A PROPOSITO DI RWM, DI DOMUSNOVAS, DI BOMBE E ALTRO: LA COMPAGNIA TEATRALE SICULA-SVIZZERO-GRECA “ASTROGALO” METTE IN SCENA “DERIVA”

compagnia Astrogalo
di MARCO PIRAS

«Vogliamo raccontare storie di persone, in questo caso di persone che lottano per un lavoro. Non a caso l’impulso più forte è partito dal Sulcis-Iglesiente» dice Ivana Di Salvo, attrice, regista e autrice siciliana che vive a Basilea da due anni. «Deriva non è un progetto teatrale legato a un territorio preciso. La produzione di armi riguarda diversi Paesi europei, tra cui la Svizzera dove viviamo. Ci siamo interessati a Domusnovas e al Sulcis inizialmente; da questo territorio è partito l’impulso più forte. L’interesse della Compagnia per il tema armamenti e commercio di armi è stata la molla per la stesura del testo e per la messa in scena. Le storie vengono da diversi territori. Abbiamo intervistato anche Franca Faita, ex operaia della Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Brescia) industria produttrice di mine antiuomo. Grazie alle pressioni interne di alcune operaie – tra cui Franca Faita, insignita del riconoscimento di “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana” per il suo operato – l’industria cessò la produzione di mine nel 1994 dopo la moratoria del governo italiano contro le mine antiuomo e fu riconvertita con l’acquisizione da parte della Vehicle Engineering & Design. Il testo affronta la questione del lavoro da prospettive diverse: come quella di Teulada che lavora, mentre il marito è disoccupato e non trova un impiego; o di Anna che vorrebbe studiare in una scuola d’arte. Ma emergono anche altri temi: la maternità e la ricerca della propria strada nella vita».

Ha un bel dire Ivana di Salvo che la rappresentazione riguarda la Sardegna al pari di tanti altri possibili territori, perché quando io leggo la locandina e vedo che due personaggi, due sorelle, hanno nome Sulcis e Teulada, da quel momento io e qualunque spettatore sardo (ma anche tanti italiani) circoscriviamo la visuale. Scopriamo che Teulada ha scelto la via dell’emigrazione nell’Europa centrale, mentre Sulcis sceglie di rimanere, avendo la possibilità di lavorare nel suo paese in una fabbrica di mine antiuomo e d bombe. A quel punto lo sguardo si focalizza e ci appare la RWM di Domusnovas. Diverso è, certamente, per uno spettatore svizzero o di altri Paesi europei.

Fra me e me mi riservo di chiederle se se la sentirebbero di rappresentare lo spettacolo anche a Domusnovas, il paese della regione storica, il Sulcis, tra le più depresse d’Italia e dove – a Domusnovas appunto – la RWM è, di gran lunga, la più importante fonte di reddito per la popolazione. Come sempre, in situazioni simili, il discorso si fa delicato: da una parte eventuali remore e scrupoli etico-politici che comporta fabbricare armi; armi che ammazzano, rendono invalidi membri della popolazione civile, nello specifico nello Yemen; dall’altra duecento stipendi in una zona senza altre prospettive, cui non si può rinunciare. L’alternativa resta, come è sempre stato, emigrare o cercare di sopravvivere in qualche modo.

Mi torna in mente un’esperienza personale: un’assemblea a Carbonia, circa 30 anni fa in cui si dibatteva sul destino delle industrie sempre in crisi del Polo sulcitano di Portovesme (la Centrale elettrica, Eurallumina, Consal ecc) cioè la Terra dei Fuochi di Sardegna. Azzardai, con tutto il garbo possibile (premettendo che ero ben conscio dell’importanza dei posti di lavoro) che si sarebbe dovuto dare una decisa spinta a una lotta per la riconversione. Ma pur con tutte le premesse e attenzioni, in quell’atmosfera infocata, rischiai la mia incolumità. C’è poco da fare: bisogna non accettarle da subito le scelte industriali infami in territori con ben altra vocazione; quando gli impianti entrano in funzione, la produzione si avvia, le buste paga arrivano, hai voglia di fare discorsi e a dire che quelle industrie stanno rovinando un territorio, nel quale non si possono neppure più raccogliere i prodotti della terra, dove il mare blu e turchese di Sardegna diventa rosso velenoso, dove le percentuali di leucemie infantili sono fra le più alte al mondo.

