MEMORIE DELLA GRANDE GUERRA: LA CONCLUSIONE DI UN CONFLITTO LUNGO, ATROCE E DISUMANO

di DARIO DESSI'

A seguito delle condizioni dell’armistizio stipulato fra i plenipotenziari del Comando Supremo del Regio Esercito Italiano in nome di tutte le potenze alleate e degli Stati Uniti d’America e i Plenipotenziari del Comando Supremo Austro-ungarico, le ostilità per  terra, mare e cielo su tutti i fronti dell’Austria – Ungheria erano state sospese alle ore 15.00  di  lunedì 4 novembre 1918.

7 novembre 1918.  Il bollettino N. 1272 del Comando Supremo, ancora una volta, segnava alla riconoscenza dell’Italia i fanti sardi della 33° divisione.“A Caporetto ci siamo e ci resteremo”, ebbe a dire il generale Sanna, nonostante gli intrighi, le mene e certe convulsioni da parte degli jugoslavi che cercavano di riaccendere odi e di creare imbarazzi.

I sardi dopo essere stati in varie battaglie gli artefici delle vittorie, erano diventati gli eccellenti difensori dei nuovi confini d’Italia,  mettendo in fuga anche le vane  illusioni di nuovi potenziali nemici.

Per tre mesi compirono un delicato ed abile servizio di vigilanza lungo la linea di armistizio nella zona Bogatin – Monte Porzen e nel febbraio del 1919 la Brigata Sassari  poteva, con la coscienza del dovere compiuto, e dopo aver ricevuto l’elogio del Generale Sanna, destinato ad altra missione, celebrare nella pianura di Udine la festa della vittoria e ricevere i doni della Casa del Soldato dell’esercito americano.

Vittorio Emanuele III intanto aveva concesso ai due reggimenti le drappelle onorifiche, che fino al 1918 aveva avuto soltanto il reggimento cavalleria Savoia.

Della consegna dell’alto distintivo venne incaricato un sassarese, il tenente colonnello  conte Luigi Mella di Sant’Elia, il quale con la Casa Militare di S.M. aveva seguito tutte le vicende della lunga  guerra. Il colonnello Giacinto Melchiori, nuovo comandante del 152°, rivolgeva, in questa occasione, un discorso che esprimeva la sua convinzione.

Il nuovo comandante,  nato a  Crespano del Grappa, così ebbe a  sintetizzare le virtù  dei fanti sardi:

“Tutta l’Italia –  egli disse – tutta la grande patria rivolge ora l’anima ai suoi soldati, commossa e riconoscente. Oh, se noi si potesse, o miei soldati, udire la gran voce della patria, la gran voce dell’anima italiana, essa certo ci direbbe così: Oh, sorte mia ti ringrazio poiché finalmente, dopo tanto soffrire,, dopo un soffrire di secoli, dopo ansie lunghe come eternità, dopo aver pianto fiumi di lacrime, dopo essere stata ferita, insultata, schiava, non intesa, oppressa, ho ritrovato finalmente i miei figli!

Ed essi hanno vendicato sull’odiato nemico il sangue di tutti i miei martiri, di tutti i miei morti gloriosi. Io vi soggiungo, o figlioli, che la nostra non è stata vendetta, ma puro, ma santo, ma anelante diritto alla unità, alla libertà.

Siate sempre orgogliosi di essere nati nella ormai immortale Sardegna, sul bel suolo d’Italia, e questo vostro orgoglio mostratelo ovunque, perché nessuno al mondo potrà mai smentirvi. E i vostri figliolo sentendo che voi eravate della Sassari e che foste ai Razzi,alle Frasche, al Monte Zebio, alla Bainsizza, a Monte Val Bella, nel Basso Piave, spalancheranno gli occhi stupefatti e voi potrete leggere in quegli sguardi amorosi questo grande, questo orgoglioso pensiero: ‘mio padre è un eroe’!

