PEPPINO MEREU E I “SUOI FRATELLI”: LA VALENZA STORICO ANTROPOLOGICA DELLA POESIA TONARESE

ph: Peppino Mereu
di GIOVANNI GRAZIANO MANCA

Tra Sorgono e Tiana, subito dopo il valico di S’isca e’sa mela (posto incantato ideale per i miei déjeuner sur l’herbe di ragazzino) si trova la svolta per Tonara, villaggio montano tra i più caratteristici e attraenti del centro Sardegna. Conosco i paesaggi profondamente suggestivi e le campagne lussureggianti del paese e mi capita spesso di ripensare ad essi quando rileggo le poesie di Peppino Mereu. Non che Mereu sia stato l’unico a esercitare il proprio straordinario estro poetico parlando di questi luoghi. Mereu non ha rappresentato, per i paesi che si trovano ai piedi del Gennargentu, una eccezione poetico letteraria: non dimentichiamo che il territorio della Barbagia Mandrolisai ha espresso altre grandi personalità della cultura poetica isolana come Antioco Casula, alias Montanaru, che era di Desulo, e il leggendario bandito poeta Bachis Sulis, che era di Aritzo. Desulo e Aritzo si trovano entrambi a un tiro di schioppo da Tonara. Tuttavia è Tonara ad aver espresso la non comune personalità di Peppino Mereu, a mio avviso il più grande dei poeti in lingua sarda di tutti i tempi, mentre per altri versi, nel corso degli anni, ha saputo manifestare, con i suoi numerosi cantori, una particolarissima predilezione per il verseggiare in limba, espressione artistica che non è azzardato, oggi, definire fuori moda. La poesia sarda, oggi più che mai, non è per tutti. Viceversa, si ha l’impressione che nell’odierna tale forma d’arte trovi la sua ottimale collocazione all’interno di fasce di predilezione che in linea di massima afferiscono non certo alle preferenze culturali dei giovani ma a quelle di persone molto avanti con gli anni, o comunque di una certa età, che sarebbero dunque le sole ad apprezzarne modalità e contenuti perché culturalmente e/o sentimentalmente più vicine alla tradizione non solo poetica “dei padri”. Ciò avviene nello stesso momento in cui continua a registrarsi, da parte delle ultime generazioni – soprattutto, viene da pensare, di quelle che vivono nei contesti urbani – un non trascurabile disinteresse per tutto ciò che ha a che fare con la lingua sarda parlata e scritta. Fin qui niente di nuovo, sembra, mentre anche il dibattito sull’attuazione del bilinguismo perfetto in Sardegna appare quanto meno stagnante o inconcludente sul fronte dei risultati concreti. Ennesimo deleterio effetto delle dinamiche globali che determinano gli interessi culturali dei giovani isolani (che poco hanno a che fare con la lingua sarda), si dirà. Eppure la scaturigine dell’immaginazione poetica dell’uomo sardo (homo poeticus, come quello tonarese, per eccellenza) risiede in qualcosa che interessa tutti, giovani e meno giovani, e particolarmente nella più profonda dimestichezza del sardo stesso con la natura circostante, con il ricordo della vita rustica condotta dagli avi e quindi con il mettere a nudo le proprie radici culturali, il desiderio di osservare e, in ultima analisi, il desiderio di descrivere le cose semplici di tutti i giorni che ognuno di noi sperimenta o vorrebbe, anche in questi tempi cambiati, continuare a sperimentare quotidianamente. Non a caso gli argomenti che generalmente contraddistinguono, in tutta la Sardegna, il poetare in limba, sono l’amore sconfinato per la propria terra, il lavoro nei campi, le bellezze e le ricchezze naturali del paese natio, la nostalgia per i tempi andati, l’amicizia e i sentimenti in tutte le loro possibili forme, l’amore, la morte. I temi del poetare possono altresì essere legati al contingente e riferire avvenimenti storici più o meno lontani nel tempo oppure raccontare episodi autobiografici e di vita