Hai voglia di dire che le bombe prodotte a Domusnovas uccidono civili, bambini o adulti che siano, colpevoli di essere al venuti al mondo in quella parte di mondo. Ma non c’è etica che tenga, non c’è scrupolo che resista: anche da questa parte ci sono famiglie, ci sono bambini che devono sopravvivere e vivere. Non uno solo dei dipendenti RWM dirà che non gli dispiace quanto succede in Yemen o che non è contro la guerra, ma… Solo chi non è coinvolto può permettersi un giudizio “obiettivo”.

E quando arriva la mia domanda provocatoria: «Fareste la vostra rappresentazione a Domusnovas?». Ivana Di Salvo ci pensa un po’. E la prende alla lontana. «Vengo dalla Sicilia, un territorio simile quanto ad alcuni problemi, ma anche molto diverso dalla Sardegna. Abbiamo fatto un viaggio attraverso il Sulcis-Iglesiente, percorrendo il Cammino di S. Barbara, protettrice dei minatori, attraverso i vecchi impianti estrattivi, i villaggi minerari abbandonati, le gallerie e i pozzi del carbone diventati museo a Carbonia, i porti minerari, Monteponi, Nebida, il villaggio fantasma di Ingurtosu con i dormitori, proprio per capire qual è la storia industriale ed economica del territorio. Ho anche visitato Domusnovas, la gente molto ospitale. Abbiamo incontrato il Comitato No Basi, il Comitato di riconversione RWM, ma non siamo andati a cercare chi lavora nella RWM. Peraltro c’è il dovere di una giusta prudenza nel muoversi in un territorio e in una comunità per me non conosciuta, mi si impone discrezione. Sono gli abitanti del luogo che devono fare scelte e soprattutto i politici. Certamente non posso andare a puntare il dito accusatore. L’idea dello spettacolo teatrale non è dare giudizi, quanto provare a presentare una realtà e raccontare una storia».

Forse sarebbe stato difficile affrontare il tema con i lavoratori di Domusnovas. Forse è troppo preoccupata Ivana Di salvo – penso io – di una reazione ostile in un territorio con il quale non ha dimestichezza. Le direi che forse, senza fare prediche e senza colpevolizzare nessuno, si potrebbe parlare di tutto serenamente anche con lavoratrici e lavoratori della RWM.

Lei continua a ragionare sulla possibilità di una rappresentazione nella zona. «Forse si potrebbe fare, creando un’occasione di dialogo, non certo un’inutile o controproducente provocazione. Ne parlerei con persone del luogo. Non si può prendere di petto chi lavora lì perché non ha alternative. Non si tratta di una scelta perché è l’unica possibilità. La cosa che meglio può funzionare, credo, è l’attività politica sul luogo, della gente del luogo, dei politici del luogo».

Insisto: «Dunque, pensa che potreste portare il lavoro anche a Domusnovas, mi sembra di capire». «Potrebbe essere non così semplice a Domusnovas; ma forse a Iglesias, la cittadina pochi chilometri distante, quindi già in territorio “neutro”, posso immaginare una rappresentazione» mi dice: «Solo che la fabbrica sembra che preveda un ampliamento proprio nel territorio di Iglesias. La casa madre RWM Germania ha cessato le forniture e, dunque, è possibile che rimedi ampliando la la filiale sarda. In tal caso anche Iglesias potrebbe non essere più terreno neutro».