I sardi accolsero con evviva le parole del valoroso colonnello; la popolazione liberata  confermava la gratitudine ai grandi liberatori, alla gloriosa brigata che non morrà nei fasti militari.   

C’era, però, chi non era nato per fare il guerriero, c’era chi non si sentiva assolutamente pavido e c’era chi non riusciva, proprio, ad abituarsi alla vita di strapazzi, di sacrifici  e di pericoli di una guerra.

Per questo o per altri motivi, c’era anche chi  diventava un disertore ed era prontamente  condannato all’ergastolo dai Tribunali Militari di Guerra.

Comunicazione di condanna all’ergastolo

  Inviato alle Autorità Comunali del luogo di provenienza di un soldato condannato,  con la preghiera di informare i genitori o i parenti più prossimi. La Direzione dello Stabilimento Penale, dove l’ergastolano stava scontando la condanna a  vita, informava in tal modo i familiari sullo stato  di salute del loro congiunto

18 agosto 1917   Dal libro “ Diario di un imboscato” di Attilio Frescura, in occasione della XI Battaglia dell’Isonzo:

“ Gli ordini perché l’azione sia condotta a fondo sono di una severità feroce: i nostri

avranno delle batterie da campagna e delle mitragliatrici che spareranno alle spalle, appena che si tentenni”.

GIOVEDI’ 8 novembre 1917   Un Bando del Comando Supremo, riguardante i militari sbandati, appartenenti all’Esercito mobilitato, già riportato dalla stampa quotidiana e pubblicato  nel N. 263 della Gazzetta Ufficiale, fu  reso noto al pubblico tramite alcuni manifesti fatti affiggere dai Distretti Militari nei comuni di tutto il regno.

“Per i militari mobilitati che sono sbandati e hanno raggiunto la zona territoriale, il termine  di cinque giorni fissato dall’articolo 1 del bando per la presentazione dei militari suddetti, decorre dalla data della presentazione del bando sulla Gazzetta Ufficiale e scade quindi alla mezzanotte del 13 corrente. Scaduto tale termine, il militare è considerato disertore alla presenza  del nemico e punito di morte col mezzo della fucilazione nella schiena. I militari predetti possono presentarsi a qualsiasi autorità militare compresi i reali carabinieri. Chiunque, nella zona territoriale, dopo la mezzanotte del 13 corrente, sottrarrà o concorrerà a sottrarre alle ricerche delle autorità il militare sbandato e gli somministrerà vitto e alloggio o un qualunque altro mezzo, favorirà il reato di diserzione e sarà punito a norma del codice penale militare.                                                                 Comunicato STEFANI

Dall’Archivio Comunale di Mogliano Veneto. Il bando per i militari di Mogliano e Preganziol. Il Comando dei Carabinieri della III Armata aveva provveduto all’affissione dei manifesti a Mogliano Veneto e a Preganziol. Quelle disposizioni, emanate  dai  comandi responsabili, oltre a palesare una rassicurante ripresa dell’attività di comando, ebbero un influenza  positiva sia sui soldati sbandati,  che stavano  per  essere   ricompattati  e  inquadrati in unità operative, sia sul morale delle popolazioni civili e, soprattutto, su quello dei profughi, che avevano abbandonato tutto quello che possedevano nelle  lontane contrade del Friuli e del Veneto, cadute in mano alle truppe nemiche. Una volta ricostituito e rimesso in efficienza, il Regio Esercito, aveva il non facile compito di  riconquistare i territori perduti e di  cancellare l’onta dell’infamante sconfitta di: CAPORETTO.

In buona parte i soldati italiani erano uomini semplici, in maggioranza contadini, partiti per la guerra senza grandi ideali e senza grandi esigenze e non portati, come ebbe a scrivere  Montanelli,  a sentire  alcun  “ Entusiasmo lirico per la bellezza dell’assalto”.

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