LA CHIESA DELLA MADONNA DELLA SOLITUDINE, IL TRIBUTO DI NUORO A GRAZIA DELEDDA

di ROBERTA CARBONI

La sua sagoma è inconfondibile, nonostante l’impianto sia comune a molte chiese campestri sarde, stagliandosi sullo sfondo montuoso dell’Ortobene così come viene descritta da Grazia Deledda, che qui riposa, nel suo ultimo romanzo pubblicato qualche mese prima della morte e intitolato proprio “La Chiesa della Solitudine”.

Costruita nel Seicento, la chiesa della Madonna della Solitudine mostra le fattezze tipiche delle chiesette campestri sarde: facciata a capanna, campanile a vela, navata unica, decorazione scarna e forme pulite e semplici.

Grazia Deledda, prossima alla morte a causa di un tumore al seno di cui soffriva da tempo, la rievoca con nostalgia quando parla della storia di una giovane donna, Maria Concezione, affetta come la scrittrice dal terribile morbo.

L’accettazione della malattia, fulcro del romanzo, è vissuta come una rinuncia da parte della protagonista che, conscia dell’impossibilità di vivere con gioia e speranza, rifiuta l’amore e le convenzioni sociali che la vorrebbero “moglie” e “madre”. È, però, proprio la voce del sentimento a non dare pace alla donna, desiderata e ambita da tutti per la sua bellezza e per la sua ricca dote.

La morte di Grazia è descritta dalla sorella Nicolina in una lettera dello stesso anno indirizzata a Elia Sanna, il nuovo proprietario della casa della famiglia Deledda: “Essa è morta alle prime ore del giorno dell’Assunta, quando tutto faceva presumere una prossima guarigione. L’avevano già riguardosamente alzata da qualche giorno solo il cuore le si era indebolito. Ha fatto una morte santa e dolce, nonché ammirabile per rassegnazione e pazienza. Io e Mirella stavamo a Cervia per ubbidire alla sua volontà, perché la faceva soffrire il pensiero di vederci rimanere a Roma per lei. La trovammo addormentata, giovane e bella, solenne e adorna come una santa per lo sposo celeste.”

Dopo la sua morte, avvenuta a Roma il 15 Agosto del 1936, Grazia Deledda fu sepolta a Roma, nel Cimitero del Verano.

Ma nel secondo dopoguerra in tutta la Sardegna cresceva la volontà di conservare e salvaguardare il passato illustre e fortemente identitario dei luoghi in relazione ai personaggi che li avevano resi celebri; pertanto a Nuoro nacque il Comitato per le onoranze a Grazia Deledda. In questo stesso clima nacque più tardi, nel 1983, la casa-museo e si propose di riportarne a Nuoro le spoglie. Per accoglierle si pensò proprio alla chiesa della Solitudine che aveva dato il titolo al romanzo, ma la chiesetta versava in stato d’abbandono e incuria.

Nel 1947 fu quindi bandito un concorso vinto dall’artista nuorese Giovanni Ciusa Romagna, che si ispirò proprio alla vecchia costruzione e alla descrizione fatta dalla Deledda.

I lavori iniziarono nel 1950. Ciusa Romagna invitò a collaborare gli scultori Gavino Tilocca ed Eugenio Tavolara. Il primo è autore del bassorilievo dell’abside, che raffigura la Vergine maestosa con lo sguardo basso e le braccia incrociate sul seno in posizione eretta contro la quinta paesaggistica dei monti. Il secondo esegue gli arredi liturgici: la porta del tabernacolo, i candelabri, la Via Crucis e, infine, il bellissimo portale di bronzo, ancora oggi considerata una delle opere più importanti dell’artista.

Sul fronte un’ampia cornice racchiude la Madonna con bambino, attorniata da elementi iconografici tipici dell’arte sarda, mostrati come se fossero sospesi, senza gravità, con richiami all’arte onirica di Marc Chagall. Sul retro uno spazio rettangolare reca incisa la croce e la scritta: “In memoria di G. Deledda Nuoro 1954″, anno della conclusione dei lavori.

Grazia Deledda lasciò incompiuta la sua ultima opera “Cosima, quasi Grazia”, autobiografica, che apparirà in settembre di quello stesso anno sulla rivista “Nuova Antologia”, a cura di Antonio Baldini e poi verrà edita col titolo “Cosima”.

Se si legge in chiave autobiografica, anche La Chiesa della Solitudine può raccontarci qualcosa di Grazia, che ha sempre lasciato fossero i suoi romanzi a parlare per lei, lontana dalle luci della ribalta e attenta a vivere la sua vita appartata nella casa che aveva costruito per la sua famiglia.

La Chiesa della Solitudine è una storia di resistenza e di autoaffermazione in un conteso dominato dai pallidi echi del Regime che considera la donna come “angelo del focolare”, confinandola in stantii ruoli di genere che diventano spesso costrizioni e provocano frustrazione nelle donne che non possono adempiervi.

Chiunque abbia letto il romanzo, non solo è diventato complice del segreto custodito dalla protagonista e da sua madre, unite nel comune intento di non rivelare il morbo, ma ha provato angoscia, empatia, ed anche disprezzo per il maschilismo spicciolo contenuto nelle parole di alcuni personaggi come il prete Serafino e il dottore. “La donna è fatta per sposarsi, per crearsi una famiglia, compiere il proprio ciclo, come lo hanno compiuto le nostre madri e le nostre nonne”

O ancora: “La primavera è fatale alle donne. Come la terra, esse hanno bisogno, in questa stagione, di fiorire, godere, essere feconde. L’amore è il miglior polline per loro. Tutto va bene quando c’è l’amore: null’altro conta, nella vita, poiché la vita stessa è l’essenza, il principio e la fine dell’amore. Se tu, mia cara amica, ti fossi sposata dieci anni fa, a quest’ora avresti tre o quattro bambini, qui intorno, a far compagnia ai fiori, agli uccelli, e sopra tutto al tuo cuore. Ma tu, forse, hai badato alle altre vane cose della vita, e così adesso ti sciupi, ti consumi lentamente, sei come una mandorla che si secca entro il suo guscio prima di esser venuta a maturazione”.

Ma nella compostezza della sua figura, Grazia Deledda delinea il ritratto di una donna forte, un’eroina mitica che, pur privata di un seno, appare come “un’amazzone di bronzo dorato”. Pur nella sua menomazione fisica, ella ha rifiutato di piegarsi ad un ordine predeterminato, un mondo fatto di uomini incapaci di andare oltre le convenzioni ed i ruoli di genere e scrivere una storia fatta di donne.

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