LA DEMOLIZIONE DELLA MEMORIA E IL PROBLEMA STORIOGRAFICO IN SARDEGNA: “LA MANO DESTRA DELLA STORIA”, L’ULTIMO LIBRO DI FIORENZO CATERINI

ph: Fiorenzo Caterini

di DANILO SCINTU

In questi ultimi venti anni la Sardegna vive uno dei momenti più significativi della sua storia ultra millenaria: la riscoperta del passato e della verità sulle proprie origini. Dopo esser stata oscurata per quasi due secoli dal silenzio della storiografia ufficiale, l’isola è come se avesse sviluppato degli anticorpi capaci di reggere all’urto dell’oblio a cui era stata condannata. Sono emersi così, in questo tempo, oltre agli storici, scrittori e studiosi di altre discipline, quali la Paleoarchitettura (per quanto mi compete), l’Archeoastronomia, la Linguistica e, grazie a Caterini, anche l’Antropologia, a rimarcare con lucidità le evidenti contraddizioni e manomissioni di chi ha raccontato, con la “mano destra” del potere, solo la storia dei vincitori.

Possiamo così definire un potente “anticorpo” lo stesso Caterini, creato dall’organismo “vivente” Sardegna il quale, inserendosi in questo complesso scenario all’interno del dibattito storiografico isolano, rivela lo sconfortante quadro riportato dalla storiografia ufficiale: una terra immersa in un’avvilente emarginazione. Un assunto per tutte le epoche, in particolare per quella nuragica, la più fulgida delle nostre storie.

Gli studi e gli scavi archeologici avvenuti oramai cento anni fa per mano di Taramelli e proseguiti da Lilliu, certificarono, con una certa disinvoltura, per l’epoca nuragica, una cultura “barbarica” di scarso valore storico, nata in seno ad un’isola povera e improduttiva e avara di acque. Il popolo sardo fu descritto come duro e selvaggio, in eterna guerra tra loro, figlio di quell’ambiente ostile. La realtà storica venne ribaltata con un deterministico colpo di spugna e con la creazione di un paradigma riduzionista che è sopravvissuto, tra alterne vicende, fino ai giorni nostri.

Possibile che gli storici non lessero il La Marmora e l’Angius – Casalis e tutte le testimonianze di tutte le epoche, poi riportate nel precedente lavoro di Caterini sul disboscamento? La Sardegna era terra florida e ricca di acque e di boschi, e la civiltà nuragica, evidentemente, era tra le più avanzate in Europa e nel Mediterraneo occidentale. L’antropologo evidenzia, così, che proprio questo atteggiamento riduzionista e determinista degli intellettuali sardi, specie del dopoguerra, ha favorito, sul piano culturale e politico, quei processi di sfruttamento territoriale e predisposto per l’isola modelli di sviluppo che non comprendevano le prerogative storiche e culturali. Ne consegue che l’immenso patrimonio archeologico, unico al mondo per antichità e varietà costruttive, venne ricoperto dalla “cappa” del silenzio, nonostante intere parti del pianeta e la penisola italiana stessa si siano arricchite e vivano tutt’ora dignitosamente del turismo archeologico e culturale.

Caterini analizza la storiografia sarda come sistema culturale “critico”, tuttavia, secondo il mio parere, è chiaro il riferimento al condizionamento egemonico per mano degli apparati statali, per cui il prodotto della cultura sarda è passato in secondo piano, catalogata, nonostante la sua magnificenza, come una “storia minore”, una micro cultura regionale di scarso valore storico.

A questo proposito, tra le altre cose, è interessante la spiegazione antropologica che dà Caterini di quella voluta discontinuità che è stata creata tra i sardi di ieri e quelli di oggi, atta a cancellare sistematicamente l’eredità storica ricevuta, nonostante la ricchezza di vestigia affascinanti e misteriose presenti capillarmente in tutto il territorio.

Il vuoto nei testi scolastici della storia sarda, l’essere “carta bianca” nei libri storici nazionali e internazionali è il sintomo di una esclusione della storia della Sardegna che, in realtà, secondo gli studi di Caterini, sono l’esito manifesto di un processo storico di nazionalizzazione culturale ed economica, ossia di una volontà politica non casuale, legata allo sfruttamento delle risorse ed al ruolo industriale e militare a cui l’isola era destinata.; con la conseguenza di condizionare lo spirito libertario e autonomista dei sardi, privandolo della sua memoria e quindi dell’orgoglio di appartenere alla propria terra, analogamente a quanto rilevato negli studi post-coloniali.

