OMPHALOS, L’OMBELICO DEL MONDO ANTICO: L’IMPONENTE E PAZIENTE OPERA DI SERGIO FRAU

ph: Sergio Frau

di SERGIO PORTAS

Per reggere ( nel senso proprio di mantenere sospeso) il nuovo libro di Sergio Frau: “Omphalos. Il Primo Centro del Mondo. Il Paradiso che divenne Inferno”( ed. Nur Neon.o), ci vogliono buoni muscoli, più di 1100 pagine, intercalate da una serie di fotografie su carta patinata, e occorre anche, lo scrive lui, una certa dose di pazienza, il tutto verrà ampiamente ripagato da una serie di spunti, di riflessioni, di acute intuizioni, che ti mettono addosso la voglia di scandagliare i libri che lo hanno sostenuto nella fatica intellettuale a sostenere la tesi che porta avanti. Primo fra tutti questo “Mulino di Amleto” che Giorgio de Santillana scrisse giusto mezzo secolo fa, la prima edizione apparve negli Stati Uniti nel 1969, lui nato a Roma nel 1902, di origine ebraica, laurea in fisica all’università capitolina: nel ’36, causa primaria i crescenti atteggiamenti anti ebraici del regime fascista che culmineranno due anni dopo nelle famigerate leggi sulla razza (incancellabile vergogna delle genti italiche), migrò negli USA dove ebbe una notevole carriera universitaria culminata con la cattedra di storia e filosofia della scienza al MIT di Boston. Un eminente studioso di quel “razionalismo scientifico” venuto su nella convinzione che la civiltà abbia progredito dal “mythos al logos” , dal mondo del pressapoco all’universo della precisione, ebbene al termine delle sue speculazioni venne alla conclusione che anche il mito è una scienza esatta, che anch’esso opera misure con precisione spietata, quelle di un tempo ciclico e qualitativo, segnato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché sono il Fato stesso. E’ questo tempo che muove il “mulino di Amleto”, che gli fa macinare, di èra in èra, prima “pace e abbondanza”, poi “sale”, infine “roccia e sabbia”, mentre sotto di esso ribolle e vortica l’immane gorgo del Maelstrom. Frau nel periodo in cui si imbatté in questo libro era, come da un po’ di tempo, immerso negli enigmi che lo tormentavano: che fine avesse fatto quella civiltà che aveva retto il mondo conosciuto fino all’”età del bronzo”, di cui i sardi erano stati “magna pars”, come era stato possibile per un popolo che era stato capace, nei secoli, a tirare su qualcosa come 20.000 nuraghi ( che moltiplicati per un minimo di cinquanta persone fa un milione tondo tondo, poco meno di quanto abitino oggi tutta l’isola), si fosse come svaporato nelle pieghe degli avvenimenti storici, e quei Shardana che coi “popoli del mare” erano stati in grado di mettere una gran paura ai più potenti di tutti: gli Egiziani che con Ramesse II erano arrivati alla XIX dinastia, da dove erano spuntati? Il grande faraone (regnò per un periodo di ben 67 anni) poi ne avrebbe fatto il nerbo della sua guardia personale. Ma altri regni furono spazzati via dalla loro furia: gli Ittiti e i Micenei in primo luogo. Ma anche la Sardegna nuragica si può dire muoia in quel periodo. Quali le cause? Si può leggere a pag.877: “Come avrebbero potuto i Fenici spingere in Barbagia i Sardi “vinti ma non convinti” come in una riserva indiana? E quanti erano mai quei Fenici per eludere la sorveglianza dei 300 nuraghi che sorvegliavano ogni approdo possibile della Costa Sud?…Come si spiegano le centinaia di torri sepolte vive da ondate di fango?…”. Tutto, o molto, successe, dice Frau, per uno schiaffo di Poseidone, dio del mare, che permise alle sue onde di scalare altezze misurate in centinaia di metri, un vero e proprio “tsunami” che si abbatté entrando da Cagliari per la pianura del Campidano tutto sommergendo. Fino alle Giare. Ci sono ancora le foto di su Nuraxi a Barumini, prima che Lilliu prendesse a scavare negli anni ’50, quella che si sarebbe rivelata la reggia nuragica più imponente di tutta la Sardegna è un monticello di terra, una collinetta ricca di asfodeli. Scrive Mario Tozzi, geologo del Cnr e divulgatore scientifico, impossibile non averlo incrociato in una delle sue trasmissioni televisive fin dal 2000 con Gaia: “ Se ne avessimo parlato anche solo 20 anni fa, i geologi avrebbero avuto molti dubbi, ma oggi conosciamo i megatsunami, sappiamo che è possibile avere onde dall’altezza incredibile di un chilometro, specie se generati da eruzioni vulcaniche sottomarine e da frane ( o dalla caduta di un asteroide)… Nella Sardegna di 3200 anni fa lo schiaffo di Poseidone abbatte la civiltà nuragica. Dopo, nulla sarebbe stato come prima.” pag.1135-1136. E a vedere le foto scattate da Ettore Tronci ( ce ne sono a decine nel sito www.colonnedercole.info) con il suo drone, uno che pur non essendo “addetto ai lavori” si sbatte da sempre in quel di Tuili, per far conoscere le bellezze della sua terra, non si può che convenire con Frau che parla della piana del Campidano come di una “Pompei del Mare, ancora mal’ intesa. “Fu allora che il Mulino di Amleto al Centro del mondo- il Centro del Mondo di un Atlante al Centro del Mondo- finì in mare a macinare sabbia, corpi e sale (pag.745). Il centro del mondo di cui parla Frau e della nostalgia che ne attesta la scomparsa, si riferisce ai tempi più antichi, sin da quando noi sapiens-sapiens e i nostri cugini neandertal iniziammo a coprire di ocra rossa i nostri morti nel vano