PIERGIORGIO PULIXI: CRIMINALITA’, SOCIETA’, BUONA SCRITTURA

di MICHELA GIRARDI

Autore dalla prosa asciutta e curata, abile surfista del buon noir, Piergiorgio Pulixi ci racconta di sé, del suo lavoro e dei progetti per il futuro. Classe 1982, lo scrittore cagliaritano Piergiorgio Pulixi – oggi di casa a Milano – ha all’attivo una decina di romanzi e numerosi premi e riconoscimenti in ambito letterario. Collabora con riviste e blog di settore come recensore ed è stato scelto per rappresentare l’Italia al Crime Writers Festival 2016 a Nuova Delhi, in India, e al Deal Noir Festival 2016 nel Kent, in Inghilterra. È stato presidente, nonché uno dei fondatori, del Festival letterario Giallo al Centro di Rieti. Il suo ultimo romanzo, “Lo stupore della notte” è stato scelto come miglior romanzo del 2018 dai lettori del Premio Scerbanenco. Autore dalla prosa asciutta e curata, abile surfista del buon noir, Piergiorgio Pulixi ci racconta di sé, del suo lavoro e dei progetti per il futuro.

Quando hai iniziato a scrivere? Come hai sviluppato la tua tecnica di scrittura? Ho iniziato intorno ai diciotto, diciannove anni. È stata fondamentale per questa scelta la lettura di “On writing – autobiografia di un mestiere” di Stephen King. Ho sempre adorato King. In quel testo racconta del suo rapporto con la lettura e con la scrittura, mentre la seconda parte del libro è un piccolo manuale di scrittura. Ho letto e riletto quel volume finché non ho deciso di provarci. I primi tentativi sono stati fallimentari. Poi qualcosa ha iniziato a girare per il verso giusto. La scrittura è fatica, ed è composta da una lunga sequela di fallimenti e rinunce. Trovare la propria voce non è per niente facile. Entrare nella scuola di un autore straordinario come Massimo Carlotto e partecipare all’esperienza del progetto “Perdas de Fogu” hanno in qualche modo forgiato la mia attitudine alla scrittura che ha smesso di essere qualcosa di improvvisato e istintivo, avvicinandosi a qualcosa di più professionale. Scrivere significa mettersi costantemente in gioco e prendere contezza del fatto che ci sarà sempre da imparare, ogni giorno. Per sempre.

Quali autori ti hanno influenzato maggiormente?  La lista sarebbe infinita. Ho sempre avuto una predilezione per gli autori americani come Stephen King, appunto, Edgar Allan Poe, Joe Lansdale, William Faulkner, John Steinbeck, Patricia HIghsmith. Dashiell Hammett e Raymond Chandler sono dei punti di riferimento imprescindibili per chiunque voglia scrivere romanzi polizieschi. Michael Connelly, James Ellroy… In Italia, tutta la scuola del noir italiano partendo da Massimo Carlotto e Carlo Lucarelli. Amo i classici russi, su tutti Tolstoj. Adoro Sandor Marài, Georges Simenon, Irene Némirosvky…. Insomma, la lista sarebbe davvero lunghissima.

Come nascono le tue storie? Come lavori ai romanzi?  Ti confesso che ogni romanzo è un’isola a sé. Quindi, nonostante abbia tendenzialmente un metodo abitudinario di lavoro e ricerca delle storie, mi capita di trasgredire alla routine e prendere altre strade. Sono solito però partire dalla cronaca vista la mia formazione come autore di noir, soprattutto legato alla tradizione del noir mediterraneo di Jean-Claude Izzo, Carlotto e Markaris; quindi parto sempre dalla cronaca, dalla realtà. Isolo degli articoli e dei fatti di cronaca che mi interessano in modo particolare. Mi documento e cerco di sondare se c’è del potenziale drammaturgico e narratologico, spesso contattando il cronista autore degli articoli o esponenti delle forze dell’ordine e inquirenti che hanno lavorato ai casi in evidenza. Se mi accorgo di essere “inghiottito” dalla storia, allora mi ci lascio andare e lascio l’idea in uno stato di incubazione. Dopo qualche giorno o settimana lavoro in modo metodico a una stesura di una scaletta di massima della storia, e da lì procedo a una definizione sempre più precisa dell’architettura della vicenda, cercando al contempo suggestioni ed echi del mondo narrativo che voglio raccontare. A volte, molto raramente, accade invece di andare a scontrarti con una storia; ne vieni quasi investito e ti si presenta in tutta la sua interezza. Se ti capita questa fortuna, solitamente entri in una sorta di trance in cui in poche sessioni metti tutto su carta. Per quanto mi riguarda, mi è accaduto una volta sola.