Non ho pensato di chiedere all’autrice regista se, in prospettiva, per una rappresentazione in Sardegna penserebbe a qualche adeguamento del testo, non fosse altro per il problema linguistico. L’ultima domanda: «Perché il titolo Deriva?». «Lo diciamo nella scena finale prima dell’epilogo. Vediamo questi personaggi come trascinati dal mare, dall’acqua, un corpo che galleggia. Esseri umani di passaggio nel mondo, siamo in balia della vita, abbandonati al vento, alle onde, non riusciamo a reagire».

Forse un po’ come le Canne al vento della Deledda.

Astragalo è una compagnia e realtà teatrale sospesa tra Sicilia, Grecia e Svizzera; e in questo progetto anche la Sardegna. E’ stata fondata a Basilea, nel gennaio 2018.

Teulada e Sulcis sono due sorelle: la prima ha scelto la via dell’emigrazione in un Paese del centro Europa, la seconda ha scelto di rimanere, occupata in una fabbrica di mine e bombe in mezzo alla campagna, in mezzo agli ulivi, isolata dal ferro spinato, che la tiene lontana dalla vita reale. Finito il turno di lavoro, con le mani sporche di esplosivo, si incammina verso casa, in un paesaggio di scempi di archeologia mineraria, in cui non ha altro scampo che la creazione di oggetti di morte. Teulada desidera ardentemente un figlio. Ha adottato Anna che lavora in un call center e con la sua cuffia in testa ascolta le voci della gente. Fanno tutte parte della stessa famiglia, una famiglia in cui è forte il senso di sradicamento sia per chi resta sia per chi e partita. Queste donne “feroci” si muovono in un’atmosfera inquieta e onirica, cercano di uscire fuori dal conformismo che le attanaglia e di dare un senso alla propria vita, riscoprendosi. Una ricerca che è sia fisica sia profonda nell’intimo umano. Le turbolenze emotive e degli accadimenti vengono vissute fortemente anche attraverso il corpo ed espresse anche con la danza. Oltre a quelle che sono le dinamiche familiari emerge una storia di solitudine, di isolamento sociale e umano, ma anche di solidarietà e fratellanza, alla ricerca di una possibilità di riscatto. Fanno da sottofondo temi a noi cari, attualissimi in Svizzera, come anche in Italia: il diritto al lavoro e il diritto allo sciopero (limitato in Svizzera dove si cerca piuttosto di preservare la pace del lavoro), la produzione e il commercio di armi con i Paesi in guerra, la disoccupazione tra i giovani e il senso di appartenenza-non appartenenza che perseguita chi lascia il proprio Paese, la maternità.

Personaggi forse mai esistiti o forse esistenti. Sono come cargo, contenitori di emozioni, di vite potenziali e di desideri. Corpi mercificati. Cozzano, si accostano, senza mai avvicinarsi veramente. Eppure si toccano l’uno con l’altro e si tengono compagnia. Il lavoro sui personaggi (attenzione non la trama!) appare ispirato a Pedro Paramo di Juan Rulfo in cui i personaggi sono simbolo di una compresenza di passato e presente, di illusione di incontro nel tempo eterno e circolare. Un attraversamento di corpi e di vissuti. La scrittura è stata supportata da un lavoro di ricerca sul territorio della Sardegna, con interviste a cittadini di Domusnovas e del circondario e da alcune interviste fatte a Franca Faita, ex operaia della Valsella (industria di mine poi convertita alla fine degli anni ’90 ).La musica ha un ruolo centrale nel processo creativo e nello sviluppo della linea drammaturgica. Non è una semplice colonna sonora ma uno stimolo per i nostri corpi, una liberazione e una catena. Tassos Tataglorou con la sua tromba Microtone-Duplex, la sua chitarra e la musica elettronica crea diari sonori, autoritratti esplorativi, che accompagnano le tre donne nelle loro vicissitudini.

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