paesana accaduti nel recente oppure nel passato più lontano, vicende divenute ormai leggendarie, e così via. Le poesie scritte dai nostri poeti sono spesso contraddistinte da una straordinaria semplicità di struttura e di linguaggio. In esse, tuttavia, non sono certo assenti raffinatezze linguistiche e, sul fronte delle tematiche trattate, i temi dell’impegno civile o politico e quelli che di volta in volta vengono dettati al poeta dalla propria coscienza universale o locale. Queste osservazioni preliminari valgano a introdurre tutti gli appassionati di poesia sarda alla poesia tonarese. Quella del paese montagnino è lirica che nel corso del tempo ha espresso nomi come quelli di Nino Demurtas (1933-2004), Giovanni Mameli (1891-1978), Gesuino Peddes (1926-2016), Sidore Poddie (1915-1962), Peppantoni Sau (1921-1983) e ancora Pera Sulis, Antonietta Zedde e Raffaele Casula, oltre, naturalmente, a quello di Peppino Mereu (1872-1901). Tonara, insomma, è comunità dove la poesia rappresenta una delle cose di cui non è possibile fare a meno e scorre come l’acqua, lievita come il pane, è pura e rarefatta come l’aria che è possibile respirare tra i boschi del paese. Si potrebbe ricavare, dalla lettura dei suoi poeti, una vera e propria antropologia. Uno dei poeti che si sono appena citati, Nino Demurtas, ha espresso bene l’attitudine poetica dei suoi compaesani: “Soe cuntentu chi sos tonaresos/sian tottus poetas de talentu;/bos giuro, de abberu so cuntentu/ca bos isco a sos versos bene avesos.//Chie connoschet misuras e pesos/ponet sos versos bonos in fermentu/e nde cantat, nde cantat, nde cantat pius de chentu/versos garbados ma’ in vid’intesos.//Su poetare est cosa chi sa natura/at chelfidu donare in zusta parte/a sos naschidos in terra ‘e Tonara.//Custa est cosa bella, cosa rara/ca isfiorat cudda chi est arte,/chi pro sos tonaresos est pastura.// Tra i poeti di Tonara non abbiamo riscontrato uniformità nel linguaggio dialettale utilizzato. Essi, in via generale (e talvolta, forse, in modo non del tutto rigoroso ma piuttosto rispettando la lingua parlata in paese quotidianamente), si servono del tonarese, del nuorese e di una variante dialettale che rimanda al logudorese. Per quanto attiene alle tematiche affrontate dai tonaresi: agli argomenti che generalmente formano l’oggetto della poesia sarda si è già fatto riferimento; più nello specifico, la poesia del paese del Mandrolisai, pur aderendo ai canoni e alle tematiche universalmente osservate dagli aedi sardi, si caratterizza per la peculiare enfasi con la quale vengono trattati argomenti che celebrano la grande bellezza e le tante ricchezze del villaggio e altri che attengono all’ambiente naturale ad esso circostante, allo scorrere del tempo e all’alternarsi delle stagioni, alle vicende sociali della comunità, alla vita nelle campagne, ai mestieri tradizionali che si svolgono a Tonara. Il poetare tonarese, poi, appare imbevuto di intensi sentimenti amorosi (per esempio, per la persona amata) e di profonda religiosità. Particolarmente numerose appaiono le composizioni dedicate ad amici, genitori, figli e parenti, a personaggi della cultura di particolare distinzione (innumerevoli, per esempio, le poesie dedicate al vate tonarese e sardo per eccellenza, Peppino Mereu). All’interno del microcosmo poetico letterario di Tonara, per altri versi, non mancano le opere dedicate ad  argomenti di più stringente attualità (quelli che sono tali rispetto al contesto storico in cui il poeta si trova a scrivere): emozionanti vicende di guerra, le condizioni dell’emigrato, l’attentato al Papa, e così via, sono tra gli argomenti oggetto delle poesie degli autori esaminati. Eccoli, dunque, i nostri poeti; di ciascuno di essi proponiamo alcuni versi significativi.

