POESIA, CUORE E LUCIDITA’: IL GRIDO D’AMORE NEL LIBRO DI ANNA MARIA SECHI, UN’AUTENTICO DOCUMENTO SULL’IMMIGRAZIONE ITALIANA ALL’ESTERO

Anna Maria Sechi con la figlia Graziella
di VALENTINA USALA e MASSIMILIANO PERLATO

“Puoi darmi il tuo indirizzo? Volevo inviarti in omaggio il mio libro” Così Anna Maria Sechi, attraverso le pagine social che ci hanno messo in contatto diverso tempo fa e tramite quelle collabora alla nostra testata che parla e racconta soprattutto di emigrazione sarda.Il più bel regalo di Natale mi è arrivato dal Belgio, terra d’emigrazione del dopoguerra. Dove gli italiani e i cani dovevano stare fuori dai locali.“Rondini” è una straordinaria testimonianza di vita di una sincera ed ostinata Anna Maria Sechi che racconta il suo percorso esistenziale fra sofferenze e poche gioie, con umiltà mettendo a nudo i propri sentimenti più intimi.

Le miniere del Belgio  “La fine della guerra, ha lasciato l’Italia nella più orribile miseria, quando è apparsa la possibilità di quel accordo tra le società carbonifere del Belgio, l’Italia non ha esitato a metterlo in atto, gli interessi della nazione erano tanti, a parte il fatto che si liberava di un bel po’ di disoccupati, gli era concesso una certa resa di carbone al giorno per ogni minatore che andava in Belgio a lavorare nelle miniere, il che faceva comodo al funzionamento delle industrie italiane, possiamo dire che i nostri padri, mariti, fratelli sono stati scambiati contro carbone.”

La tragedia di Marcinelle. “Sino al 1956, ogni due settimane i treni dall’Italia arrivano pieni di giovani uomini anche sotto i vent’anni, tutti con in tasca il contratto di lavoro che gli legava alle miniere per cinque anni. La testa colma di sogni imboccavano le vie delle vene del carbone e la strada delle cantine, dove la più parte alloggiavano, i primi tempi sono stati durissimi per tutti, la miniera non era un lavoro qualunque, ma si adattarono a quel pericolo, si adattarono al clima del territorio e all’ambiente locale non sempre piacevole fatto di umiliazioni e di spregi. L’immigrazione italiana cessò con la tragedia del Bois du Cazier di Marcinelle, perché mise dolorosamente in evidenza la mancata sicurezza che c’era nelle miniere. Quell’orribile incendio che bloccò 262 minatori nella miniera in fiamme, 262 vittime tra le quali 136 erano italiani tanti di loro hanno cercato invano delle vie d’uscita, nessuno gli ha potuti salvare la mala sorte si è accanita su di loro quel 8 agosto del 1956, Quel otto agosto ebbe inizio con un’alba soleggiata, che lasciava pensare che fosse una bella giornata d’estate, ma poche ore dopo il fumo che fuoriusciva dal pozzo della miniera in fiamme oscurò il sole e quel cielo azzurro di Marcinelle e si estese su tutto il circondario del Pays Noir”

La fuga verso la Bruxelles per salvaguardare la salute del marito minatore. “Le miniere non erano certo un posto di lavoro esenti dal pericolo, in ciascuna di esse non mancava no gli incidenti mortali, le frane nelle taglie erano frequenti, quando un masso di carbone cade addosso al povero minatore è intrappolato come un topo, anche se nessuno ne parla i minatori che hanno perso la vita qua e di la, negli anni neri del carbone sono tantissimi, la sicurezza era scarsa ovunque. I minatori e le loro famiglie quando succedeva che uno di loro mancasse a l’appello la notizia si spargeva ovunque, ci stringevamo alle famiglie colpite, su tutti noi cadeva un velo di profonda tristezza e la paura attorcigliava le nostre trippe pensando che l’indomani uno dei nostri poteva soccombere nello stesso modo, si viveva in un ansia permanente, la miniera oltre al pericolo degli incidenti c’era la silicosi che senza far rumore penetrava nei polmoni dei minatori. All’epoca si parlava poco anche di questa malattia, quando una certa percentuale era riconosciuta, era attribuito un risarcimento su forma di pensione dalla cassa delle malattie professionali, poi avvenne l’inverosimile ci fu una legge che una volta raggiunto il 65mo compleanno la percentuale di quella pensione che riconosceva la malattia era rivisto verso il basso, visto che l’operaio non apparteneva più al mercato del lavoro, senza tener conto che si portava comunque nei polmoni la percentuale di silicosi, leggi assurde studiate solo per far cassa, colpendo ancor più i già deboli chi si erano beccati la malattia.”

