FRAMMENTI DI STORIA: DOLORES TURCHI E IL DESIDERIO DI TRASMETTERE LA CONOSCENZA E IL PIACERE DI SCRIVERE

ph: Dolores Turchi

di Lucia Becchere

Scrittrice, saggista e studiosa di tradizioni popolari Dolores Turchi è nata ad Oliena nel 1935. Giornalista pubblicista ha collaborato con numerose riviste italiane e straniere. La sua prima palestra è stata L’Ortobene dove ha scritto centinaia di articoli. Consulente scientifica per documentari televisivi, membro di giuria di premi letterari, ha fondato e diretto prestigiose riviste di cultura tra cui Sardegna Mediterranea, ha organizzato convegni di Linguistica sarda, ha tenuto lezioni all’Università di Tokyo, alla scuola superiore sant’Anna a Pisa, ha insegnato etnolinguistica sarda all’Università di Cagliari e ha fondato la casa editrice IRIS operativa fino al 2017. Oliena, Barbagia, Sardegna 1977 la sua prima pubblicazione, l’ultima I carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna, gennaio 2018. Compie gli studi a Nuoro ma si stabilisce ad Oliena dal 1959 anno in cui ha ottenuto l’insegnamento alla scuola elementare.

Com’era la scuola di allora? «Era povera ma i ragazzi e le famiglie erano molto rispettosi. I padri raramente s’interessavano della scuola, erano le madri ad occuparsi dell’andamento scolastico dei propri figli. Le classi non erano tanto numerose quanto lo furono una decina d’anni dopo. Mi sono dedicata con passione all’insegnamento per 25 anni, gli alunni mi volevano bene e mi seguivano, per altri dieci ho lavorato in biblioteca rimanendo a contatto con le classi per approfondire le loro conoscenze con l’utilizzo di tutti gli strumenti didattici di cui la scuola disponeva».

Qual è stata l’esperienza più bella di quegli anni d’insegnamento? «La Sardegna sembrava non avesse storia, nessun libro di testo la riportava per cui si studiava solo la storia d’Italia. La storia della nostra Isola mi ha sempre affascinato e nonostante non fosse inserita nei programmi ministeriali e non fosse riportata nei manuali scolastici, pensai di farla conoscere ai miei alunni dettando appunti. Mi colpì il fatto che non solo i ragazzi mostravano interesse alla materia ma anche le mamme erano desiderose di conoscere la loro storia».

Come è nata la passione per la scrittura? «È stata la naturale conseguenza degli appunti dettati ai ragazzi senza alcuna velleità letteraria. Le colleghe mi suggerirono di riportarli in un libro. Nacque Oliena, Barbagia, Sardegna, 2000 copie il cui ricavato fu destinato ai lebbrosi, circa 10 milioni di lire che consegnai di persona in Africa dove mi recai con don Nunzio Calaresu rientrato dall’Argentina per trovare la sua famiglia e un gruppo di amici fra cui un medico. Il mio secondo libro Dalla culla alla bara 1981 è una raccolta di poesie popolari e antichi racconti a cui contribuirono colleghi e alunni. Il ricavato del libro fu destinato ai terremotati dell’Irpinia 1980. In seguito fu la Newton Compton a chiedermi di pubblicare un libro sulle leggende e tradizioni sarde. Nacque cosìLeggende e racconti popolari della Sardegna, 1984».

Che cosa la spingeva a scrivere sulle tradizioni? «Il forte desiderio che nulla del nostro patrimonio storico andasse perduto. Dopo il ’68 i giovani disdegnavano la storia locale e rinnegavano le tradizioni per assorbire la modernità propinata dalla tv, adeguandosi a nuovi modelli disdegnavano la nostra civiltà per loro sinonimo di arretratezza».

Cosa vorrebbe trasmettere al lettore? «Vorrei trasmettere a tutti le mie conoscenze e il mio piacere di scrivere».

Per che cosa vorrebbe essere ricordata? «Per avere raccolto frammenti della storia della Sardegna che altrimenti sarebbe andata perduta».