Raffaele Casula

“Adiosu civiltade”: Tot’est isfasciadu/De totu su civile movimentu/ch’esistiat in brazzos de sa zente/e faghiat brincare su criadu/de cuntentesa, pro s’accisu/chi daiat cuss’opera superba,/oe pagu b’hat restadu.//Solu rizzolos/chi non rattan ne alvures ne crastos/murmuran senza briu/in sa foresta de sa civiltade.//Sas fontana perennes cun sos rios/chi sulcain s’umanu desertu/e s’abba trazaian fin’a mare/han lassadu s’ammentu in sa delusione pius pura/chi turmentat sos omines de oe.//            

Casula canta accoratamente il tempo cambiato incomprensibile e senza attrattive e il sentimento di rimpianto per i tempi andati. La sua opera è spesso permeata dal ricordo e da un pessimismo che sembra trovare lenimento solo attraverso la rievocazione di un passato e di una giovinezza trascorse con serenità. Una umanità ripiegata su se stessa, la devastazione dei costumi, il venir meno dell’amore e della pace che riescono a incrinare il rapporto tra l’uomo e la natura stanno alla base di molti dei suoi versi.

Nino Demurtas

Da: “Corpu ‘e balla”: […] Unu ribigheddu e sambene/s’hat fattu caminu/in sa terra sanghinada/finas a s’istradone./Mama, fizos, babbos/si hazes galu lacrimas/pranghie sa morte/de un’ateru frade./Diaulos de omines che angelo/a mente fritta/ no hazes/a cambiare mai./[…] Sa zente est pessande/a su chi hat a morrere cras/pro su mortu de oje.[…]//

Vendetta, lavoro, sradicamento vissuto con l’emigrazione, ricordi di infanzia e di giovinezza, la poetica di Demurtas, avvolta nelle raffinatezze del suo linguaggio poetico, ha saputo accogliere suggestioni diverse. Essa appare il più delle volte supportata da quella serenità di fondo tipica non solo di molte persone avanti  con gli anni, ma, in genere, anche di coloro che vivono guidati dai sani principi morali che hanno appreso dai propri avi e che si sentono ricchi per aver affrontato positivamente le esperienze, talvolta dure ma sicuramente tempranti, presentatesi ad essi nei vari periodi della loro esistenza.

Giovanni Mameli

Dal canto in ottave: “Pro Peppinu Mereu”: Pro cantare no apo forte bratzu/saludo solamente afetuosu, sento chi so frundidu che un’istratzu/dae nanti torrente impetuosu./E cando canto servo de imbaratzu/so a sos iscurtantes noiosu,/prite meritos no apo de atendere/mancu sa boghe mia pot’intendere.//Proit’ap’a cantare in poesia?/Tantu pro tantu non n’agat’in gradu;/non soe mancu su tantu chi fia/oe m’agato demoralizzadu,/e vivo solu sentza cumpagnia/ca so de ogni frade abbandonadu;/passo sa vida mia noiosa/che cando morta m’esseret isposa.//[…] 

Leggendario frequentatore sia dell’oralità che della poesia scritta “a taulinu”, Giovanni Mameli è stato tra i più prolifici poeti tonaresi, anche se la sua opera ci è giunta solo in parte. Conciatore di pelli, barbiere, poeta autodidatta, la parabola artistica di “Mameleddu” è un crescendo fino ai primi anni Sessanta: in occasione delle gare si affianca a cantori di grande valore come Cucca, Tuconi, Moretti, Sotgiu, Mura e Demuru di Meana Sardo. Numerosi gli aneddoti che ne mettono in luce la bonomia e la modestia. Racconta Giovanna Devigus che “Una orta at passadu unu poberu, cun d’una bertula, at bussau, issu s’est incarau e d’at nau: “Tiu Mameli” e issu “ite oles”, “calecunu soddu”. Tiu Mameli tanno di pedidi “una bertul’in prusu portaisi?”, e su poberu: “e poite?”. Ca annaus a pedire parisi”, arresponne Tiu Mameli!”     

Gesuino Peddes

Dal poema in ottave di: “Nanna ninna fracula e brasa dae sa linna de pizzirimasa” : […]Est torrada sa libertade bella:/sa chi de tottus fiat disigiada;/libera est torrada in is carrellas,/a s’intennere torra serenada;/e non poneus prusu sentinella,/timenno a sa ronda, infuriada,/ca chi agattànta gente, me in giru,/ddos faianta ponnere in ritiru…[…]//

Riporta Gesuino Peddes, carrettoneri e turronarzu tonarese ma anche poeta sopraffino particolarmente esperto della peculiare forma artistica del canto “a mutos” – che è insieme poetica e canora – che in passato raramente si passava una domenica senza che si rimanesse ore e ore a cantare al bar o nelle feste del paese o in quelle dei paesi del circondario. Peddes, nel suo genere, è stato in questa zona della Sardegna uno dei maestri incontrastati. Ha scritto “Mutos” e “Tertzinas”, “Anninnias” e “Cantos po pippios”; soprattutto è autore di un lungo poema scritto in tonarese “fiorito”, dedicato alla donna amata.

Sidore Poddie

“Adiosu a sa Catalogna”: Dae su mare finas a s’artura/est un’incantu custa Catalogna/est tottu bella e-i su coro sogna(t)/a bi restare in mesu a sa bellura.//S’apo fortuna e non b’at iscarogna/de ti torrare a bier pogno cura/e in custa incarnada zona pura/t’apo po totu vida santa mogna.//Da Barcellona fines a sa Frantza/totu sa costa cun donnia tretu/s’incantu sa persone paralizat,//nessun’atera bella t’assimizat/e custu coro postu t’at afetu/chi pro eternu nde restat sa mantza.//

Poeta praticamente autodidatta (interrompe prestissimo gli studi elementari), fanciullezza divisa tra il lavoro nelle campagne e gli impegni del mestiere di segantino, congedo dal servizio militare a 21 anni: poche coordinate varrebbero a definire l’esistenza terrena apparentemente comune di Sidore Poddie (scompare prematuramente a 47 anni nel 1962). Tuttavia, alla apparente aridità dei dati biografici appena forniti occorre aggiungere che alcuni mesi dopo essere stato congedato, nel 1936, egli viene chiamato a combattere in Spagna. L’esperienza si rivelerà fondamentale e influenzerà non solo i suoi anni a venire ma anche la sua poetica. Testimonianza di ciò, quel gruppo di splendide composizioni che raccontano diversi aspetti (il sentimento nostalgico per la terra natia, la recisa condanna della guerra, il grande affetto provato dal poeta per le genti iberiche) del tempo trascorso in Spagna.

