ALL’OMBRA DELLA GRANDE QUERCIA: UN VIVAIO DI SOGNI E COLORI CON CINZIA DEMELAS E MARIA PINA DEGONI

di ELISABETTA CRISPONI

«La noia, l’abbandono, niente, solo la tua malattia, paese mio, ti lascio io vado via». Lo spopolamento è una piaga che i territori della Provincia di Nuoro si trovano da tempo ad affrontare. Ma c’è anche chi si ribella a questi schemi e sceglie di costruire il proprio futuro nel paese natio: Cinzia Demelas e Maria Pina Degoni, cugine di 37 e 32 anni, hanno deciso di dar vita alla loro attività a Lodine, comunità di 400 anime. Così nasce l’avventura del vivaio La Grande Quercia.

Due ragazze comuni, immerse nel mondo moderno e dinamico che hanno deciso di seguire il richiamo della terra e delle radici. «Abbiamo sempre avuto la passione per la natura e il lavoro all’aria aperta». Una cosa radicata nei ricordi più remoti delle due ragazze che, da bambine, andavano a giocare sotto la quercia, da cui il vivaio prende il nome, che si trova nel terreno dell’amato nonno Mario, di cui il ricordo è sempre vivo. L’idea però è stata concretizzata all’uscita del bando regionale PSR (Programma di Sviluppo Rurale) che riguarda giovani imprenditori, ovvero ragazzi al di sotto dei 40 anni, che intendono realizzare un’azienda in ambito agricolo. Il loro progetto, pur risultando idoneo,non è rientrato tra quelli finanziati, ma hanno deciso di andare comunque avanti. Raccontano: «Abbiamo costruito la prima serra e avviato produzione e vendita di fiori e piante. Sappiamo di garantire un servizio prezioso agli abitanti della nostra comunità, che finora si dovevano spostare per acquistare questi prodotti o le piantine per la semina del proprio orto. Siamo molto contente per il sostegno che i nostri compaesani ci hanno dato. Per adesso non abbiamo ancora un punto vendita, ma ci potete trovare con il nostro banchetto nella piazza di Lodine già da questo mese».

Hanno le idee chiare riguardo al futuro: oltre a garantire un servizio di distribuzione ai fiorai, occuparsi di allestimento di giardini e chiese e iniziare delle attività di gioco-terapia con i bambini. Spiegano quanto sia importante la complicità tra soci per gestire un’attività: «Siamo persone diverse, ma complementari. Facciamo sempre in modo che il parere dell’una non prevarichi su quello dell’altra». Prima di questa esperienza Maria Pina, diplomata in Ragioneria, ha sempre vissuto a Lodine e da un anno è diventata mamma. Racconta di come i lavori precedenti non la rendessero soddisfatta: «Mi alzavo la mattina con la consapevolezza che ciò che facevo non mi rendeva davvero felice. Adesso sento di fare qualcosa che va al di là dello stipendio a fine mese, riempio le mie giornate di passione ed entusiasmo. Mio figlio è arrivato nel momento in cui si concretizzava questo progetto e ne sono felice. Penso sia importante ed educativo come esempio, avere una mamma che non si è arresa alla realtà circostante». Diverso invece il percorso di Cinzia. Una laurea in Beni Culturali e una in Archeologia, decide di lasciare il suo lavoro a Cagliari per realizzare questo sogno: «Non mi sentivo pienamente appagata. Ho maturato il desiderio di ritornare nel posto dove sono nata, senza rinunciare alle mie passioni. Credo che non si debba smettere mai di imparare. Ho deciso di sposarmi, prendere una terza laurea e buttarmi nel progetto del vivaio nello stesso momento».

Vogliono mandare un messaggio ai giovani che vivono nella realtà barbaricina: «Capiamo i ragazzi che decidono, anche a malincuore, di lasciare i propri paesi. La disoccupazione e la mancanza di prospettive creano un senso di abbandono e sfiducia. Noi vogliamo essere la dimostrazione del fatto che anche nel nostro territorio si possono avere delle opportunità, basta crearsele. Molto spesso qui ci sentiamo isolati, ma il vero isolamento è quello mentale: aprire la mente alla creatività e all’ingegno fa superare qualsiasi ostacolo».
Citano La felicità domestica, opera di Lev Tolstoj: «Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità». La storia di queste ragazze rispecchia l’immagine dell’albero che le ha ispirate: loro, come la quercia, affondano in radici secolari, ma si innalzano attraverso i rami di ciò che nobilita l’essere umano: aspirare a migliorarsi.

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