FU LA PRIMA DONNA IN ITALIA A FAR PARTE DI UN ESECUTIVO REGIONALE: PIERINA FALCHI, IL RICORDO A CENT’ANNI DALLA NASCITA

ph: Pierina Falchi
di LUCIA BECCHERE

«La vita familiare non si concilia con la politica», sosteneva con convinzione Pierina Falchi che, abbracciando la politica, non si è mai voluta sposare. Nata a Nuoro il 27 gennaio del 1919, prima di sette figli, maturità classica nel capoluogo barbaricino, nel 1942 si è laureata in lettere antiche con 110 e lode all’Università La Sapienza di Roma col professor Natalino Sapegno. Rientrata in città, ha insegnato materie letterarie al liceo e alle magistrali e da giovane attivista cattolica ha militato nella Democrazia Cristiana dal 1946. Con l’approvazione dello statuto speciale del 26 febbraio 1948, la Sardegna è diventata una regione autonoma e quando l’8 maggio 1949 per la prima volta i sardi furono chiamati alle urne per eleggere il Consiglio regionale, Pierina Falchi, eletta nelle liste del suo partito con Eufemia Sechi (DC) e Claudia Loddo (PC) fu una delle prima donne ad aver ricoperto la carica di consigliere. Segretario regionale nella prima legislatura, il 13 luglio 1955 fu nominata assessore regionale alla Pubblica Istruzione, Assistenza e Beneficenza nella giunta Brotzu. La prima donna in Italia a far parte di un esecutivo regionale e l’unica a battere il record di ben cinque legislature, rimanendo in carica fino al 1969.

Donna determinata e di grande temperamento, teneva comizi ovunque e padrona della piazza catturava la folla con semplicità ed eleganza. «A me toccava seguirla nei vari paesi – ricorda la sorella Elena oggi 84enne – perché mia madre sosteneva che non era conveniente che vi andasse da sola in quanto donna e per giunta giovane e così dall’età di dodici anni, mia sorella Pierina mi portava sempre con sé. Ricordo quando ad Ovodda, dopo un suo brillante comizio si era animata la discussione fra simpatizzanti e avversari politici, mi condusse via di tutta fretta prima che la situazione degenerasse, per poi farci quattro risate nel ricordare l’episodio. In una società dove le donne avevano da poco ottenuto il diritto di voto – il suffragio femminile fu sancito nel 1945 – la Falchi si adoperò per migliorare la situazione di povertà e arretratezza del popolo sardo. A favore dei giovani fece istituire corsi di formazione professionale, avviò il progetto per la realizzazione di settanta scuole materne contro la disper- sione scolastica e l’analfabetismo dilagante, mentre con l’amico Antonio Pigliaru impostò un piano di sviluppo per l’istruzione elementare a favore degli ultimi. Certa che il riscatto sociale dovesse passare attraverso la cultura e il lavoro, diede vita a convegni e dibattiti, incrementò Musei ed Enti locali, favorì gli scavi archeologici e istituì cattedre Universitarie di grande prestigio.

Signora Elena, che rapporto aveva con sua sorella? «Pendevo dalle sue labbra, fra me e lei vi era una differenza di 16 anni. Ricordo che da bambina mi raccontava molte storie, insieme facevamo lunghe passeggiate e quando ho avuto la malaria vigilava premurosa su di me e mi allietava con i suoi disegni. Al ginnasio sono stata sua alunna e senza concedermi alcun privilegio, mi sottoponeva con il dovuto rigore alle verifiche al pari di tutte le altre alunne».

Come la definirebbe? «Decisa e coraggiosa nelle sue scelte. Sapeva essere tenera, affettuosa e generosa, capace di stabilire una forte empatia con le folle, ma sempre molto autorevole. Era preparata, amava leggere e viaggiare. Per lavoro ha visitato mezzo mondo: durante il suo assessorato ha soggiornato anche a New York per conoscere il sistema scolastico americano, ma i viaggi di piacere li faceva con noi sorelle».

Ha qualche ricordo della sua infanzia? «Nel ’43 durante la guerra, noi donne – i maschi erano tutti al fronte – eravamo sfollate alle porte di Nuoro, in località crapa a s’aba vicino alla strada ferrata, nella casa di mio nonno Pietro Espa che noi raggiungevamo a piedi mentre lui ci seguiva a cavallo. Insieme facevamo lunghe passeggiate in aperta campagna, costeggiando le ferrovie complementari fino a su cantaru vriscu, sito che prende nome dalla presenza di abbondanti acque sorgive e dai grandi vasconi atti a raccoglierle. Dopo il referendum, con l’avvento della Repubblica, la vita riprese la sua normalità e di quel periodo avventuroso da sfollati è rimasto in tutti noi un antico e prezioso ricordo familiare».

Cosa ricorda ancora di lei? «Dopo il ’69, finito il suo impegno politico, si stabilì a Nuoro – “voglio ritornare alle mie radici, diceva – dove riprese l’insegnamento fino al 1977 e l’impegno nel sociale. Ricoprì la carica di consigliere d’amministrazione dell’Isre collaborando alla creazione del Museo del Costume, fu anche insignita del titolo di Cavaliere di Malta e Commendatore della Repubblica. Parlava con piacere dell’esperienza politica, delle tante persone che venivano a trovarla nella nostra casa di Nuoro dove la porta era sempre aperta per chi cercava signorina Pierina. Sapeva accogliere ed ascoltare tutti: gente comune, amici e parenti. Al di là dell’aspetto burbero era socievole, brillante e simpatica, sensibile e caritatevole. Prima di morire, lei che viveva bene della sua pensione senza mai accumulare grandi ricchezze, aveva lasciato scritto che nessuno dei familiari avanzasse pretese nei confronti dei suoi debitori».

Pierina Falchi è scomparsa a Nuoro il 12 maggio del ’98 a causa di una malattia autoimmune che si trascinava da lungo tempo. La sua salma riposa accanto ai suoi cari in una tomba semplice ed elegante dove si innalza una splendida stele di Gavino Tilocca.

per gentile concessione de https://www.ortobene.net/

Una risposta a “FU LA PRIMA DONNA IN ITALIA A FAR PARTE DI UN ESECUTIVO REGIONALE: PIERINA FALCHI, IL RICORDO A CENT’ANNI DALLA NASCITA”

  1. È stata mia prof. Qualche anno prima della sua morte (era lucidissima e sempre di piacevole conversazione) le dissi che, diventata prof a mia volta e insegnando le sue stesse materie, avevo sempre presenti le sue lezioni, e che per me lei era stata un modello di docente. Mi rispose con la sua allegra risata, dicendomi:”Non merito tanto!”, ma sapeva di meritare molto di più.

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