Peppantoni Sau

Da: “S’Umanidade”: O mundu ingratu prite ses asie,/ in parte traitore e assassinu,/ pro viver malamente notte e die,// pro no leare su bonu camminu/ su male has preferidu pro pandera,/ semenende de velenu su terrinu.// Infettende sun fintzas in s’aera/ chin sos ordignos prus micidiales/ distruidores de sa ratza vera.// Lea su bene, abbandona su male,/ prite a su nessi nde podes godire/ un’istima sincera fraternale.// Pro cantu in mundu si podet vivire/ est menzus a vivire santamente/ solu gai finimus su suffrire.// […]

Torronaio itinerante, mestiere tipicamente tonarese, e poeta sublime: era questo Peppantoni Sau, autore di mutos, terzine, quartine e sonetti. Fece esperienze di guerra e di emigrazione che ne forgiarono personalità e arte. Interessanti le sfumature, per cosi dire “politiche”, di alcune delle sue composizioni (SARDOS ARDIDOS, SARDIGNA MIA, DISUNIDOS, e anche altre tratte dalla raccolta “Poesias”, edita nel 2017): in esse, da una parte il poeta punta il dito contro la disunità dei sardi, mantenuti “a sedda e a frenu” dai padroni, trattati peggio che gli animali da “sos istranzos” e divisi in tanti partiti; dall’altra esorta gli stessi sardi a liberarsi pacificamente da chi amministra la Sardegna. Un forte sentimento religioso promana da molte delle composizioni del poeta.   

Pera Sulis

“Disoccupadu” : Est benzende s’ierru a passos mannos,/sa punta ‘e s’altu monte est già niada…!/comente has a passare s’ierrada/poberu, senza pane e senza pannos!//Ses in mesu de penas e affannos/senza tenner manc’una zorronada;/muzere tua est trista e desolada/ sos fizos allevende in duros annos.//Pensamentosu cun sa fronte oscura/cando in carrera benis a passare/mustras totu su coro in amargura…//Non pedis e non pensas a furare,/chircas solu tribagliu in sorte dura/ma… s’ierru comente has a passare.//

“Su pastore de Barbagia” :  Accapotadu e a mazzocca in manu/ e in coro pienu de amarguras;/lassas cun su masone sas alturas/ cand’est pro ‘enner s’ierru tiranu.//Su ‘etzu, in domo e su chi est pagu sanu/ lassas cun sa muzere  e criaturas/ e pane e penas a issos procuras,/ senza cunfortos, in su Campidanu.//Cando intendes anzones beulare/ t’hat a parrer de intender su lamentu/ de fizos tuos a tie giamare.//E in nottes d’astrau, abba e bentu/ a sos tuos de certu has a pensare/credendelos che tue in patimentu.//

Angelo Dettori cantò così la grande perdita subita da Tonara con la scomparsa di Pera Sulis: “Tonara ses in luttu. Su cantore ch’haias istimadu sende reu,/s’ammiradore ‘e Peppinu Mereu/ com’est transidu a monte pius altu, inue sos poetas han risaltu/in eternu doradu risplendore.// Pera (Pietro) Sulis fu in vita abile artigiano costruttore di campanacci. Un mestiere prezioso, il suo, per un paese votato alla pastorizia come la sua Tonara. Fu anche poeta tra i più grandi, dato che l’eco dei suoi versi ha dilagato per tutta la Sardegna. I suoi versi, scritti utilizzando un logudorese raffinato e il dialetto nuorese, si susseguono assecondando rime e ritmi perfetti disegnando, come di essi ebbe a scrivere Peppantoni Sau, quadri di ogni genere, di amore, di pena, di tristezza, di sentimenti che tormentano l’animo della gente. Raccontano si dell’interazione tra l’uomo e la natura e d’amore, i versi di Sulis, ma certo, nella sua poetica, non mancano i riferimenti alla morte, lo sguardo alla vita del pastore e agli argomenti di carattere intimistico ed esistenziale. Peppino Mereu fu per Sulis tra i più saldi punti di riferimento stilistici e le sue opere sono spesso permeate di malinconia.   

