LE MIE DONNE FORTI CHE SANNO SOGNARE: SIMONETTA COLUMBU, ATTRICE RIVELAZIONE E IN GRANDE ASCESA

ph: Simonetta Columbu
di ALESSANDRO PIRINA

Un provino dietro l’altro, tanti no ricevuti, ma alla fine il sì che conta è arrivato. Un «sei perfetta per il ruolo» che l’ha fatta uscire dall’anonimato cinematografico e l’ha proiettata tra i grandi del grande schermo. Con Daniele Luchetti dietro la macchina da presa e al fianco di Elio Germano e Marco Giallini sul set. Per Simonetta Columbu quello in “Io sono Tempesta” è un ruolo da non protagonista, la escort Radiosa che studia psicologia. Una parte piccola che però non è passata inosservata.

Critica e pubblico sono rimasti incantati da quella giovanissima e bellissima attrice con un po’ di cadenza sarda che si muove con naturalezza tra chi il cinema lo mastica da molto più tempo. Anche se, a onore del vero, anche Simonetta, nata a Cagliari 26 anni fa, è cresciuta a pane e cinema. O meglio a pane e cultura. Il padre è Giovanni Columbu, uno dei registi della primavera cinematografica sarda, autore di “Arcipelaghi” e “Su Re”. Il nonno era Michele Columbu, uno dei grandi del sardismo, deputato, parlamentare europeo e anche sindaco di Cagliari per un giorno. La nonna era Simonetta Giacobbe, figlia di Dino, ingegnere nuorese antifascista che andò a combattere nella guerra civile spagnola con le Brigate internazionali, e sorella di Maria, scrittrice che vive da anni in Danimarca. «La scelta di fare l’attrice è stata sicuramente influenzata dall’ambiente in cui sono cresciuta – racconta Simonetta –. Non parlo solo di cinema, ma di arte, cultura, di qualsiasi forma di espressione. Fare l’attore, il regista, ma anche il dj o il tatuatore non sono altro che forme per esprimere qualcosa di sé che nella vita quotidiana è difficile fare venire fuori. Essere figli d’arte può essere un vantaggio o uno svantaggio. Per me è stato sicuramente un vantaggio, non tanto perché mio padre è un regista, ma perché mi ha trasmesso strumenti fondamentali per la mia crescita. Io ho iniziato a pensare al cinema quando avevo 12 anni, anche se ero consapevole che prima avrei dovuto terminare gli studi. E infatti, dopo la maturità al liceo Siotto di Cagliari e una breve esperienza a Londra, ho deciso di trasferirmi a Roma».

Col benestare di papà Giovanni. «A lui andava bene qualsiasi strada scegliessi, ma all’inizio mi ha chiesto: “Sei proprio sicura? Simo, guarda che la strada del cinema è difficile”. Lo so, gli ho risposto, ma nessun lavoro al mondo è facile». A Roma Simonetta si iscrive alla scuola Duse International. «È stata una tappa importante, tre anni di studio che mi hanno aiutata parecchio nella crescita». In simultanea con la scuola per la giovane inizia la trafila dei casting. Le ansie dei provini, gli incontri con i registi. «Quando mi chiedono se questa strada è facile o difficile io rispondo sempre: tutte e due le cose. Sicuramente quando sono arrivata a Roma nessuno mi ha fatto trovare il lavoro su un piatto d’argento. Ho fatto tanti provini, tantissimi. E i no che ho ricevuto sono stati molti più dei sì. Un po’ di dispiacere l’ho provato, ma il rifiuto fa parte del gioco. Se quel ruolo non è andato a me, sarà andato a qualcun altro che era più idoneo. I no non sono mai personali ma sono relativi a un determinato progetto. E poi ti aiutano a crescere, a rafforzarti. Chi non si mette in gioco non soffre mai. Quando ricevi un no ci rimani male, ma non devi scoraggiarti, anche perché poi i sì arrivano. E nel mio caso si è rivelato molto importante».

Il sì a cui Simonetta fa riferimento è quello di Luchetti. Un paio di provini e la parte è stata sua. «Lavorare con Daniele è sempre stato un mio sogno. “Mio fratello è figlio unico” e “La nostra vita” fanno parte dell’elenco dei miei film preferiti. Il primo provino lo ho fatto direttamente con lui e fin da subito ho capito che era andata bene. La bellezza? Di sicuro è importante, ma un corpo senza anima non è niente».