I lavori umili, le difficoltà economiche, la voglia di emergere nel tessuto sociale così avverso verso gli immigrati. E l’anemia mediterranea che colpisce la figlia Lucia sino alla sua scomparsa a 21 anni. Un libro che consiglio a tutti coloro che hanno provato cosa significhi emigrare sulla propria pelle. Un libro che scuote le coscienze. E’ un autentico documento sull’immigrazione.

il giorno delle nozze

Anna Maria, classe 1941. Donna. Sarda. Emigrata. Lascia la Sardegna a 12 anni, varcando il mare e le Alpi con i genitori, giungendo alla meta: la Vallonia e le sue miniere, in Belgio. “La vita in quegli anni non è stata facile, siamo stati spinti ad abitare nelle case più decadenti che ci fossero, ho avuto una pessima infanzia e una misera adolescenza. Questo primo periodo della mia vita ha lasciato il segno”.

Sposata a 16 anni, madre di tre figlie: la prima deceduta alla nascita, la terza affetta dalla thalassemia major muore all’età di 21 anni. “Sia mio padre che mio marito lavoravano nelle miniere di carbone belghe. La vita del minatore è stata squallida e molto difficoltosa; i belgi si rifiutavano di affittare loro le case, perciò tanti di noi hanno vagato da un ghetto all’altro”.

Racconti duri. È realtà, è la storia di un popolo, dalla quale si dovrebbe attingere il significato della parola emigrare. Subentra poi la necessità di sentirsi sardi. Nel 1961 si trasferisce a Bruxelles e nel 1970 diventa segretaria della federazione dei circoli del Belgio. Nel frattempo, viene eletta presidente del Coasit di Bruxelles e consultore dell’assemblea degli emigrati sardi. Per diversi anni è membro del consiglio che rappresentava gli stranieri del comune di Uccle, una borgata di Bruxelles. Nel 1994 si trasferisce a Charleroi e posto che vai, Sardegna che incontri: nel 1999 è eletta presidente del circolo della medesima città, che lascia dopo sette anni a causa di incomprensioni di stampo maschilista. Anna Maria, dopo il trascorso vissuto in prima persona, si occupa dell’associazione da lei fondata, a favore dei talassemici. “In Belgio nel ‘64 della thalassemia si conosceva poco e niente,  creare l’associazione è stato di grande utilità.  Ufficialmente fondata nell’ 81, ci ha permesso  di ottenere i rimborsi mutualistici e il riconoscimento  della malattia; oggi in questo paese la thalassemia  è curata alla pari dei migliori centri italiani con cui abbiamo aperto i contatti, quali quelli di Roma e Cagliari,  le nostre relazioni sono state ottime,  il nostro comitato scientifico ha potuto approfondire le conoscenze sulla patologia.  Abbiamo diffuso l’informazione preventiva facendo  delle riunioni nelle varie associazioni e circoli dell’immigrazione sia italiana o nelle altre comunità  presenti nel territorio. Oggi di questa malattia se ne parla nelle scuole, quindi non è più una malattia fantasma.  Abbiamo potuto realizzare due colloqui internazionali di grande spicco scientifico, al quale ha partecipato l’elite di quei tempi: il primo si è svolto nell’ 86 e il secondo nel 2006.”

Grazie al suo operato, non è più una malattia sconosciuta, perché prima dell’immigrazione italiana, la talassemia, in Belgio non esisteva. “Ricordo i medici per tutto e per niente ci ricordavano questo è legato alle vostre origini sarde. Ho odiato quella frase, quante cose son dovute alle mie origini di donna sarda emigrata da bambina, trascinata nelle vie del carbone delle miniere belghe.”

Lei ama scrivere e una storia vera, la sua, c’è.

Quando nel 1952, il padre di Anna Maria per  fuggire la povertà, la miseria e  l’assenza di un avvenire, lascia la sua terra  baciata dal sole, per seguire  l’onda dei lavoratori italiani che partono in Belgio per  lavorare nelle miniere di carbone. A distanza di qualche mese, Anna Maria in compagnia di sua madre e dei fratelli raggiungono finalmente il padre e la terra promessa. Si trova brutalmente confrontata a un mondo molto diverso. Le condizioni degradanti  dei locali destinati ai migranti, il terrore del  lavoro della miniera. Si può capire che questi lavoratori sradicati soffrono nel loro corpo e nella loro anima.

Anna Maria si sposa molto giovane, fonda una famiglia per la quale lotta coraggiosamente,  aiuta il marito a lasciare la miniera. Trova un lavoro in una società che vede in lei solo la” straniera”.

Lotta per curare sua figlia affetta dalla talassemia major, malattia a quei tempi sconosciuta in Belgio, racconta la sua difficoltà,  ci dimostra il suo coraggio di donna semplice, confrontata a un mondo scientifico che non gli riconosce nessuna competenza, ma finirà per riconoscerle il suo grande impegno,

Questa è la storia della povera gente che lottano per una esistenza meno miserabile. Anna Maria non da lezioni a nessuno, divide la sua storia con molta umiltà. La narrativa porta un altro sguardo sulla storia dell’immigrazione italiana in Belgio sul quale  ci spinge a riflettere che posto  accordiamo allo straniero.

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