UNA QUESTIONE DI PELLE: RICCARDO COSTA, AUTODIDATTA PER CREARE LA SELLERIA A NUORO

ph: Riccardo Costa
di LUCIA BECCHERE

Il profumo della pelle, le foto e gli oggetti antichi che tappezzano i muri della selleria di Riccardo Costa ci rimandano a tempi molto lontani. Una DUER, antica macchina per cucire la pelle risalente ai primi del novecento e perfettamente funzionante, cattura oltremodo l’attenzione della clientela. Questa caratteristica bottega artigiana, ornata di archi e architravi in granito, si trova al centro storico di Nuoro in prata ‘e presone, antico rione di s’aligurru (mondezzaio) dove fino al 1975 sorgeva l’ottocentesco carcere “La Rotonda” di via Roma, altra vittima immolata sull’altare del progresso, abbattuto per erigere un anonimo Centro Polifunzionale. Riccardo Costa è nato a Nuoro nel 1965. Il padre Giannetto, insegnante elementare a Lollove, negli anni ’50 aveva lasciato il capoluogo barbaricino per raggiungere il Brasile dove uno zio gli aveva trovato sistemazione presso il Consolato Italiano. Aveva sposato una brasiliana di origini italiane ma dopo la nascita della prima figlia Natalie e non potendo resistere al richiamo della sua terra d’origine, nel 1957/1958 decise di rientrare in città trovando lavoro nell’Ente Foreste prima e poi nella Venatoria. Morì nel 1981 a 55 anni quando Riccardo ne aveva solo 14.

Come e quando ha iniziato a fare questo lavoro? «Sono autodidatta. Ho iniziato a lavorare la pelle da ragazzino grazie alla innata manualità che mi è stata trasmessa da mio padre e mio nonno. Non amavo tanto la scuola e in quarta superiore (frequentavo l’Istituto agrario) ho abbandonato gli studi. Nel 1987 sono partito per il servizio militare e al rientro mi sono dedicato esclusivamente alla lavorazione della pelle, da sempre la mia grande passione».

All’ingresso uno strano oggetto troneggia su di una panca, di cosa si tratta e qual è la sua funzione? «È s’istriglione strumento che va collegato dietro la sella per la donna che monta a groppa ( pro sa groppera), non viene utilizzato a Nuoro ma in alcuni paesi della Sardegna fra cui Dorgali dove viene chiamato su molu ».

Quando ha realizzato il suo primo oggetto? «Avevo 14 anni quando per mia sorella Natalie ho realizzato una borsetta in vacchetta color cuoio a forma di mezza luna che ho voluto griffare con il marchio in ferro GMS che mio trisnonno Costa Mele Sulas utilizzava per il bestiame e che ancora conservo (ce lo indica appeso sopra un architrave). Così ha avuto inizio il mio viaggio nel mondo dell’artigianato».

Qual è stato il suo percorso lavorativo? «Già dal 1986 mi ero iscritto all’Albo Imprese Artigiane. Non ho mai usufruito di alcuna agevolazione dei fondi per gli artigiani se non quella di pagare troppe tasse e mai ho avuto la possibilità di assumere del personale perché lo Stato non mi ha messo in condizioni di farlo. Mia moglie Caterina è sempre stata la mia più grande collaboratrice e tuttora condivide con me questo lavoro».

Di che tipo è la sua clientela? «Un tempo rifornivo tanti negozi e diverse case farmaceutiche per le quali creavo borse professionali, ora non più. I miei clienti sono di diversa provenienza sociale e geografica, così come sono diversi gli oggetti che mi vengono richiesti: dalla borsa alla sella, dai gambali alle cintole».

Qualcuno dei figli ha imparato il suo mestiere? «Ho due figlie molto giovani che frequentano la scuola, ma nessuna di loro mostra attitudine a questo lavoro».

Quanto tempo trascorre nella sua bottega? «Non ho orari, comunque parecchio. Talvolta non sono sufficienti 15 ore al giorno e in certe ricorrenze lavoro anche la domenica per far fronte alle pressanti richieste cercando sempre di garantire grande qualità e prezzi accessibili».

Ha partecipato a qualche mostra? «Ho partecipato a mostre espositive a Milano e Verona, ma la cosa non mi ha mai interessato più di tanto così come non mi interessa lavorare per i negozi perché faccio molta fatica a soddisfare la mia numerosa clientela».

Ha mai pensato di esportare i suoi manufatti in Brasile? «Sono stato in Brasile, ma non ho mai pensato di esportare i miei prodotti in quel paese, per farlo dovrei cambiare genere in quanto la loro è una cultura diversa che produce un altro tipo di artigianato. Francamente non ne sento la mancanza perché i miei lavori sono molto apprezzati non soltanto in Italia ma anche oltralpe».

Come si sente la sera quando chiude bottega? «Sicuramente stanco ma molto gratificato. Nella vita non avrei potuto e neppure voluto fare altro».

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

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