“LA CASA DEGLI SPECCHI” A MILANO: CRISTINA CABONI E IL MONDO PATINATO DEL CINEMA

di SERGIO PORTAS

Quando ero piccolo leggevo anche io “romanzi d’amore”. Mamma ogni settimana comprava “Gioia” e, tra modelli di abiti, ricette di cucina, storie di re e principesse, vite fiabesche di attori e attrici che, beati loro, potevano cambiare “fidanzate e fidanzati” un mese dopo l’altro, c’era immancabilmente quella che lei chiamava “la puntata del romanzo”. Il cliché prevedeva che l’eroina di turno, giovane, bella e spesso di povera famiglia, in seguito a vicissitudini che le capitavano entrava in comunicazione con uomini altrettanto avvincenti, spesso di rango elevato, che dapprima non si curavano di lei ma poi ne rimanevano affascinati e alla fine “vivevano tutti felici e contenti”. Nei pomeriggi dell’agosto guspinese, di quelli che se guardavi fuori pareva che l’aria ballasse di calore, durante le vacanze di una scuola che allora avrebbe ripreso solo il primo di ottobre, nei miei nove anni mi sorprendevo ad attendere anche io, ogni settimana la “puntata del romanzo”. Da lì credo il pregiudizio che mi porto dietro: non leggo romanzi d’amore contemporanei (in verità questo mio proposito è scandito da numerose eccezioni, non ultima la trilogia di Elena Ferrante). Comunque non ho mai letto nessuno dei numerosissimi libri di Liala, né della Casati Modigliani, né di Federico Moccia, tutti autori che hanno venduto milioni di libri e hanno evidentemente legioni di appassionati lettori che attendono solamente l’uscita del loro ultimo scritto. Diffido, lo confesso, di titoli che inneggiano a sentimenti troppo elevati (ma anche “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen non mi è piaciuto granché, come del resto tutti i romanzi delle sorelle Bronte). Debbo essere stato influenzato anche da Gramsci che, a proposito di Carolina Invernizio, una prolifica autrice di “romanzi rosa” dei suoi tempi (una carriera di più di centotrenta libri) la fulminò come una “onesta gallina della letteratura popolare”. Oggi, temo, verrebbe bollato lui come inguaribilmente “radical chic di sinistra”. A ben pensarci questo rifiuto pregiudiziale del “lieto fine” in una storia, è un po’ come negare che oggi possano esistere le favole. Salvo imbattersi in una di queste che vado a raccontarvi.

Nel dicembre del 2012 Cristina Caboni, una signora di San Sperate, tre figli e un marito che lavora in apicoltura, finisce di scrivere il suo primo romanzo. Un importante agente letterario che ha la ventura di leggerlo non ha dubbi: uno dei romanzi italiani più belli che gli siano capitati tra le mani. Parte una specie di asta a chi se lo aggiudica per primo e la vince Garzanti, uno dei big dell’editoria nostrana. L’eco di tanto successo si sparge per il mondo e nell’ottobre del 2013 alla fiera di Francoforte (la più importante in sede europea) l’Italia ha un solo protagonista: “Il sentiero dei profumi” di Cristina Caboni. I suoi diritti sono contesi e venduti in tutto il continente nonostante non sia ancora stato pubblicato neppure in Italia. Maggio del 2014 arriva finalmente in libreria. Da allora: nel 2015 esce: “La custode del miele e delle api”; nel 2016: “Il giardino dei fiori segreti”; nel 2017: “La rilegatrice di storie perdute”; nel 2018: “La stanza della tessitrice”. Quest’anno, è qui all’Hoepli di Milano per il suo ultimo: “La casa degli specchi”, tutti ancora per Garzanti. Se non è una favola a lieto fine questa poco ci manca. San Sperate (Campidano del sud, lo scrivo per i continentali) è già lui un paese di favola, non per nulla ha dato i natali a quel Pinuccio Sciola che ha portato nel mondo le sue pietre sonore e che ha dato inizio a quell’incredibile movimento artistico dei murales, che fanno del paese un vero e proprio museo a cielo aperto. Oggi ce ne sono più di 400. Circondato da una campagna fertile, ricca di acque, che regala frutti abbondanti: pesche, limoni, e grano, e pomodori, alberi fioriti per sciami di api con conseguente produzione di mieli i più assortiti. I suoi artigiani sono celebri in Sardegna per l’arte ceramica che praticano, memori forse delle tradizioni dei popoli che si sono succeduti nel territorio: la maschera punica “ghignante” di terracotta pregevolmente decorata, ritrovata a fine ottocento, ora al Museo di Cagliari: rosette, sole, serpenti, palmette sono presenti sulla fronte e sul mento. Cinque linee incise sulla fronte e sulle gote a simulare tatuaggi. Eccezionalmente presente, l’anellino argenteo al naso, precursore di mode recenti. Il san Sperate da cui prende nome il paese è un martire africano, al pari di Agostino le sue spoglie poi mutate in reliquie arrivarono in Sardegna a seguito della cacciata dei vescovi cattolici da parte del re vandalo Genserico, seguace di Ario e della sua ”eresia”. Intorno al 450 d.C. Questo il contesto che fa da cornice ai giorni di Cristina Caboni ex apicultrice (ora si dedica giornalmente alla scrittura), certo dirà qui a Milano: “Dentro di me c’è la Sardegna, con i suoi colori, odori, sapori. Non avrei potuto altrimenti esprimere le storie che mi sorgono dalla testa, dal cuore. Quando comincio un nuovo libro mi lascio trasportare dalle immagini. Per questo mio ultimo mi arrivavano potenti quelle di terrazzamenti di limoni, non eravamo in Sardegna, era la costiera amalfitana: Positano. Lì, nitida, c’era la casa degli specchi. E c’era una bambina: è comparsa Milena.