La domanda che ci si pone ora è se vi siano delle responsabilità in chi doveva assicurare una lettura scientifica, scevra da abietti condizionamenti, per far emergere la vera entità storica dell’isola. A queste responsabilità, secondo il mio parere, va imputata l’emarginazione dell’isola dai circuiti del turismo internazionale, in modo da agevolare aree politicamente più forti della nostra penisola, soprattutto quelle riguardanti l’epoca romana, greca ed etrusca.

E’ dunque, secondo me, un libro rivelatore, questo di Fiorenzo Caterini, il quale, fondamentalmente, parte da un quesito: quali altre civiltà furono paragonabili nel Mediterraneo e in Europa a quella nuragica o, aggiungerei, a quella che costruì le domus de janas, i dolmen e la stessa piramide di Monte d’Accoddi, durante il Neolitico Medio e Finale, tra il 5800 e il 4000 a.C. ?

Sono queste le motivazione per cui sembra spesso di assistere ad una guerra di datazioni? a volte, infatti, assistiamo a continui aggiustamenti di tiro per post-datare i monumenti sardi in modo da essere coerentemente posteriori ai simili modelli orientali. L’ottocentesca teoria diffusionista della civiltà, da un Oriente colto verso un Occidente barbaro, propugnata dagli archeologi, mostra così tutte le sue lacune.

In quest’isola sono presenti le vestigia di tutte le epoche del fulgido cammino dei sardi, a partire dall’epoca del megalitismo, quella delle domus de janas e dei dolmen, fino all’epoca dei nuraghi, ovvero il periodo tra il Neolitico e l’epoca del Bronzo, tra il 6000 e il 1000 a.C. In questo lasso di tempo maturerà la potente civiltà che eresse i nuraghi, un importante tassello non solo della identità dei sardi, ma anche del cammino storico che l’umanità ha fatto in questa parte di mondo. Da architetto che studia da anni l’edificio nuragico, sono testimone dell’ingegno del nuraghe, ancora oggi incredibile per magnificenza, nonostante la tecnologia abbia fatto passi da gigante nei millenni successivi. Le grandi cattedrali romaniche come Santa Giusta o Saccargia, e persino certe costruzioni di oggi, per quanto monumentali e nonostante il divario temporale, non superano per ingegno, tecnica e fascino, il ciclopico nuraghe Santu Antine di Torralba.

È giusto chiedersi, allora, cosa accadde in quel lontano passato, come si viveva prima e dopo l’epoca nuragica, com’era il loro mondo e perché costruirono edifici monumentali  al punto che ancora oggi il paesaggio sardo porta i segni di un fervore costruttivo davvero unico.

Gli studiosi non allineati, che Caterini, nella sua analisi critica del sistema storiografico sardo, definisce gli “intrusi alternativi”, hanno contribuito al dibattito sulla preistoria e storia sarda, comparandola col prodotto culturale affine del resto del Mediterraneo e d’Europa. Architetti, ingegneri, storici, linguisti, antropologi come Fiorenzo, studiosi indipendenti e “non professionisti”, hanno, secondo me, iniziato a raccontarla per davvero la storia, come egli stesso fa con cognizione di causa nel suo precedente lavoro. In “Colpi di scure, sensi di colpa”, infatti, si rileva come al disboscamento e allo sfruttamento delle risorse minerarie, perpetuati in Sardegna dalla politica piemontese, seguì anche uno stravolgimento antropologico, una catastrofe umana, una sorta di “disboscamento” non solo ecologico, ma anche mentale, delle menti dei sardi.

Leggendo questo saggio, La Mano Destra della Storia, ho trovato finalmente la risposta alla mia domanda su questa strana “sfortuna” della civiltà nuragica, di queste assurde pagine bianche nei libri di storia e nei testi scolastici; ho compreso come l’assenza della Sardegna dalla Storia non sia stata determinata solo dalla trascuratezza o dalla inettitudine. Tale situazione è figlia di fattori più pragmatici dell’essere solamente “invisibile”: “l’isola che non c’è”, o che non dovrebbe esserci, in un’Italia già abbastanza ricca di storia. Per la Sardegna non c’era dunque posto nel pacchetto storiografico nazionale.

