FEDELE PIRAS (1895-1971) DI ASSEMINI E LA MEDAGLIA D’ORO AL VALOR MILITARE

Il pittore Filippo Figari alla Medaglia d’Oro Fedele Piras

di DARIO DESSI’

Da Assemini, un comune della città metropolitana di Cagliari, che al giorno d’oggi conta 26.887 abitanti, partirono per la Grande Guerra due eroi,  entrambi  decorati di  Medaglia d’Oro. Fu un caso raro in Italia: forse unico in proporzione al numero degli abitanti che allora contava Assemini.

Il primo di questi eroi è Giuseppe Pintus  caporal maggiore del 151° Fanteria Brigata “Sassari” , schierata a  Monte Zebio  nel giugno del 1917. Di lui si è parlato in un articolo precedente.

Il secondo eroe è Fedele Piras, caporale del 225° Fanteria Brigata Arezzo, decorato di medaglia d’oro per la sua ammirevole condotta  a Capo Sile (VE) Il 23  giugno del 1918, nel corso della Battaglia del Solstizio,

«Fulgido esempio, in ogni circostanza, di ardimento e di valore, nella rioccupazione di una importante posizione, di pieno giorno, per primo si slanciava attraverso ad uno stretto ponticello, sulla trincea nemica. Caduto il proprio ufficiale e tutti i compagni, da solo, e con impareggiabile tenacia, strenuamente difendeva la posizione raggiunta dai ritorni offensivi dell’avversario, dando tempo a nostre mitragliatrici di occuparla ed affermarvisi. Ferito dolorosamente ad una mano, gridava il suo saluto in dialetto sardo al proprio capitano, suo conterraneo, giunto sul posto, e continuava imperterrito a lanciare bombe con la mano sinistra, finché, estenuato dal dolore e dalla fatica, dovette, suo malgrado, essere allontanato.»

 

La storia:

Solo un ponticello traballante, gettato sulle acque mefitiche della palude salmastra, conduceva alla trincea occupata dagli austriaci nel loro primo balzo offensivo. Illusi di vincere, in quel primo giorno della battaglia del Piave, i cecchini austriaci, dovunque mettevano piede, intendevano resistere per avanzare ancora, appena fosse stato possibile. Così, il reparto che aveva occupato quella breve trincea nostra, a Capo Sile, era ben deciso a conservarla. Mentre i fanti del 225° si apprestavano al contrassalto, i nemici tempestavano di proiettili d’ogni sorta il terreno e le acque pantanose stendendo innanzi a loro una densa cortina di fuoco. Sul ponticello, poi, era concentrata  una vera gragnola fitta, fitta che sforacchiava il tavolato e scheggiava le spallette, rendendo quell’unico passaggio un luogo di morte e di rovina. Eppure a voler tentare la riconquista, bisognava ad ogni costo irrompere di là, per quel varco maledetto, chiuso da un groviglio di proiettili sibilanti.

Decisi a respingere l’aggressore barbaro, per quanto questi era risoluto a vincere, i nostri non esitarono. La prima pattuglia si slanciò. Un tratto pantanoso venne superato d’un balzo solo, fino ad un fossato torbido.

I piedi nell’acqua, il petto contro l’argine, gli assalitori si raccolsero e sostarono per qualche istante.

Sentivano il sangue bruciare ai polsi, il cuore martellare in gola. Sul loro corpo protetto dall’elmetto, la mitraglia austriaca passava rabbiosa, sibilando e crosciando. I fanti udivano, ben distinto, il tonfo caratteristico del piombo che s’abbatteva nel fango. Il tenente comandò Avanti!

Scattando come un uomo solo, con un grido solo, venti uomini decisi a tutto, votati a morire, sorsero dal fossato, profilandosi per un istante sul muricciolo di melma.

Bastò quell’istante perché qualcuno ruzzolasse lungo la sponda insanguinata, contorcendosi nello spasmo dell’agonia. Invece un uomo si slanciò sul ponticello.

Chi era?

Fedele Piras, un Fante di Sardegna.

Forse gli altri nemmeno riconobbero quel loro camerata eroico. Bastò che uno di loro procedesse, perché tutti, dietro a lui, incitati dal suo esempio, trascinati dalla sua audacia, infilassero il ponticello. In qualche minuto appena, la scena di ardimento si tramutava in un lugubre quadro d’orrore. Colpiti dal piombo che cadeva fitto come la tempesta, quasi tutti gli assalitori s’abbatterono sul tavolato, tingendolo di sangue.