Allora cerco di capire i dettagli. Lei mi ha portato nel mondo dell’interpretazione, del cinema. Il racconto di sé avviene spontaneamente, con retroscena che sconvolgono anche la mia vita reale, tra gli spunti che mi ha dato anche l’impulso a iscrivermi a un corso di teatro. Anche per stemperare l’ansia che mi porto sempre addosso. Certo la scrittura è per me passione che occupa molto del mio tempo. E per continuare a scrivere occorre molta tenacia. Però si ha il privilegio di immergersi in mondi che non avresti praticato mai. Per questo libro ho ripercorso gli anni della Hollywood sul Tevere, i Festival del cinema di Venezia degli anni ’50. Le storie di Lucia Bosè che andava sposa a un torero andaluso, tale Dominguin. Walter Chiari che si scaglia contro un paparazzo, infuriato per gli scatti che gli aveva fatto in compagnia di una grande diva hollywoodiana Ava Gardner. Espressioni di un mondo un po’ gossip, diremo oggi. Con risvolti di lati oscuri provenienti dalla politica del tempo, i tanti attori provenienti dai paesi dell’Est che solo per i loro natali erano automaticamente sospetti di “comunismo”. Il senatore McCarthy dettava allora l’agenda politica statunitense, c’erano attori che si prestavano a spiare colleghi (e avrebbero fatto carriera fino a diventare presidenti degli USA: Donald Regan). Tutto questo mi ispirato nella scrittura. Il mondo patinato del cinema che viveva invece sotto una cappa di sospetti, il maccartismo che spandeva paure di sovversivi che avrebbero minato i crismi del capitalismo. Una paura della “bomba” (nucleare) che spingeva le giovani mamme americane a portare i loro bimbi nei passeggini munendoli di maschere antigas. Non c’erano effetti speciali a quel tempo. Perciò gli attori erano ancora più importanti di oggi: erano loro che facevano affluire le emozioni nel pubblico delle sale. Quindi l’importanza degli abiti, dei gioielli, che le “vere dive” erano costrette a indossare, per alimentare il loro mistero. La protagonista di questo libro, Eva, possiede tutte le carte per diventare una diva. Le si impone la necessità di operare delle scelte, molte cose noi le facciamo per comodità, e solo quando maturiamo ci rendiamo veramente conto di cosa ci piace fare in questa vita: è il segreto della felicità, ma ci vuole del coraggio. Il mio primo libro l’ho scritto tardi, certo avevo la passione della lettura, ma mi è costato ottenere l’estrema disciplina che mi ha consentito di diventare la scrittrice che volevo essere. Io amo la carta, le penne di un certo tipo, i colori, tutto ciò mi aiuta, il pensiero fluisce e diventa scrittura. Per situare le vicissitudini dei personaggi mi impongo una ricerca che può durare mesi, figuratevi se io potessi sapere cosa era stato veramente il maccartismo, con le sue blacklist (liste nere) di “sovversivi comunisti” (ci capitò anche una star come Charlie Chaplin). L’amore che ho nei confronti dei miei lettori mi spinge ad approfondire problematiche di cui prima nulla sapevo, cosa era un rilegatore, come si sviluppa un profumo. Elena, la protagonista del mio primo libro, che non se ne vuole fare catturare. In realtà so da subito come vanno a finire le storie che scrivo. Ho sempre presente quale sarà l’ultima scena. Eppure mi sorprendo moltissimo quando affronto la narrazione. Spuntano via via dei personaggi che improvvisamente diventano importantissimi nell’economia degli eventi che si susseguono. Anna ad esempio che nel mio libro delle api è muta. In questo libro ogni capitolo è quasi un film a sé stante. E molte delle frasi che metto in bocca ai miei personaggi sono tratte da film dell’epoca. Un’altra cosa che adoro sono le citazioni dai libri che ho letto. Alcuni dei nomi che adopero sono frutto di una mia ricerca, altri si presentano da soli, mi è capitato di cambiare i loro nomi in sede di scrittura e il personaggio “non mi ha più parlato”. E il libro allora non va avanti. Per i luoghi è la stessa cosa: non è sempre Sardegna, ma sono anche Londra, Amsterdam, Parigi, anche loro hanno questa facoltà di imporsi. E quando ne scrivo è come se li abitassi veramente. Per il mio primo vero racconto ci ho messo un anno di studio, figuratevi il mio stupore quando l’ho mandato a una rivista che, non solo lo ha pubblicato, ma me lo ha anche pagato. Niente avrei potuto comunque fare se non fossi stata immersa nella natura sarda, e anche se il lavoro che facevo allora l’ho dovuto lasciare a favore della scrittura che si prende moltissimo del tempo di ogni mia giornata, non ho rimpianti. Molti che conoscono il mio modo di approcciare il foglio bianco mi considerano un po’ ridicola, per quelle penne che uso che debbono essere di colore diverso, che hanno persino delle facce per distinguere l’una dall’altra, e l’opinione degli altri in verità ci condiziona. Ma la vita è fatta di fratture e di legami. Del resto una famiglia completamente felice, “perfetta”, mi fa venire un po’ i brividi. Al perché le protagoniste dei miei libri siano tutte donne non saprei cosa rispondere se non che, finora, sono loro che mi si impongono con maggior forza e nitidezza”. Dopo aver sentito Cristina Caboni ho ripreso in mano il suo “Il sentiero dei profumi” di cui, lo confesso, avevo letto solo una ventina di pagine: forse è esagerato dirvi di aver divorato le altre 360, comunque ho ripreso a leggere “romanzi d’amore”.

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