Antonietta Zedde

Da: “Sa die ‘e su matrimoniu”: A tie caru tesoro/fin’a morte t’hap’amare/ca mi nd’has fattu padrona/custu megnanu in sa missa,/ e in sa nostra cresia/happo fattu giuramentu/de t’amare fedelmente./Chi siat su nostru amore/senza manza, senza neu/cun s’anima casta e pura/candida e immaculada/prena de felicidade.//[…]

Da: “Intrigos de Comune”: […]Tonara, troppu tardu s’est accorta/in s’eligire, zertos conchi cruos:/ch’aumentan sos pagamentos suos/e ne finin pro finas calch’iscorta.[…]//

Antonietta Zedde è la poetessa del sentimento amoroso, di un intenso sentire religioso, delle cose comuni dell’attualità paesana, dei fatti di cronaca che scuotono la nazione italiana (“Attentadu a Paulu II”), delle numerose dediche di versi a parenti, amici e amiche, autorità ecclesiastiche e a personaggi importanti della cultura. L’utilizzo della variante dialettale che è tipica della sua gente, l’impiego di parole e immagini semplici che vanno dritte alla sostanza dei fatti riferiti, una vena poetica che predilige l’uso della satira e di un certo umorismo figurano tra le caratteristiche della sua indole artistica.

La disamina dei poeti si conclude con il più sublime di tutti i cantori isolani, Peppino Mereu, aedo supremo e visionario non solo per Tonara ma, per aver egli nobilitato l’arte poetica in lingua sarda, per tutte le genti di Sardegna. Al fine di inquadrare nella giusta dimensione la poesia di Mereu diremo subito che pur non andando molto oltre i particolarismi letterari e le specificità formali che sono proprie dell’espressione poetica dialettale sarda, l’opera del tonarese andrebbe apprezzata per i suoi contenuti universali ancora validissimi (essi, peraltro, ricalcano alcuni lineamenti della storia della nostra isola nel periodo in cui egli scrisse) e non soltanto per la capacità intrinseca delle composizioni poetiche di rappresentare gli aspetti sociali ed economici della Sardegna e della Barbagia del tempo in cui furono scritte. Peppino Mereu era particolarmente legato a Tonara. Il suo rapporto con il paese era viscerale e simbiotico, espressione di un amore totalizzante per i luoghi e le ricchezze naturali di cui è dotato il piccolo centro montano. In una delle sue poesie più conosciute, quella, appunto, intitolata al suo borgo natio, Mereu, dopo aver definito Tonara cara, santa e benedetta dalle muse, descrive così il paesaggio che è tipico dei luoghi che lo hanno visto venire al mondo:  ‘Majestosas muntagnas/fizas de su canudu Gennargentu,/ch’in sas virdes campagnas/sas nucciolas bos faghent ornamentu;/seculares castagnas/chi supervas alzades a su bentu/virdes ramos umbrosos,/dulche nidu de cantos pibiosos://semper bos sogno, vanu/però est custu sognu, it’amalgura!’

Con inusitata capacità di sintesi, venati dall’amara malinconia dell’uomo che per un motivo o per un altro è costretto a stare lontano dal proprio villaggio, i versi rappresentano gli aspetti più immediatamente percepibili, quelli naturalistico – ambientali, di un paese e di un territorio intero che mai, nemmeno in tempi più vicini a noi, hanno goduto di grandi fortune turistiche nonostante siano, la circostanza è ben conosciuta dai sardi, tra i più ameni e caratteristici dell’isola di Sardegna. Se nell’ambito dell’opera di Mereu Tonara fa spesso da sfondo, tuttavia il poetare di Peppino non si limita alla celebrazione in versi del tanto amato borgo natio. L’opera di Mereu, infatti, è molto più complessa di quanto possa sembrare a un primo superficiale approccio. Vale la pena dilungarsi sugli elementi biografici, storici, letterari e contenutistici che hanno permeato di sé l’opera del tonarese. Essi hanno contribuito a determinare l’alto spessore della scrittura di questa singolare figura di poeta cantastorie a quasi 150 anni dalla nascita.