Solo un pugno d’uomini riusciva ad irrompere nella trincea, impegnandovi una lotta furibonda.

Fedele Piras giganteggiava sul tumulto, sferrando tutt’intorno colpi terribili. I nemici gli cadevano a grappoli, innanzi e ai lati, in quando, nel fossato, vischioso di fango e di sangue impoltigliati insieme, non restavano che cadaveri con l’addome squarciato, col petto infranto, con la gola tagliata. Tra i morti giacevano, purtroppo, anche tutti i camerati dell’eroico assaltatore sardo.

Fedele Piras era rimasto solo nella trincea riconquistata, ridotta ormai a un cimitero presidiato dall’unico superstite.

Apparivano, s’appiattivano, ricomparivano. Isolati, a piccoli gruppi, a squadre sparse, gli austriaci venivano all’assalto tra canneti ed acquitrini, dissimulandosi nelle gore, profilandosi sugli argini, approfittando di tutti gli appigli di quel campo di battaglia svariatissimo dove il Piave, l’Adriatico e la terra si frammischiano ad ogni passo in un dedalo inestricabile d’isolette, di canaletti, di pantani.

Imperterrito nella trincea conquistata, Fedele Piras, sanguinante da una mano, la destra, crudelmente ferita durante la lotta feroce di poc’anzi, attendeva l’urto del nemico.

Non appena i primi assalitori furono a tiro, il Fante eroico li ricevette, scaraventando contro di loro con la sinistra ancor valida, una salva di bombe a mano.

Frattanto il capitano ed il resto della compagnia erano accorsi. Le mitragliatrici, piazzate in fretta,  incominciarono a sparare. Mentre l’ondata nemica si riversava, i fanti si avvicinano al parapetto, spianando i fucili. Una nuova mischia si accese.

Fedele Piras, vincendo lo strazio della povera mano fracassata, seguitava a scagliare, ad una ad una, le sue bombe a mano.

Solo quando, spezzato l’impeto nemico dall’inflessibilità dei fanti italiani, la riconquista della trincea fu definitivamente assicurata, l’eroico Fante sardo, estenuato dal dissanguamento, si lasciava condurre al posto di medicazione.

La motivazione della Medaglia d’Oro concessa al Pintus e al Piras è riportata in  altre pagine del presente libro.

Dopo essere guarito completamente dalla sua gloriosa ferita l’eroico fuciliere di Capo Sile si arruolò nella Benemerita quale sottoufficiale dei carabinieri.

Secondo quanto scrive Francesco Montagner a pagina 33 del suo libro “CAPOSILE Storia Eroismo Esempio”  Fedele Piras ebbe tutt’altra fine: “La brigata Arezzo occupava la testa di ponte di Caposile. La mattina del 15 giugno, vistasi inondare la posizione di fosfogeno e di cloro, tenne fermo. Quando l’asburgico aveva sfondato a Paludello, a mezzogiorno, ebbe l’ordine di ripiegare. Ricevuto il contrordine, si butto avanti e rioccupò tutta la testa di ponte in venti minuti. A sera giunse nuovamente l’ordine di ripiegamento. Fu lasciato sul posto un velo di arditi con il tenente Comizzoli, (Interno bonifica Zuliani Doria), finche cadde colpito a morte.

Ci fu un arretramento sul taglio del Sile. Il giorno 23 venne rioccupato il ponte di legno alla testa di ponte e mantenuto con gli uomini nell’acqua fino alla cintola. Caduti gli ufficiali e feriti tutti sottufficiali, il caporale Piras sardo di Assemini (Cagliari), attraversava il ponte e cadeva ferito davanti alla trincea avversaria. Sopraggiunto in suo soccorso il caporale Marcias, pure sardo, gli gridò nel dialetto natio: ‘Muoio, ma non mi arrendo’.

Ferito nuovamente fu trascinato al posto di medicazione ove morì.

La salma fu inumata provvisoriamente nel cimitero di  Castaldia, a Caposile.

Alla sua memoria fu decretata la Medaglia d’Oro; la terza meritata dai combattenti  in quella testa di ponte a Caposile, comprese le due attribuite al S. Ten. Leopoldo Pellas (anche lui di origini sarde) e al  bersagliere Caretti Fedele. La stessa Brigata Arezzo venne decorata di medaglia d’Oro per quei fatti di Caposile”.  

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