Parliamo dell’articolatissima serie che vede protagonista il commissario Mazzeo. Come è nato questo personaggio? In parte dalla volontà di andare del tutto contro corrente, scegliendo come “eroe” un personaggio negativo, un uomo che usa la divisa che indossa per i propri scopi e interessi. Secondariamente, dall’ambizione di provare a unire il noir con la tragedia shakespeariana e classica. Il protagonista è un poliziotto che si è creato attorno una squadra di colleghi che è diventata una sorta di famiglia allargata e disfunzionale e vuole prendere il controllo del narcotraffico in città. Entrerà in rotta di collisione con la ʼndrangheta, e le conseguenze e l’onda d’urto di questo scontro si propagheranno per tutti e quattro i romanzi della serie. Partire da un punto prospettico così borderline, in realtà è stato funzionale nel poter raccontare temi scottanti come la collusione tra criminalità organizzata e politica, la corruzione a tutti i livelli, il riciclaggio, il narcotraffico, etc. La matrice è sempre stata la realtà che ho trasfigurato ed esasperato letterariamente per raccontare delle storie che fossero ad ampio respiro e regalassero ai lettori il maggior grado di intrattenimento.

Parlare di criminalità vuol dire parlare della società. Perché hai scelto di adottare in questo senso il punto di vista di un poliziotto?  Per destabilizzare i lettori. Rovesciare già dalle prime pagine tutte le loro certezze mi ha permesso di tenerli sulle spine per tutta la saga, perché a quel punto la domanda era: se questo ha ucciso a sangue freddo una persona già dalle prime pagine, fin dove sarà disposto ad arrivare per raggiungere i propri scopi? La cosa più divertente è che questo personaggio, con tutte le sue ombre e criticità morali, rimane ancora il mio personaggio più amato. Questo ovviamente mi fa piacere, ma al tempo stesso mi spaventa.

Le donne sono spesso protagoniste nei tuoi romanzi. Subito viene in mente il commissario Rosa Lopez, al timone de “Lo stupore della notte”. Come riesci a caratterizzare i personaggi femminili?  Cosa hanno in comune le donne delle quali racconti? Il fil rouge che le lega tutte è la ribellione. Ribellione verso un universo maschiocentrico e maschilista, ribellione verso i tabù e i dogmi, verso la natura stessa che le penalizza fisicamente (soprattutto se metti questo in relazione con alcune professioni) rispetto ai colleghi uomini. Ribellione e caratteri impetuosi, forti e determinati. Alcune ardono di rabbia, altre sono in cerca del proprio posto nel mondo che viene loro legato e snudano le zanne per ottenerlo, a costo di andare contro tutto e tutti. La letteratura di genere e il noir soprattutto raccontano di personaggi che vengono spinti al limite, che raggiungono il punto di rottura. La maggior parte dei miei personaggi femminili segue questa parabola. La caratterizzazione ovviamente non è semplice, visto che quello femminile è un universo a me sconosciuto. Il trucco è leggere tantissimo, osservare le persone e i loro comportamenti, e farsi tantissime domande. L’empatia spesso sopperisce a tante esperienze che come uomo ovviamente non posso aver vissuto.