La tormentata vicenda esistenziale di Peppino Mereu è in larga parte leggendaria e avvolta nel mistero. Sono pochissime le notizie certe e incontrovertibili che riguardano la vita e la morte dello sfortunato poeta. I dati di sicura veridicità, tutti desunti da archivi pubblici, concernono le date di nascita e di morte del poeta, la composizione della sua famiglia, il servizio prestato presso l’Arma dei carabinieri reali e quello, piuttosto breve, prestato presso il Municipio di Tonara. Quarto di sette fratelli (i loro nomi sono Edoardo, Manfredi, Elvira, quello di mezzo Peppino, appunto, Matilde, Rinaldo ed Emilia) Giuseppe (Peppino), Ilario, Efisio, Antonio, Sebastiano Mereu venne alla luce a Tonara nel primo giorno di Gennaio del 1872. Perde entrambi i genitori prematuramente: la madre Angiolina Zedda muore a Cagliari nel 1887, il padre Giuseppe, medico del paese, nel 1889, per aver ingerito erroneamente una sostanza letale scambiata per liquore. Alla morte del padre Peppino ha diciassette anni. Si ipotizza una sua frequentazione scolastica fino alla terza elementare; essendo Tonara villaggio sfornito di scuole in quei primi lustri postunitari, si propende generalmente per la tesi della formazione del tutto autodidattica del poeta.  Molte delle informazioni biografiche su Mereu sono state attinte da ricerche curate dal Collettivo Peppino Mereu, organismo che ha avuto meriti indiscutibili per aver svolto, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta del Novecento una amorevole e paziente opera di ricerca storico-biografica, oltrechè di raccolta delle poesie di Mereu. Il lavoro del collettivo ha portato alla pubblicazione dell’opera omnia del poeta di Tonara.

Che il poeta disponesse comunque di una formazione lo possiamo desumere dalla lettura dei suoi versi. Nello specifico, leggere l’opera poetica di Mereu porta ad avvicinarsi confidenzialmente al suo raffinato verseggiare, alle riflessioni in certo qual modo ‘filosofiche’ a cui il poeta si lascia andare quando affronta argomenti di portata universale come le sofferenze che fanno parte dell’umana esistenza e la morte e la giustizia, alla ricchezza descrittiva con la quale egli, con ricercato linguaggio, raffigura gesti e circostanze, comportamenti e particolari aspetti della quotidianità delle persone che abitano l’amato paese. Che dovesse aver letto molto e non solo in lingua sarda è inoltre dimostrato da alcune influenze letterarie che Mereu, uomo dei suoi tempi, sembra aver trasfuso nei suoi versi. Ciò è accaduto soprattutto nelle composizioni poetiche in cui il tonarese affronta argomenti di interesse più generale, in quelle più ‘contestatarie’, per esempio, in quelle, poi, che documentano l’approccio particolarmente commosso e critico del poeta nei confronti delle difficoltà esistenziali dei meno fortunati, del potere costituito e di una giustizia che gli appare sempre poco giusta. Scrive Mereu in ‘A Nanni Sulis II’: ‘Deo no isco, sos carabineris/in logu nostru prit’est chi bi sune,/e no arrestant sos bangarrutteris./Bi cheret una furca e una fune,/e impiccar’impiccare continu,/finas a si purgare sa Comune.’

Queste influenze per cosi dire ‘esterne’, vengono ricondotte agli scritti dei poeti della scapigliatura, alle poesie di Olindo Guerrini (pseudonimo di Lorenzo Stecchetti) e, per altri versi, a Giuseppe Giusti, poeta satirico toscano vissuto tra il 1809 e il 1850, il cui stile può essere facilmente rinvenuto in alcune delle poesie meno intime di Peppino, in quelle più irriverenti, pungenti e goliardiche nei confronti della politica e del potere.  Il debito per così dire ‘stilistico’ nei confronti del Guerrini risulta particolarmente evidente nella poesia “Dae una losa ismentigada” (Da una tomba dimenticata):  Non sias ingrata, no, para sos passos,/o giovana ch’ in vid’ happ’istimadu./Lassa sas allegrias e ispassos/e pensa chi so inoghe sepultadu./Vermes ischivos si sunt fattos rassos/de cuddos ojos chi tantu has miradu./Para, par’un’istante, e tene cura/de cust’ ismentigada sepoltura.// A ti nd’ammentas, cando chi vivia/passaimis ridend’oras interas?/Como happ’ una trista cumpagnia/de ossos e de testas cadaveras,/fin’ a mortu mi faghent pauria/su tremendu silenziu ‘e sas osseras./E tue non ti dignas un’istante/de pensare ch’ inog’ has un amante!

