“L’OLIO DI NOVEMBRE”, IL RACCONTO DI VALERIA PECORA, VINCITORE PER LA SEZIONE NARRATIVA INEDITA DEL PREMIO FESTIVAL “EMILIO LUSSU”

di VALERIA PECORA

Viene assegnato il primo premio al racconto “L’olio di novembre” di Valeria Pecora per la narrativa inedita. Per aver tratteggiato in maniera incalzante e aderente alla realtà la figura di una partigiana, la cui vicenda tragica è emblematica della femminilità ferita e offesa, del destino di tante donne, di ieri e di oggi. Infatti le donne che hanno vissuto l’ultima guerra mondiale sono state ferite e offese due volte: nella perdita della loro libertà ma anche nella perdita del senso di identità. Fu l’esperienza di Liana Millu, Nilde Iotti, Renata Viganò, Oriana Fallaci e di tante altre. L’autrice ce l’ha ricordato scrivendo da una prospettiva molto femminile ma anche di chi ha scelto di darsi alla lotta mettendo a rischio la propria vita.

(Dalla giuria del Premio Festival Emilio Lussu)

Vincenza vola per la campagna in sella alla sua Atala, le prime gocce di sudore attraversano il petto. Apre la camicia bianca e s’intravede la stoffa di cotone che benda il seno.
È lì che insegue la sua rivoluzione, è lì che ripone la speranza in un futuro migliore. Il crocifisso di sua nonna salta a ogni fosso. Si sente protetta dall’uomo sulla croce, la punta metallica segue il ritmo del cuore. Un rosario di ferro senza alcun valore ma non per lei, lo porta come se fosse un fiore delicato, reciso lasciando un vuoto che si sente in dovere di onorare.
Sua nonna Maddalena è l’unica a difenderla, da quando tutti sanno quello che fa. Dolcemente le accarezza il viso con le dita diventate uncini, arcuate dall’artrite.
Facendosi vedere, dice a voce alta in modo che possano sentirla:
– Dio ci fa venire al mondo, per essere liberi anche quando gli altri non capiscono.
La nipote corre dai suoi amici, lungo i poderi bruni e sterminati di Gonnosfanadiga. Esce in punta di piedi all’alba quando il giorno trema, incerto se consegnarsi ai raggi potenti della luce.
Se intravede la meta frena, le ruote reagiscono obbedienti. Scendendo la sua gonna torna al pari delle caviglie. Si gira intorno e guarda, solo le strie squarciano quel silenzio nuovo. Abbandona l’Atala al bordo della strada e inizia a correre, senza pensare a niente.

Arriva sudata e con il respiro corto nell’ovile deserto, fa un fischio – aspetta – fa un altro fischio, perché questo è il loro codice segreto. Gli uomini escono con le barbe cresciute, gli occhi affossati da notti riempite male con sonni agitati.
La fanno entrare nel rifugio. Prendono i nuovi ordini dalle sue mani rosse e graffiate, mani che duellano ogni giorno con la terra. Le offrono un bicchiere d’acqua, un po’ di Cannonau, una scheggia di pane e di pecorino. Vincenza resta poco.
Il tempo può rivelarsi un alleato o un mortale nemico.
In quei momenti domina il silenzio, si guardano le braccia, le gambe, i sorrisi. Recitano insieme una preghiera e si salutano.