Perché, secondo te, il noir sta vivendo questo momento di incredibile esplosione nel panorama letterario italiano?  Credo che i motivi siano diversi. Da una parte c’è l’attenzione per la territorialità: spesso le città assurgono quasi a comprimari della vicenda, e facendo questo l’autore racconta una città o una provincia, ovviamente il tutto filtrato dal proprio punto di vista. Questo affascina i lettori. De Giovanni racconta Napoli splendidamente in due epoche differenti, così come Carlotto Padova o Manzini Aosta e Roma, e così via. I noir diventano così non soltanto dei viaggi emozionali, ma dei tour in alcune città italiane che diventano la scenografia dei delitti. La fascinazione verso il male, verso gli anfratti più reconditi e oscuri della psiche umana giocano sicuramente un ruolo non indifferente nel successo di queste storie. Un altro punto importante è che alcuni di questi romanzi raccontano in maniera magistrale degli vividi spaccati della nostra realtà, spesso meglio di quanto facciano alcuni giornali e quotidiani; nel noir si crea un’intimità più profonda con alcune tematiche perché esperite attraverso la mediazione del protagonista del romanzo che – solitamente – è una persona a cui il lettore tiene parecchio, ed è chiaro che l’immedesimazione con le vicende che vive è più profonda rispetto al grado di coinvolgimento che può dare un saggio o un articolo d’inchiesta. La scrittura e il ritmo sono altre due motivazioni importanti, a mio avviso: il livello letterario di questi romanzi da una parte si è alzato vertiginosamente rispetto a qualche anno fa, (parlo di una ristretta cerchia di autori e autrici), mentre dall’altro l’incredibile proposta derivante dal favore del pubblico verso questo genere letterario ha comportato un’invasione nelle librerie di noir scritti in maniera sciatta, romanzi improvvisati che sono stati commercializzati solo per sfruttare l’onda del momento, che purtroppo contribuiscono a svilire la percezione della critica sull’intero genere. Come in tutti i generi letterari c’è chi lavora meglio e chi lavora in maniera più superficiale. L’antidoto per non incappare in qualche prodotto scadente e mediocre è affidarsi a librai in carne e ossa che possono fare la differenza nell’operare le nostre scelte e nell’indirizzare i nostri gusti verso romanzi meritevoli del nostro tempo e della nostra attenzione. In un’epoca in cui il digitale e l’e-commerce avanza in tutti i mercati, il libraio -che andrebbe chiamato anche “operatore culturale” – rappresenta una risorsa fondamentale per orientarsi in questo mare in burrasca che è il panorama editoriale italiano. Librai, bibliotecari, blogger e promotori culturali, sono tutte figure professionali importantissime di questi tempi, solide ancore che ci impediscono di venire portati al largo dalla barbarie.

Il tuo prossimo lavoro sarà ambientato in Sardegna. Cosa puoi dirci di questo nuovo thriller che vedrà la luce nel 2019?  Sarà anche questo un romanzo di rottura, che racconterà una Sardegna inedita, sfruttando il genere thriller. Nonostante sarà ambientato ai giorni nostri, parlerà molto delle nostre tradizioni e dei vecchi culti delle comunità agropastorali pre-nuragiche; riti di sangue che affondano le radici in epoche arcaiche e misteriose che in qualche modo si ripresenteranno nella nostra quotidianità. Ci sarà anche molta ironia, e un utilizzo divertente della lingua e dei vari dialetti dell’isola, ma al tempo stesso la narrazione sarà intrisa di tensione e brividi. La nostra isola, su logu prus bellu de su mundu, ben si presta a mischiare atmosfere noir, thriller ed esoteriche in netta contrapposizione con l’immagine stereotipata che si ha della Sardegna dall’esterno. Abbiamo tante cose di cui essere fieri come sardi, e una di queste è il nostro prezioso territorio. Ho sentito l’urgenza di volerlo raccontare a modo mio, per tutti coloro che amano questo genere e la nostra terra.

Al premio Scerbanenco i lettori hanno decretato vincitore “Lo stupore della notte”. Cosa ha significato per te questo premio? Quali sogni nel cassetto hai come scrittore in questo senso? Il premio Scerbanenco è il riconoscimento di maggior prestigio a livello nazionale per chi scrive letteratura poliziesca. I lettori hanno scelto “Lo stupore della notte” come miglior romanzo del 2018 tra tantissimi bei romanzi in gara. Non ci sono parole che possano restituirti la soddisfazione e la responsabilità derivante da questo Premio. I lettori per me sono tutto ed è per questo che cerco di dare il massimo sia nei romanzi che negli incontri con i lettori. In questi anni mi si è creata attorno una fortissima comunità di lettrici e lettori che sono la mia linfa vitale. Il mio sogno nel cassetto è quello di migliorare romanzo dopo romanzo, dando sempre qualcosa di più a chi ripone in me la propria fiducia. Vorrei trovare parole sempre più belle e storie sempre più emozionanti. Mi piacerebbe soprattutto che un giorno la mia gente fosse fiera di me, o meglio, delle mie storie; perché per quanto possa andare lontano, l’Isola rimane il mio baricentro esistenziale.

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2 risposte a “PIERGIORGIO PULIXI: CRIMINALITA’, SOCIETA’, BUONA SCRITTURA”

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