IL SOTTO TENENTE ATTILIO DEFFENU CADUTO NEL 1918 A CROCE DI PIAVE

ph: Attilio Deffenu

di DARIO DESSI’

IL S.T.  ATTILIO DEFFENU.Fu il primo a cadere a Croce di Piave  durante la controffensiva italiana, iniziata alle primissime ore di domenica 16 giugno 1918.

“ Il soldato sardo non può sotto alcun riguardo essere assimilato al soldato d’altre regioni d’Italia. Ragioni di carattere, ambiente storico e sociale diversissime. 

In particolar modo l’isolamento nel quale il popolo sardo è vissuto dall’epoca dell’unificazione politica della penisola, l’aver scarsamente partecipato al movimento d’ascensione economica, commerciale, culturale, che ha caratterizzato la vita italiana nell’ultimo cinquantennio ne fanno un soldato sui generis – come hanno dimostrato le vicende dell’attuale guerra – verso il quale, in conseguenza, l’opera di propaganda anche se incontestabile ne appaia la necessità e l’opportunità, deve assumere forme diverse e atteggiamenti propri”.

E per tanto, se era vero che la Sardegna e perciò i sardi della Brigata Sassari non erano stati sfiorati dalla propaganda disfattista, se era vero che ai sardi appartenenti agli strati sociali più infimi non era stato  possibile imporre il socialismo tradizionale di stampo marxista, negatore della patria e fautore di conquiste proletarie a contenuto esclusivamente economico e materialistico, era anche vero che, di conseguenza, il soldato sardo, chiuso in se stesso e favorito in questo dal reclutamento regionale, era rimasto ancora legato a sentimenti primitivi e puri.

“Fra i soldati dall’anima vergine, ingenua, piena di fierezza, non si erano perciò affermate concezioni della vita propagandate da elementi provenienti da quelle regioni d’Italia dove il socialismo è stato ed è lievito più possente della propaganda e della pratica disfattista”. Il soldato sardo era un combattente ideale per cultura e, a causa dell’isolamento, era rimasto ingenuo, puro nell’animo, fiero con un altissimo senso dell’onore; andava tenuto perciò lontano da qualsiasi contaminazione e da qualsiasi propaganda disfattista.

“Il sentimento del dovere e della disciplina, lo spirito combattivo, in una parola quello che si usa chiamare il valore dei sardi, non è, se così può dirsi, che una funzione della tempra morale della gente sarda, ingenua e profondamente sana, piena di rispetto per le istituzioni e la morale tradizionali, non spoglia  di un certo spirito idealistico che trae alimento dalla, più che persuasione, intuizione che il sardo ha di combattere e di soffrire e sacrificarsi per una causa fondamentalmente giusta. E’ inoltre opportuno diffondere tra i soldati la persuasione che i sacrifici che la nazione, per la sua salvezza e la sua fortuna, ha oggi il diritto di reclamare dai sardi, non saranno sterili e improduttivi di risultati benefici per l’Italia e la Sardegna”.

Secondo il Deffenu, per combattere con coraggio, com’era nella sua natura, il soldato sardo doveva battersi con la coscienza che la vittoria sul nemico avrebbe consentito alla Sardegna di annullare le ingiustizie secolari, e costruire un migliore avvenire.

Tuttavia, nonostante i meriti, la bravura, l’impegno dei combattenti sardi e le celebrazioni delle loro gesta citate nei comunicati  ufficiali degli alti  comandi e glorificate  nelle prime pagine dei giornali, alla fine della guerra l’isola dovette affrontare una situazione economica ben diversa da quella di certe altre regioni italiane che si erano avvantaggiate con gli enormi guadagni derivati dalle colossali forniture belliche. Il divario economico con le regioni più industrializzate, anziché diminuire, era invece aumentato proprio a causa delle notevoli ricchezze accumulate.