Torna a casa, si rimette a letto vestita, sa che nel giro di un’ora dovrà svegliarsi e correre ancora una volta, nei campi, a lavorare.
Quell’inverno hanno temuto di perdere il raccolto per le piogge troppo violente. Potevano far marcire tutti i frutti e mandare all’aria la stagione di novembre.
Le olive vivono di acqua e di sole, nelle giuste quantità. Vincenza lavora come bracciante nelle terre di Tore Mallica, uno dei signori più ricchi del paese, grande fascista e amico del podestà.
Nessuno sospetta di lei, delle sue orecchie con cui ruba i discorsi dei capi all’ombra degli ulivi, senza farsi notare.
Loro la guardano quando lavora, fissano le sue cosce sode, nude se solleva la gonna per non inciampare.
– Non ha studiato, è una pezzente come tutti gli altri – pensa di lei il suo padrone.
Per lui i lavoratori sono muli da soma, utili con le mani a percuotere i rami bassi degli alberi e a far cadere quei piccoli ovali, preziosi, per il liquido che stilleranno.
L’olio di Gonnosfanadiga è rinomato in tutta la Sardegna.
Vincenza ha 16 anni quando la fermano gli squadristi mentre pedala nella strada che porta ad Arbus.
Sono in cinque, alle cinque di un’alba che si ostina ad essere cupa, blu, nonostante sia arrivata la primavera.
Quel giorno tutti dimenticano le trame rosa e dorate che sembrano arazzi intessuti e srotolati dai cherubini nel cielo.
Vincenza è una delle ragazze più belle del paese: ha
la vita sottile, le labbra piene e scarlatte, gli occhi neri come le olive che danno da vivere a tanti e i capelli lunghi e castani, uguali al terriccio nei boschi.
I fascisti si sono presi tutto: la libertà, il potere, i campi, i diritti. Una sola cosa non riescono ad avere: il rispetto.
Possono prendersi anche le donne se vogliono e oggi vogliono lei, che cambia sempre direzione quando li incontra.
Senza salutare. Lo sentono tutto il disprezzo di quella donna esile e insolente, decidono di punirla per i suoi atti di ribellione. Lei li vede arrivare, sa che non ha scampo.
Lo capisce da quel ghigno che vede affiorare sulle loro bocche. La paura diventa un liquido caldo che cola tra le gambe e brucia e umilia.
Fa l’ultima cosa che può fare da donna libera, si
volta, sfila il bigliettino dal seno, chiude gli occhi e lo ingoia.
Poi fa il segno della croce e sussurra avanzando verso di loro:
– Nel nome del padre, del figlio e di tutti gli uomini liberi…
– Vieni qua baldracca! – urla per primo Patrizio Mallica, il figlio del padrone, seguito dai poveracci che chiedono le briciole e stanno dietro, come cani da guardia sottomessi.
La trascinano, insieme alla bicicletta, sotto un muretto a secco.
In quei momenti Vincenza pensa all’estate, al suo corpo immerso nella tinozza gigante, piena d’acqua.
Sente le risate e vede i giochi insieme ai cugini.
Compare l’altalena e le sue gambe veloci prendere a calci il cielo.
Conta ogni caduta, ogni taglio, ogni schiaffo e tutte le carezze,
tutti i baci, tutte le sorprese. Il suo corpo e la sua mente sono le uniche cose che le appartengono davvero.
Ha visto allungarsi i polpacci, spuntare il seno in mezzo al petto, coprire l’intimità con la peluria.
Nelle pieghe del suo corpo è stata capace di godere.
Lei non è lì quando quelli lacerano la camicia, il reggiseno, la gonna. Picchiano, mordono, invadono tutto quello che
Vincenza voleva tenere per sé. Perde due denti, i capelli si uniscono al fango. Il viso gonfio sfigura tutti i lineamenti.
Non è più lei. Nessuno la riconoscerebbe.
– Baciami – dice infine il capobranco.
Vincenza non riesce più a chiudere gli occhi, tutto il suo corpo ha dimenticato cosa vuol dire essere vivo, felice.
I pugni finiti in volto hanno spaccato il labbro inferiore.
Non smette discendere quel piccolo rivolo di sangue.
Sembra una morta con gli occhi vivi.
Quelle defunte che le vecchie in paese circondano di urla e di preghiere, prima di portarle in cimitero per affidarle alla terra, prima di chiudere le palpebre con un tocco di dita.
Vincenza lo guarda, raduna le forze, si alza barcollando, avvicina la bocca al muso spigoloso del giovane Mallica e gli sputa addosso il suo disprezzo.
Uno schizzo di sangue, di odio e di saliva.
Infine crolla a terra, come le olive nel mese di novembre.
La vita e il suo coraggio, olio prezioso, ungeranno i cuori e le menti delle generazioni che verranno.
Dopo anni qualcuno intitolerà una strada proprio a lei, Vincenza Spano, partigiana cristiana e antifascista.
Donna di terra e di corsa su una bicicletta a difendere la verità. Una vita coltivata in difesa della libertà.

ph: Valeria Pecora

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