SEMPRE PIU’ ITALIANI ALL’ESTERO: PRESENTATO A ROMA IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE MIGRANTES 2018

Crescono ancora gli italiani all’estero, e non solo i giovani: il “Rapporto Italiani nel mondo” 2018 della Fondazione Migrantes (Cei) certifica che aumentano gli over 50 che lasciano l’Italia in cerca di lavoro mentre sale il numero di pensionati che scelgono di trascorrere la vecchiaia in Paesi fiscalmente e meteorologicamente vantaggiosi come Portogallo, Thailandia, Cuba, o negli Stati del Maghreb.

Il rapporto è stato presentato a Roma, presso l’Auditorium “V. Bachelet” del The Church Palace: si tratta dell’unica pubblicazione, edita in Italia, che studia la mobilità degli italiani e rappresenta un ulteriore segno dell’impegno della Chiesa italiana per l’emigrazione. Sono, infatti, circa 500 i sacerdoti italiani al fianco dei nostri connazionali che vivono all’estero insieme alle religiose, ai religiosi e ai laici impegnati perché evangelizzazione e promozione umana continuino a essere binomio inscindibile anche nel sevizio degli emigrati.

Intervenendo alla presentazione, il vescovo Guerino Di Tora, presidente di Migrantes, ha sottolineato che sulla realtà migratoria l’informazione appare «distorta» e «fuorviante». «A poco serve distinguere la direzione dei flussi, ovvero se coinvolgi chi arriva o chi parte, stranieri o italiani. Ciò che appare compromettere ogni cosa è la rappresentatività che si fa della mobilità migratoria, non corrispondente assolutamente a ciò che accadde, in quanto distorta, fuorviante e fuorviata», ha detto il presule.

Secondo lui «viviamo il tempo della mal-informazione» e la «mobilità è stata, e lo è tuttora, il tema più preso di mira dalle distorsioni del dibattito pubblico, probabilmente perché diventato capro espiatorio del disagio sociale avvertito da tempo in Italia e che stenta ad essere risolto». Per Di Tora, la «guerra tra poveri sta causando diffuse folle rabbiose, ripetuti episodi di violenza e razzismo, numeri sempre più ampi di cittadini disillusi e stanchi e crescita inesorabile di partenze».

Dal documento emergono diversi dati. Dai 422 italiani in Australia portati in centri di detenzione per immigrati irregolari negli ultimi sette anni, all’aumento degli italiani tra senzatetto e persone con problemi psichiatrici a Londra, dalla crescita del numero di studenti di lingua cinese già durante le superiori al crollo del Regno Unito del dopo Brexit tra le mete scelte per l’emigrazione (la Germania torna ad essere invece la prima scelta).

Più nel dettaglio, nel rapporto si legge che dal 2006 al 2018 la mobilità italiana è aumentata del 64,7% passando, in valore assoluto, da poco più di 3,1 milioni di iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) a più di 5,1 milioni, con un aumento di oltre 140 mila unità (variazione 2,7% rispetto al 2017). Soffermandosi alla sola percentuale per espatrio (52,8%), si tratta in valore assoluto di 128.193 italiani partiti dall’Italia nel corso del 2017 spostando la loro residenza fuori dei confini nazionali. Le partenze, in questo ultimo anno, sono state generalmente più contenute in valore assoluto, ma resta un trend che merita attenzione e analisi in quanto, se nell’ultimo anno la crescita è stata del +3,3%, considerando gli ultimi tre anni la percentuale sale a +19,2% e per l’ultimo quinquennio addirittura a +36,2%.

A partire sono sicuramente i giovani (37,4%) e i giovani adulti (25,0%), ma le crescite più sostanziose, come detto, si notano dai cinquant’anni in su. Un fenomeno che Migrantes identifica come la risposta alle necessità di provvedere alla precarietà lavorativa di italiani over 50 rimasti disoccupati e soprattutto privi di prospettive in patria. «Migranti maturi disoccupati», vengono definiti nel documento: si tratta di persone lontane dalla pensione o che hanno bisogno di lavorare per arrivarvi e che, comunque, hanno contemporaneamente la necessità di mantenere la famiglia.

I pensionati, da parte loro, definiti «migranti previdenziali», scelgono mete come Marocco, Thailandia, Spagna, Portogallo, Tunisia, Santo Domingo, Cuba, Romania; dunque luoghi in cui la vita è climaticamente piacevole, spiega il rapporto, dove è possibile fare una vita più che dignitosa (affitto, bolletta, spesa alimentare) e dove a volte con il costo delle assicurazioni sanitarie private si riesce a curarsi (o almeno a incontrare un medico specialista rispetto al problema di salute avvertito) molto più che in Italia.

In generale, gli italiani partiti da gennaio a dicembre 2017 sono andati in 193 località del mondo di ciascuna realtà continentale ma soprattutto in Europa (70%) e in America (22,2%) e, più nel dettaglio, nel Sudamerica (14,7%). Tra le mete dell’America Latina, entro le prime dieci posizioni, vi sono il Brasile (9.016) e l’Argentina (5.458), rispettivamente in quinta e ottava posizione. La Germania (20.007) torna ad essere, quest’anno, la destinazione preferita distanziando, di molto, il Regno Unito (18.517), la Francia (12.870). Con oltre 6 mila arrivi in meno, il Regno Unito registra un decremento del -25,2%.

Per quanto riguarda i ragazzi, il “Rapporto Italiani nel mondo” 2018 rileva che i genitori dei giovani espatriati, combattuti tra ammirazione verso le scelte dei figli, sindrome del «nido vuoto» e crescente disillusione nei confronti della politica e del futuro del nostro Paese, manifestano aspettative eterogenee rispetto al ritorno dei figli. La maggioranza dei genitori non augura loro di tornare, soprattutto nel breve periodo, rinunciando così all’aspettativa di una prossimità spaziale e di una convivenza diretta che non esclude, tuttavia, momenti di temporaneo ricongiungimento.

Dal lavoro di Migrantes emerge inoltre che 279 istituti, nel 2017, hanno attivato su tutto il territorio nazionale l’insegnamento del cinese (l’8% del totale delle nostre scuole superiori), con il coinvolgimento di circa 17.500 studenti di scuole superiori.

 

Il report evidenzia infine un dato singolare riguardante Londra: «Sulla base dell’esperienza che noi abbiamo – afferma il console generale Marco Villani – c’è stato un incremento dei senzatetto così come c’è stato un incremento dei connazionali ricoverati nei centri di salute mentale».

 

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