E di certo non è un corpo senza anima quello di Radiosa, la divertente escort a cui lei dà il volto nel film. «È un personaggio che ho amato. È una giovane bella, apparentemente futile, ma è anche una ragazza con dei sogni, che cerca l’amore. Tutti i personaggi di “Io sono Tempesta” si trovano a vivere una condizione di vita poco edificante, ma non se ne rendono conto. C’è una frase del film in cui lei e Bruno (il personaggio interpretato da Elio Germano – ndr) dicono “nel mondo non c’è più nessuno che soffre”, senza capire che sono loro i primi a soffrire».

Sul set l’attrice cagliaritana si è trovata al fianco di due campioni del cinema italiano contemporaneo, Germano e Giallini. «Due grandi professionisti, ma anche due grandi persone. Tra loro sono diversi, ma accomunati da una generosità fuori dal comune. Debuttare al cinema con loro è stata una fortuna». Simonetta parla di debutto sul grande schermo con Luchetti, ma in realtà la sua prima volta da protagonista davanti alla macchina da presa è stata un anno fa in “Sùrbiles”, il film documentario diretto dal padre Giovanni e presentato all’ultimo festival di Locarno. Un racconto sulle donne vampiro che secondo la mitologia sarda succhiavano il sangue ai neonati, soprattutto se non battezzati. «Lavorare per un progetto low profile ha tutto un altro tipo di approccio – racconta l’attrice –. Ma è stato tutto bello, anche perché spesso la povertà di risorse può diventare stimolante per la creatività e la fantasia. Mio padre doveva fare questo film e a me aveva dato il ruolo della sùrbile buona. Non dovevo essere la protagonista, ma nella costruzione del film il mio ruolo ha acquisito sempre più importanza. È un lavoro corale a cui sono molto legata». La popolarità arrivata con “Io sono Tempesta” non sembra avere scalfito la semplicità di Simonetta. «Ovvio che da quando il film è uscito qualcosa è cambiato. Uscire per strada ed essere riconosciuti fa un bellissimo effetto. Avere fatto ridere il pubblico o anche averlo solo incuriosito è un fattore molto positivo».
Una cosa accomuna la giovanissima di Cagliari che sogna il grande schermo alle grandi star del cinema: la scaramanzia. «Il futuro? Ci sono in ballo cose belle di cui potrò parlare a brevissimo».

Per il resto parla a ruota libera. Un’attrice di riferimento? «Non ho mai pensato di volere essere qualcuno. Va benissimo essere me stessa. Certo, ci sono attrici che apprezzo tantissimo. Su tutte Penelope Cruz».

Idee chiare anche sul regista dei sogni. Oltre Luchetti ovviamente. «Sono tanti quelli con cui vorrei lavorare: penso a Giorgio Diritti e Nanni Moretti. Il sogno nel cassetto però si chiama Alejandro Inarritu».

E poi c’è il cinema sardo, per il quale lei prova una simpatia naturale. «Non mi piace definirlo cinema sardo. Il cinema è cinema, a prescindere che sia italiano o sardo. Al di là di questo apprezzo molti registi isolani. Adoro Salvatore Mereu, ma anche due giovani emergenti come Matteo Incollu e Nicola Contini. E poi ovviamente il cinema di mio padre, che a me piace tantissimo».

Concorda con il delegato del festival di Cannes, Thierry Fremaux, sul no a Netflix. «La presenza della tv porta tutti noi ad andare meno al cinema. Stiamo a casa e guardiamo i film sul computer. Da una parte può essere comodo, ma dall’altra va a cancellare quella poesia e quel romanticismo che si respirano in una sala cinematografica».

Si unisce anche lei al movimento #MeToo, contro le molestie e le violenze contro le donne sul luogo di lavoro. A partire dal cinema, visto che tutto è iniziato quando sono emerse le accuse contro il produttore hollywoodiano Harvey Weinstein. «Ritengo assolutamente inaccettabile che esistano persone che usano il loro potere come ha fatto Weinstein, creando ricatti di tipo psicologico e lavorativo. Ma allo stesso tempo anche noi donne dobbiamo essere più sicure della nostra grandezza e dire sempre no ai ricatti e cercare di raggiungere lo stesso obiettivo attraverso altre strade».

Sulla politica, ingrediente onnipresente nella famiglia Columbu, Simonetta preferisce glissare. «Le idee di fondo del Psd’Az sono sempre belle, ma sulla politica attuale, sull’accordo con la Lega, non ho elementi per potermi esprimere». Ma quando parla del nonno Michele, morto nel 2012 a 98 anni, le si illuminano gli occhi. «È stato molto importante. È stato lui a insegnarmi a leggere in greco. Ero entrata nel suo studio in lacrime, non volevo più studiare perché non sapevo il greco. Lui mi ha guardata e mi ha detto: leggi. E io: non lo so fare. Ma dopo un attimo ho preso il libro ho cominciato a leggere. Evidentemente per riuscirci avevo bisogno di lui».

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