Ha fatto tante cose, cosa vorrebbe fare ancora? «Non vorrei fare più niente. Mi sento soddisfatta anche se mi accorgo di essere poco conosciuta per tutto quello che ho fatto».

Che cos’è l’altro per lei? «Un essere umano che merita rispetto sempre e a prescindere ».

Cosa prova dopo aver scritto un libro? «Sollievo. È una creatura che va per il mondo come un figlio».

Ai giovani che non amano leggere e tanto meno scrivere che cosa si sente di dire? «Ogni parola sarebbe inutile perché catturati dalla tecnologia di cui dispongono trovano le risposte ad ogni loro quesito. Tuttavia dimenticano con la stessa facilità con cui leggono perché non fanno esercizio di memoria. Non potranno mai apprezzare la bellezza di una poesia di Leopardi tanto quanto la posso apprezzare io. Non colgono l’intimo perché i sentimenti si affinano con la lettura, il confronto e l’osservazione. Il cellulare ha sostituito il dialogo e la comunicazione, il libro ha perso la sua funzione».

Che cos’è l’amicizia per Dolores Turchi? «È una cosa molto rara. Ho pochi amici e molte conoscenze. È difficile custodire un’amicizia e perché ciò avvenga occorre essere in due».

Come trascorre la giornata? «Come la trascorrevo! Adesso mi sono impigrita, leggo e guardo la tv».

Le piace la musica? «Ascolto solo musica classica. I miei idoli sono Chopin, Mozart, Beethoven e?ajkovskij ».

Se non Oliena dove? «Non ho mai amato vivere nelle grandi città perché qui mi conoscono tutti, sono io che ormai non riconosco nessuno ».

Chi sono gli olianesi? «Gli abitanti di un paese che ha smarrito la forte identità di un tempo. Oliena sta cambiando e non in positivo».

A chi vorrebbe lasciare l’eredità della sua conoscenza? «Oggi non l’accetterebbe nessuno. Avrei voluto trasmetterla ai nipoti ma sono proiettati fuori dalla Sardegna e dall’Italia. Sono sicura che nessuno la coglierebbe, forse quando saranno più maturi».

Ha una passione? «Viaggiare. Oggi non me lo potrei permettere fisicamente. Non mi è mai piaciuto viaggiare nei paesi nordici. Ho visitato l’Africa, l’America e l’India. Sono venuta a contatto con le loro civiltà. Ho visto l’indifferenza della gente di fronte a chi soffre, la miseria contrapposta alle ricchezze di chi vive con le pareti intarsiate di pietre preziose e mi sono sentita stringere il cuore».

Le è mancata qualcosa nella vita? «Economicamente nulla grazie a Dio. Mi sarei voluta dedicare di più ai nipoti per trasmettere loro alcuni insegnamenti anche se i giovani sono poco disponibili all’ascolto».

Per chi e su che cosa vorrebbe scrivere un libro? «Dopo il mio ultimo libro I carnevali e le maschere tradizionali della Sardegna ho messo la parola fine».

Di quali carnevali e maschere parla? «Parlo dei carnevali della Barbagia e del Campidano dal 700 fino ad oggi scavando sulle origini delle maschere tradizionali. Ho osservato la gestualità, come si presentano e cosa veicolano fino ad arrivare alla scoperta del culto dionisiaco e ne ho spiegato il valore. Il nostro è un carnevale triste lugubre che annuncia la morte che tuttavia prelude alla rinascita. L’aspetto dionisiaco il più tragico va spiegato bene per essere capito. Questa è stata la mia ultima fatica letteraria. Ho chiuso la mia casa editrice IRIS e la rivista Sardegna Mediterranea».

Cosa pensa la sera prima che la notte accolga una nuova alba? «Niente. Sono un po’ abulica, in ogni caso non penso di fare nulla, penso più al passato che al presente. Il futuro non esiste. La mia esistenza quanto prima si chiude meglio è. Non vorrei vivere a lungo perché non mi ci ritrovo in questo mondo».

Perché tanta tristezza? Nelle sue parole leggo molta malinconia! «La solitudine non mi è mai pesata. Sono un po’ filosofa».

Conclude infine con le parole di Jèli il pastore del Verga, «Si vive soli come si muore soli».

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