Il movimento degli scapigliati costituisce un fenomeno letterario che si inserisce in un mondo, in una Italia in rapido divenire sotto i diversi profili politico, sociale, di costume, culturale. Il movimento nasce sulla scia delle tendenze letterarie realistiche e simbolistiche molto diffuse in Francia e accoglie intellettuali come Arrigo e Camillo Boito, Carlo Doni ed Emilio Praga tra gli altri. Gli scapigliati vengono presentati dallo scrittore milanese Cletto Arrighi (alias Carlo Righetti), vissuto tra il 1828 e il 1906, come il vero pandemonio del secolo e ‘pronti al bene quanto al male; irrequieti, travagliati, turbolenti’. Ritroviamo in Mereu la stessa indole ribelle e fortemente polemica che aveva caratterizzato il pensiero degli scapigliati, i cui obiettivi consistevano principalmente in una critica feroce al sistema borghese, al piatto andamento della normalità delle cose, al positivismo. La poesia di Mereu, in definitiva, si configura quale espressione dell’intima assimilazione, da parte dello stesso, di espressioni culturali che hanno carattere nazionale sapientemente mescolate alla cultura contadina e pastorale del piccolo paese sardo. L’estro poetico letterario di Peppinu Mereu assorbe dunque non solo l’urlo poetico esistenziale individuale dello stesso poeta ma comprende altresì istanze sociali e politiche manifestate dalla comunità tonarese e da tutte le genti dell’isola.

Sulla formazione del Mereu si segnala quanto sostenuto dallo storico Manlio Brigaglia (è chiaro che studi da autodidatta o regolari che fossero Mereu ne aveva fatti: lo dimostra il taglio della sua poesia, i riferimenti letterari che vi si colgono, il sistema di idee che vi circola, perfino l’uso <sprezzato> e quotidiano che vi si fa talvolta dello stesso periodo espressivo, costruito secondo i modi della poesia di paese più consueta e meno alfabetizzata, insomma più <orale>.) e dallo scrittore e poeta Francesco Masala (A pensarci bene, la crisi di Peppinu Mereu è la stessa crisi della piccola borghesia nuorese, altalenante tra l’ironia e la follia alcolica de sos iscopiles, puntualmente espressa dal gruppo dei poeti de su connottu, positivisti, anticonformisti, scapigliati e maledetti.).

