qualcuno che, leggendo i miei versi, ritroverà la sua Ubiqua, in quello stesso istante, la mia anima e la sua vibreranno all’unisono. E allora saprò che, anche se per un infinitesimo di tempo, quella parola di nero inchiostro avrà raggiunto lo scopo per cui è nata, la sua dimora. E questo mi basta.

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