D’altro canto il contributo isolano allo sforzo bellico nazionale, a parte le migliaia di contadini, di pastori, di pescatori, e di minatori che, una volta arrivati nelle trincee e nei campi di battaglia, non avevano, di certo, tardato a trasformarsi in abili e valorosi combattenti,  era stato ben poca cosa, se si considera l’esiguo valore  dei prodotti agricoli e del bestiame, i cui prezzi venivano però imposti al ribasso  dai commercianti continentali, e delle risorse delle industrie estrattive, i cui utili andavano a finire però nei forzieri delle grandi compagnie minerarie.  “La morte di Attilio Deffenu porta un ombra di tristezza”: Nel tenente Deffenu la Brigata Sassari perse un ottimo soldato e un serio e convinto animatore. La Sardegna uno sei suoi migliori e più moderni figli

Era venuto alla guerra più per ostinata volontà che per attitudini fisiche.

Era un socialista come Mussolini e Corridoni. Sognava di restituire  cittadini all’isola i sardi primitivi che però erano tanti magnifici soldati decisi di ricordare quel che avevano dato all’Italia e capaci  di ottenere con dignità la ricompensa per l’isola dimenticata”.

Prima di Caporetto, la propaganda era stata affidata a degli ufficiali che venivano dalle retrovie con il compito di cercare di persuadere i soldati sulla necessità del combattere. Le parole usate in quelle  conferenze  avevano un sapore  decisamente retorico e spesso non venivano tollerate dai combattenti anche perché consideravano i relatori nient’altro che degli imboscati:

“Da Cividale a Udine ci stanno gli imboscati, hanno stivali lucidi, cappelli profumati”.

Dopo Caporetto invece i conferenzieri o Ufficiali P furono accuratamente scelti tra coloro che avevano condiviso le stesse sorti del fante in trincea e che usavano pertanto un linguaggio più comunicativo  e comprensibile.

Pur ascoltato e amato per la sua opera di propaganda, il Deffenu si rese conto della completa dedizione del suo plotone, quando decise di lasciare a perdere la propaganda per  combattere accanto a loro. La notte prima della battaglia riposò serenamente, per poi svegliarsi e andare incontro alla morte.  Fu insignito di medaglia d’Argento al valor militare.

Sul Giornale d’Italia del 1915, a proposito dell’eroismo dei sardi, Guido Mazzoni aveva definito L’Italia “Madre di scarsa tenerezza” nei confronti della Sardegna.

Nell’immediato dopoguerra sempre lo stesso Mazzoni sosteneva che Roma non era Madrid e che l’Italia non poteva apparire ai sardi come una lontana e ostile potenza coloniale. Il governo di Roma riuscirà finalmente a sentire gli obblighi verso la Sardegna” ?

Sabato 15 giugno, fra le sei e le nove del mattino, coperti da una nebbia artificiale, reparti di fanteria austriaci a bordo di barche si lanciarono contro la riva destra del Piave a Musile di Piave.

Accolti dal fuoco di sbarramento delle nostre artiglierie, che infliggeva gravissime perdite, il nemico riusciva ad abbarbicarsi nei  fossi e canali numerosi nella zona ricoperta da una fitta vegetazione arborea e arbustiva e da culture agricole, ammassandosi nei pressi della massicciata della ferrovia S. Donà Mestre e aprendo una vasta e profonda breccia  tra Croce, Paludello e il canale della Fossetta.

Ben otto divisioni nemiche avevano tentato con violente azioni di far indietreggiare dal Piave le truppe del XXVIII corpo italiano in modo da riunire la testa di ponte di Musile a quella di Fagarè.

La 33° Divisione, comandata dal generale Carlo Sanna, con l’intrepida Brigata Sassari 151° e 152° e il 9° battaglione bersaglieri ciclisti, rafforzati più tardi da reparti della Bisagno 209° e 210° attaccava, alle tre del mattino di domenica 16 giugno, la testa di ponte avversaria di fronte a San. Donà, rioccupando il caposaldo di Croce.

E proprio in questo caposaldo, tra i morti della prima ora ci fu il Tenente Attilio Deffenu da Nuoro, socialista interventista.

Doveva andare in licenza, senti odore di battaglia e rimase dicendo al suo comandante che ci sarebbe andato dopo.

Spintosi in battaglia verso Croce di Musile di Piave fu scoperto e preso di mira da un cannoncino. Fu colpito contemporaneamente da tre schegge alla tempia, alla spalla e al fianco.