tentativo di donare loro nuovo sangue (forse), la coscienza di essere qualcosa di diverso dalle scimmie antropomorfe non si era formata da molto nelle pieghe dei neuroni che andavano moltiplicandosi nel cervello, generazione dopo generazione, e il terrore che scatenò la possibilità di vedersi morire favorì la nascita della coscienza. Da allora è tutto un fiorire di pietre di enormi dimensioni, macigni piantati al suolo in prossimità dei sepolcri e dei tumuli dei nostri antenati, per lo più orientati con precisione verso il sorgere del sole invernale. Si può leggere a pag.328: “L’evidenza suggerisce peraltro che già all’alba del V millennio a. C. molte antiche genti fossero in possesso di chiare cognizioni sul ciclo solare e che il solstizio d’inverno (il nostro Natale Ndr) fosse probabilmente riguardato come un punto cardine nel fluire delle stagioni”. E ancora prima a pag.325: “…quei dolmen, menhir, tumuli del Grande Nord che mostrano una straordinaria -indubbia- somiglianza e funzionalità con altri megalitismi mediterranei, francesi, spagnoli, portoghesi, balcanici, africani e, addirittura, etiopici, giapponesi e nordamericani”. E quanto la nostra Sardegna fa parte di questo contesto culturale non occorre sottolinearlo più che tanto, basta solo visitarla tutta seguendo le sue “pietre fitte”, le sue “domo de janas”, le sue “tombe dei giganti”. I suoi nuraghi. Frau ipotizza che ci sia stato un comune sentire, una comune visione di vita, da parte di tutti quei popoli che innalzarono quelle pietre, quei tumuli funerari allineati con gli astri della volta celeste. Ed è andato ad indagare di quella nostalgia “ dei bei tempi andati”, quell’età dell’oro scomparsa di cui parlano numerosi miti, a sud e nord del mondo. Ha presupposto che allora ci fosse un centro di questo mondo, collocato in un mare che era medio per tutti, Mediterraneo di nome e di fatto, che al suo centro, di questo mare, ci fosse un’isola fatata dal clima mite che favoriva tre raccolti all’anno, ricca di metalli (dalle vene d’argento la dicevano i Greci), al cui centro (leggi: Sorgono) Atlante reggeva ancora la terra (assolutamente rotonda, vedi l’Atlante Farnese, scultura ellenistica oggi al museo archeologico nazionale di Napoli) sulle sue potenti spalle. Lì l’omphalos, l’ombelico del mondo antico. Poi, giusto per una verifica più curiosa che mirante a provare una “verità” incontrovertibile, ha chiesto ad un architetto di fama, Paolo Macoratti di calcolare la distanza in chilometri misurata sul 40° parallelo terrestre, da Sorgono, centro della Sardegna, alla costa nord-occidentale del continente americano, e dallo stesso centro alla costa orientale del Giappone. Perché il 40° parallelo? Perché è quello della “via della seta” che passa per Pechino, per il monte Olimpo, per Toledo, comunque le due distanze sono pressoché identiche: 11.367, 29 Km. La prima, 11.341, 90 la seconda. Coincidenze della geografia, forse. Del resto a pag.1118 Andrea Cantile, docente di Cartografia storica all’università di Firenze lo ribadisce da par suo: “nel caso di una superficie sferica, però, non esiste un centro, a meno che non si definisca su di essa un sistema di riferimento, la cui origine ne assuma per definizione la funzione”. Come che sia Frau a Sorgono ci va davvero e fa anche lì una serie di “scoperte”, intanto che delle oltre 5000 tombe dei giganti presenti in tutta la Sardegna (vedi Alberto Moravetti e il suo la civiltà nuragica, Electa 1990) ben 506 sono ammassate lì al centro: “ Come addensate, ammassate, coagulate, su di una sacralità geografica così antica che oggi sembra incredibile. Un addensamento di fede: speranze pietrificate. E’ uno dei più colossali cimiteri della storia” (pag.788). Poi i Menhir di Biru ‘e Concas, in territorio di Sorgono. Scrive gia nel 1989 il prof. Enrico Atzeni , docente di Archeologia all’università di Cagliari: “ Si tratta di un inedito complesso monumentale costituito da uno straordinario assembramento di decine di menhir ( con schemi facciali che richiamano Ghenna Arrale VII in Laconi) in un centro culturale neolitico che si raccorda con le emergenze di Laconi e Goni…” (pag.797). E come a guardare questo addensamento di menhir: la chiesa campestre di san Mauro, la cui porta è insolitamente rivolta a Ovest, invece che ad Est come quasi tutte le altre. Sulla fronte del sagrato un grande rosone che ha sfidato i secoli, il più grande della Sardegna tutta, di pietra vulcanica, egregiamente lavorato. Questo e molto altro nel libro di Sergio Frau, tutti quei bronzetti sardi che si trovano nelle tombe etrusche, la “patera umbelicata” (con al centro un ombelico Ndr) che stringono in mano le loro statue e che faceva da mappa per raggiungere il Paradiso Marino perduto. E tutti quei fabbri che nel VI secolo a.C. risalgono la penisola e si mettono a lavorare il ferro da dove vengono? Plutarco, non uno qualunque, dice che i Romani ( i cui primi re furono anche loro etruschi) per ricordare la distruzione della città etrusca di Veio ( VI sec. a.C.) trascinavano dal Foro al Campidoglio un vecchio con una toga da prete mentre un banditore gridava che metteva all’asta dei Sardi. “Perché si vuole appunto che gli Etruschi fossero coloni dei Sardi, e Veio è, appunto, città dell’Etruria”.

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