Nonostante gli sforzi di obbiettività e di comprensione delle problematiche dello studioso, la sensazione che si ha, pertanto, leggendo questo lavoro, è di una amministrazione statale che sembra essere inerme rispetto al tesoro inestimabile rappresentato dal patrimonio archeologico sardo. Come se si avesse il timore di scoperchiare il terribile “vaso di Pandora”, come se la civiltà dei sardi potesse adombrare romani, etruschi e greci del territorio italiano, creando oltre ai prosaici problemi di concorrenza nei finanziamenti anche attriti nel consolidamento del processo di nazionalità italiana.

Pensiamo alle statue di Monti Prama che lo stesso autore cita come esempio di studio, quando nel 1974 furono rinvenute dai contadini nel Sinis di Cabras e, nonostante l’enorme importanza della scoperta, finirono impacchettati e tenuti per quarant’anni nel silenzio quasi assoluto. Stranamente la statuaria sarda, per quanto originale e più antica d’Europa, non suscitò, a quanto pare, l’interesse della Soprintendenza Nazionale.

Eppure posso dire che il riemergere delle statue fu il risultato di lotte e battaglie, condotte a partire dalla raccolta di firme attivata nel 2000, dagli amici E. Trincas allora sindaco di Cabras e la scrittrice Graziella Pinna Arconte. Fu grazie a queste battaglie che nel 2007 si ottenne, dall’allora Presidente della Regione Renato Soru, un primo finanziamento per il restauro e composizione di migliaia di reperti. Superfluo dire che al rientro di solo sei giganti mutilati e meno integri, il museo archeologico e Tharros registrarono immediatamente il quadruplo di visite, con un benefico impatto sul territorio, producendo benessere, lavoro e reddito.

Trovo perciò assurdo che le sorti, anche economiche, di una terra ricca di storia e con un grande potenziale turistico, sia nelle mani di studiosi e amministratori condizionati da paradigmi ormai da tempo superati. Ancora oggi del periodo Nuragico giacciono al suolo i resti di sconfinati villaggi, vere e proprie città, contenenti oltre alle case in pietra del popolo, ville, templi ed altri edifici pubblici, nascosti sotto una spessa coltre di terra e vegetazione, celati dietro una maschera di ignoranza. Questo è quanto accade oggi anche nella bella città Tharros, per 4/5 nascosta sotto la sabbia eolica in attesa di essere svelata.

In conclusione per Caterini, oltre all’esaurimento delle risorse primarie e alla deforestazione, la Sardegna ha vissuto e vive tutt’ora l’ingerenza del colonialismo, quello culturale, che ha privato i sardi della loro consapevolezza, tacendo nei libri di scuola e nel dibattito culturale isolano, la sua storia.

Qui è tutto ancora da scavare, riscrivere e valorizzare, e il patrimonio archeologico della Sardegna diverrebbe un’importante attrazione turistica, un volano economico, un’importante fonte di ricchezza come lo sono le piramidi per l’Egitto, o i templi del Messico e del Perù, o Stonehenge per l’Inghilterra.

In conclusione questo libro è una pietra miliare nella critica storiografica sarda, perché  pone finalmente in connessione i processi storiografici e l’elaborazione della storia, con le ingerenze del colonialismo, con l’egemonia culturale nazionale, con l’istruzione di base, con le dinamiche che portano i modelli di sviluppo e le scelte economiche a interferire sulla concezione che le genti hanno della storia. Il merito di Fiorenzo Caterini con questo libro è quello di aver rivestito il ruolo del bimbo della proverbiale favola che, col suo candore, pronuncia la frase “il re è nudo”.

La Sardegna avrà la sua rivalsa e la sua storia emergerà grazie anche al contributo di questo lavoro, di cui siamo grati all’antropologo Fiorenzo Caterini.

Danilo Scintu è architetto, studioso di storia dell’arte e dell’architettura, nonché scrittore autore dei volumi “Le torri del cielo” e “l’Architettura dell’arcano”

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