VERSO ZERFALIU … IL VILLAGGIO DI SANTA BARBARA, CHECKPOINT CHARLIE DELLA CIVILTA’ NURAGICA

di MAURO PILI

Non sforzate la vista, l’orizzonte è pianura. Infinita. Brulla e intarsiata, arata e ondulata, come se i trattori avessero innestato la marcia del vento.

In questo avamposto di Sardegna, nascosto dal tempo, rimasto in ombra dopo che i romani tracciarono la Carlo Felice, scorre il Tirso. Sconosciuto e sinuoso, a tratti impervio e insolcabile.

Inutile attivare il satellitare, non lo segna.

L’ombra di quel vecchio tratturo, asfaltato ma colonizzato dall’incuria e dall’abbandono, scompare anche sulla carta digitale.

E del resto è molto più semplice pronunciare il nome di Tzorfolìu in sardo piuttosto che irrompere sulla riva del più grande fiume della Sardegna e scorgere, abbarbicato su un altopiano a bassa quota, uno dei più esclusivi capolavori dell’ingegneria nuragica.

Non so come, ma andateci. Seguite le indicazioni per Zerfaliu, dopo Oristano, e cercate Villanova Truschedu.

Non importa quale strada inforcate. Prima o poi un fiume vero, carico d’acqua, vi farà riconquistare la certezza dei luoghi.

Impegnate lo sguardo, seguite il nord del fiume, sulla sponda sinistra.

Quando gli occhi avranno studiato l’orizzonte non rassegnatevi. Riprovate. Del resto se andate avanti la strada che troverete sarà sbarrata da un muro in pietra. Oltre non si va.

Solo con una radiografia ad occhio nudo e curioso, l’orizzonte scrutato in lungo, in largo e in alto, vi renderete conto di una soglia circolare rivolta alle stelle, avvolta dalle frasche irrigidite dal vento che ne ha segnato la possente fibra nuragica.

Traguardate o voi che state entrando nella vita millenaria del Popolo sardo. Traguardate e incrociate, sentieri e punti cardinali, stelle e fiume.

Del resto l’acqua, presidio universale di vita, ha da sempre segnato i passi più remoti delle civiltà più antiche. Qui più che mai.

E lo snodo tra Villanova Truschedu e il Tirso è come il checkpoint Charlie tra la riva destra e sinistra del Muro di Berlino.

Asserragliati e protetti a destra e sinistra, in alto e a mezza costa, per presidiare il bene primario delle genti di Sardegna.

E del resto che in questo proscenio si erigesse la porzione più prospera della civiltà nuragica lo si evince dall’altezzosità delle edificazioni nuragiche.

Scolpite dal tempo e dall’ingegnosità arcaica.

Non vi darò mai le indicazioni cartografiche.

Perdetevi e trovatelo.

Il villaggio Santa Barbara c’è ma non si vede.

E’ unico. Nero e rosso. Nascosto ma visibile. Come la pietra che il tempo ha modellato e reso esclusiva.

Incastonato da qualche millennio in questo paesaggio unico.

Fatevi guida, fate da voi, entrate in silenzio.

Cercate di cogliere quello che i libri di testo non hanno mai scritto. E forse mai scriveranno.

Ritornate indietro di qualche migliaio di anni, tre, forse quattro. Immaginate quel dotto e illuminato ingegnere nuragico che ha posizionato, progettato e realizzato tutto questo.

Chiedetevi come sia possibile che dopo 4000 anni quell’edificio sia intonso, così come modellato dall’uomo e assemblato da muschi veri. Millenari anche loro.

Un apparente cumulo di pietre fattosi monumento di ingegno e di paesaggio. Scolpito prima dall’universo e poi dalla sapienza di chi ha messo l’una sull’altra quelle ciclopiche ossa della terra.

Ecco, se arrivate a Santa Barbara, sulle colline del Tirso, stampatevi in testa: edificato dagli ingegneri delle stelle e dei nuraghi.

Benvenuti a Santa Barbara, villaggio intatto dell’infinita ed esclusiva civiltà del Popolo Sardo.

Per trovarlo dovete cercarlo. Con la mente e con il cuore!

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