Morte senza sofferenze; una di quelle belle morti che—se il destino è quello—i combattenti si augurano senza spavalderia.

Una di queste unità è agli ordini di Attilio Deffenu, ufficiale addetto alla propaganda presso il Comando del reggimento.

Proprio nel momento in cui la Brigata è stata chiamata a combattere nel Basso Piave, ha chiesto, però, di lasciare quell’incarico e ha rifiutato una licenza pur di assumere il comando di un plotone.

Deffenu giunge con i suoi uomini davanti a Croce, ma si rende immediatamente conto che il reparto è accerchiato; sente, però, che dietro di sé il battaglione ha preso contatto con il nemico ed ha iniziato il combattimento.

La situazione è difficile e il cerchio si sta stringendo. La pattuglia reagisce con violenza per sganciarsi, combattendo contro ingenti forze nemiche.

Deffenu dirige gli uomini nel combattimento, ma una bomba raggiunge l’ufficiale che, ferito in più parti del corpo, muore. E’ il primo degli ufficiali caduti nella giornata.  Sarà insignito di medaglia d’argento al Valor Militare.

La 33° Divisione, comandata dal generale Carlo Sanna, con l’intrepida Brigata Sassari 151° e 152° e il 9° battaglione bersaglieri ciclisti, rafforzati più tardi da reparti della Bisagno 209° e 210° attaccava, alle tre del mattino di domenica 16 giugno, la testa di ponte avversaria di fronte a San. Donà, rioccupando il caposaldo di Croce.

E proprio in questo caposaldo, tra i morti della prima ora ci fu il Tenente Attilio Deffenu da Nuoro, socialista interventista.

Doveva andare in licenza, senti odore di battaglia e rimase dicendo al suo comandante che ci sarebbe andato dopo.

Spintosi in battaglia verso Croce di Musile di Piave fu scoperto e preso di mira da un cannoncino. Fu colpito contemporaneamente da tre schegge alla tempia, alla spalla e al fianco.

Morte senza sofferenze; una di quelle belle morti che—se il destino è quello—i combattenti si augurano senza spavalderia.

Una di queste unità è agli ordini di Attilio Deffenu, ufficiale addetto alla propaganda presso il Comando del reggimento.

Proprio nel momento in cui la Brigata è stata chiamata a combattere nel Basso Piave, ha chiesto, però, di lasciare quell’incarico e ha rifiutato una licenza pur di assumere il comando di un plotone.

Deffenu giunge con i suoi uomini davanti a Croce, ma si rende immediatamente conto che il reparto è accerchiato; sente, però, che dietro di sé il battaglione ha preso contatto con il nemico ed ha iniziato il combattimento.

La situazione è difficile e il cerchio si sta stringendo. La pattuglia reagisce con violenza per sganciarsi, combattendo contro ingenti forze nemiche.

Deffenu dirige gli uomini nel combattimento, ma una bomba raggiunge l’ufficiale che, ferito in più parti del corpo, muore. E’ il primo degli ufficiali caduti nella giornata.  Sarà insignito di medaglia d’argento al Valor Militare.

NOTA:Nel 2008, quando a Losson della Battaglia, venne inaugurato il monumento ai caduti della Brigata Sassari, a Croce di Musile di Piave,  accanto alla colonna mozzata che ricorda la morte di  Tito Acerbo, al mattino di sabato 21 giugno 2008, fu inaugurato un cippo a Tito Acerbo.

Forse sarebbe stato doveroso inaugurare anche una lapide a ricordo della fine gloriosa di Attilio Deffenu.

 

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Un commento

  1. Paolo Armosini

    Racconto interessante e commovente, sono tante le storie di giovani ragazzi sardi che hanno lasciato la vita nella grande guerra, anch’io ho uno zio medaglia d’argento al valor militare, morto sul treno mentre rientrava per una licenza premio, medaglia assegnata per un altissima azione eroica, riportata nel libro dell’allora Ministero della Guerra, appena possibile anche io scriverò un articolo su tottus in pari.

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