Quella di Peppino Mereu per la poesia in limba fu scelta di vita e d’amore voluta consapevolmente e appassionatamente. I tratti caratteriali dell’uomo sono quelli di una persona a cui fin da giovane vengono a mancare i genitori. Il poeta di Tonara vive in solitudine e malfermo di salute; testardamente avverso a qualsiasi tipo di imposizione e a ogni forma di potere, mostra di essere sensibile e sinceramente angustiato dalle ingiustizie sociali. Fu il servizio prestato come carabiniere dal 1891 al 1895 in quel di Codrongianos e altrove che fece conoscere a Peppino e toccare con mano le asperità che la vita, in ogni parte della Sardegna, riserva ai diseredati, alla gente comune, al pastore, al contadino. Insofferente nei confronti della disciplina militare e profondamente deluso dalle piccole e grandi ingiustizie che aveva avuto modo di rilevare e anche di subire durante il servizio prestato nell’Arma, il poeta si avvicina agli ideali propugnati dal movimento socialista, che proprio in quegli anni di fine secolo andava sviluppandosi. Con le sue opere interpreterà i vari aspetti di una crisi sociale ed economica che colpirà diffusamente non solo la Sardegna ma l’intera nazione italiana. E’ una crisi, peraltro, che per Mereu avrà amari risvolti personali. Infatti, sostiene Francesco Masala, “Di questa crisi il poeta Peppinu Mereu è pregnante testimonianza: figlio di medico proprietario, si ribellò alla famiglia e alla sua condizione piccolo-borghese, naufragò in una dimensione esistenziale, disordinata ma ancorata ai valori e alla cultura comunitaria del suo villaggio; la gente di Tonara protesse, onorò e nutrì il suo poeta maledetto”. Dopo il congedo, per gravi motivi di salute, dalla vita militare, inizia per Mereu, che in quel momento ha venticinque anni, la discesa della sua parabola esistenziale. Ci pare di vederlo, nei terribili inverni di Tonara, accanto al camino, coperto dall’orbace e sofferente, ravvivare il fuoco con carte sulle quali ha scritto dei versi. Raccontano che proprio in questo modo siano andate perdute molte delle opere del poeta. E’ una delle leggende che circolano sul tonarese che viene riportata nel risvolto di copertina di una delle più recenti edizioni delle sue opere: si dice che Mereu utilizzasse i fogli su cui aveva scritto qualche poesia per difendersi dalle rigidissime temperature degli inverni barbaricini. Vive spesso con mezzi di fortuna, con l’aiuto di pochi amici, in condizioni di progressivo isolamento, braccato dalla malattia e da un male di vivere di cui non riuscì mai a liberarsi. Si impiegò come scrivano presso il Comune di Tonara tra l’Ottobre del 1898 e la fine del 1900. Muore il primo giorno di  Marzo del 1901, di diabete dicono alcuni, o di tisi, secondo altri. Nella biografia di Mereu la tubercolosi dovette effettivamente essere, da un certo momento in poi, un dato costante e concreto. A sostegno di tale ipotesi, sostiene Brigaglia, vi sarebbero la cupa malinconia del poetare di Peppino e la sua morte precoce. Difficile l’inserimento dell’opera del tonarese nell’ampio panorama poetico e letterario dell’Italia di fine Ottocento – inizio Novecento, dal momento che tra l’altro, sostiene Giancarlo Porcu, “La stessa presenza di italianismi nella lingua della tradizione poetica sarda – energica infatti in Mereu – ci parla di una assimilazione a distanza, decentrata, riguardosa, e non invece di un commercio diretto e intenso con la tradizione e la lingua ‘nazionali’.” e che le caratteristiche della poesia di Mereu derivano da scelte che lo stesso poeta tonarese compie a monte, “entro il sistema poetico in sardo, perché, periferia tra le periferie rispetto ai centri egemonici da cui pure è politicamente dipesa, la Sardegna, quella rustica in special modo, dovette sviluppare – metabolizzando di continuo apporti ‘altri-alti’ – una tradizione poetica con un proprio sistema di generi e di livelli interni, inventandosi fra l’altro una speciale lingua letteraria, con domini geografici soprattutto centro-settentrionali (il cosidetto logudorese illustre), e una singolare civiltà metrica.”. Purtuttavia l’opera di Mereu va inserita, quanto a contenuti, in un contesto postunitario culturale generale in cui in tutta Europa vanno crescendo e sviluppandosi la società di massa e, a essa collegate, le istanze partecipative delle genti e gli effetti della modernità, in un grande calderone in ebollizione in cui la Sardegna versa in condizioni di arretratezza veramente drammatiche. Il malessere e l’insoddisfazione della popolazione per un livello di tassazione impossibile da sostenere imposto dal governo unitario, la mancanza di strutture viarie che consentano agevoli collegamenti tra i vari centri dell’isola, l’insufficienza della rete dei trasporti, che è tale da non riuscire ad assicurare un sistema decente di collegamenti esterni all’isola stessa, vanno aumentando. Oltre a ciò, sempre nel contesto di un disagio che ha caratteri generali europei, sono da mettere in rilievo le particolari disastrose condizioni economiche della Sardegna aggravate dalla inadeguatezza della pastorizia e dell’agricoltura sarde a stare sui mercati e dalla sensibile diminuzione dei traffici commerciali d’oltremare conseguente all’adozione, da parte della Francia, di severe politiche protezionistiche. Al quadro d’insieme sinteticamente delineato vanno aggiunti da una parte il fenomeno del banditismo e le correlate severe misure di repressione adottate dal governo, dall’altra lo svilupparsi un po’ dappertutto, all’interno della classe lavoratrice, della consapevolezza dei propri diritti, delle prime lotte di classe, degli scioperi, del movimento politico socialista.  Il quadro storico politico che si è sinteticamente delineato è quello in cui attivamente si inserisce la vicenda artistico esistenziale di Mereu. Ecco perché siamo convinti che alla poesia del mai abbastanza rimpianto vate tonarese debba essere attribuito per intero il rilievo che le compete e che merita. Nelle sue poesie Mereu dimostra di essere uomo perfettamente calato nell’attualità delle questioni dei tempi in cui, sia pure per pochi anni, ha vissuto. Sui tempi cambiati, ad esempio, e sul mutamento delle condizioni economiche, si leggano le poesie ‘Lamentos de unu nobile’: ‘1.Funesta rughe/chi giust’a pala/per omnia saecula/ba’in ora mala./ 2. In diebus illis/m’has fatt’ onore,/ma oe ses simbulu/de disonore./3. Oe unu nobile/chi no hat pane,/senz’ arte, faghet/vida ‘e cane./4. Senz’impiegu/su cavalieri,/est unu mulu/postu in sumbreri./5. A pancia buida,/senza sienda,/papat, che ainu, paza in proenda./6. Deo faeddo/cun cognizione,/ca isco it’ este/s’ispiantaggione./[…]11.Ah caros tempos/c’happo connottu!/sezis mudados/in d’unu bottu!…’

e ‘A Nanni Sulis II’: ‘Unu die sa povera Sardigna/si naiat de Roma su granariu;/como de tale fama no nd’est digna./Su jardinu, su campu, s’olivariu/d’unu tempus antigu, s’est mudadu/ind’unu trist’ispinosu calvariu.’.

La valenza culturale e sociale insieme ai risvolti storico politici della sua opera per certi versi si spinge oltre gli angusti confini di una terra, la Sardegna, allora più che mai relegata ai confini del mondo.

3 risposte a “PEPPINO MEREU E I “SUOI FRATELLI”: LA VALENZA STORICO ANTROPOLOGICA DELLA POESIA TONARESE”

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