SI E’ SPENTO COSIMO TAVERA, SIMBOLO IN ARGENTINA DELL’EMIGRAZIONE SARDA: LO RICORDIAMO CON DUE ARTICOLI PUBBLICATI NEL 2014

ph: Cosimo Tavera

di Antonio Mannu e Moreno Pisano

«Questo circolo è nato negli Anni 20, per volontà dei sardi scappati dall’Italia fascista. Erano quasi tutti anarchici. Ne ho conosciuto di quei sardi di allora». Incontriamo Cosimo Tavera a Buenos Aires, nella sede dell’Associacion Italiana Sardi Uniti Buenos Aires. Non è semplice capire cosa sia questo luogo per la comunità dei sardi d’Argentina. Qui ci si incontra, si parla anche in sardo, si conservano memorie, ricordi, simboli e stereotipi che evocano l’isola. E’ difficile comprendere se non si è partiti a poco più di 20 anni, se non ci si è dedicati a tenere vivo questo luogo di socialità che, anche nel giorno della nostra visita, accoglie i sardi di Buenos Aires. E’ bello essere qui, tra questa comunità che ti riceve e ringrazia per l’attenzione. Dice il signor Tavera: «Quello che fate è interessante e prezioso, venite ad ascoltare le nostre storie, a rinnovare un legame. Senza una connessione con la Sardegna la nostra attività, la nostra storia, perdono significato. Devono sapere che ci siamo e abbiamo bisogno, non di soldi ma di idee, proposte, entusiasmo, organizzazione, competenze. Sennò torniamo indietro, torniamo all’abbandono». Cosimo Tavera è nato a Ittiri il 16 ottobre del 1924. E’ emigrato in Argentina nel ’49 con un contratto biennale con l’impresa edile Casiraghi. «La nave all’epoca ci metteva circa 25 giorni, io ce ne ho messo 23: partito il 3 marzo, sbarcato il 25. Al mio arrivo il cantiere di Casiraghi non era pronto, alloggiavo nell’Hotel des inmigrantes e c’era gente di tutto il mondo. Hanno chiesto se qualcuno voleva lavorare per il governo, mi sono offerto e mi hanno mandato alla ciudad Evita. Quando mi hanno visto lavorare hanno capito che il mestiere lo conoscevo e mi hanno messo nella squadra che costruiva la chiesa. Dopo alcuni giorni ho cominciato con Casiraghi, nella città di Caseros, in provincia di Buenos Aires. Sono stato con loro due anni, come da contratto». Poi Cosimo si licenzia e decide di mettersi in proprio. I titolari dell’impresa lo avvisano: l’Argentina è difficile, non è semplice farsi largo. Lui risponde: «Se mi va male mi va male. A casa siamo in sei, cinque sposati ed io che son celibe. Se va male torro a domo. Invece mi è andata bene, ho fatto un lavoro in Patagonia che è durato sei anni, ho costruito un intero paese, Florentino Ameghino si chiama. Ho fatto le villette, tracciato le strade, edificato la chiesa. Un paese completo». Cosimo torna per la prima volta in Sardegna nel’62, dopo tredici anni di Argentina. «Sono andato in Italia per vedere ed ho visto. Era cambiata e son rimasto perplesso quando ho visitato un cantiere di mio fratello, all’avanguardia rispetto all’Argentina. Ma io non mi potevo lamentare. Avevo dato vita anche a una fabbrica di insaccati, Sarda Società Anonima Commerciale e Industriale. Ancora esiste e sighe trabagliande». Cosimo Tavera, a lungo presidente dell’associacion Sardi Uniti, oggi guidata dal giovane Cesar Meridda, racconta che in un non ben definito cussu tempus c’erano oltre 40000 sardi in Argentina, 16000 a Buenos Aires. «Ci riunivamo tutti i mesi in una casa di campagna, qui si chiama casa chinta. Lo abbiamo fatto sino agli anni ’70. Ballavamo, qualcuno giocava a morra, qualcuno cantava a muttos». Tornare a casa a quel tempo era difficile, pochi potevano. Cosimo parla del suo primo ritorno. «Mi aveva preso la nostalgia de sos bezzos. Sono andato in apparecchio, costava tanto e chi aveva moglie e figli che poteva fare? C’è gente che è tornata con la famiglia, ma non sempre gli è andata bene. Qui forse avrebbero avuto più opportunità, o magari no, chi lo sa?» , perché la vita in Argentina non era semplice, anche a causa della situazione politica. «Il periodo dopo il colpo di stato di Ongania è stato il peggiore. Nel ’69 ha dato un colpo tremendo. Sono stati assassinati tanti studenti, le Università erano invase dai militari. Non c’era libertà, la gente aveva paura. Più avanti, sotto il successivo regime militare, c’è stato il tempo dei desaparacidos, ed è toccato anche a dei sardi». Cosimo Tavera ricorda la storia di Mario Marras e Martino Mastinu, nati a Tresnuraghes e arrivati in Argentina da bambini. Ricorda i Chisu, oroseini di origine. Gli chiediamo del periodo peronista, in particolare del primo decennio post bellico. Risponde che si stava bene, l’Argentina era ricca e non aveva vissuto la tragedia della guerra. «Ma era una dittatura, quando c’è una situazione così personalista non c’è vera democrazia». Sulla questione di Juanne Pira, il Peron mamoiadino, Tavera è sferzante. Dice che in Argentina ci sono stati diversi Juanne Pira ma Peron non aveva nulla a che fare con loro. Racconta invece di aver conosciuto l’orunese Peppe Zidda, che cucinò per Peron. Cosimo durante il nostro incontro ha sempre parlato in limba. «Sento la nostalgia, l’ ho sentita tutta la vita. Come vi posso dire». Per Cosimo un sardo in genere è una persona dignitosa, la cui parola vale come un contratto scritto. Ed è naturalmente ospitale. «Anche qui lo sono, quando incontrano un sardo poi, gli viene come una frenesia. Non sono tutti così, però una buona maggioranza sì. Purtroppo di sardi ormai ne sono rimasti pochi». Per sardi Cosimo intende, come tutti qui, i nati nell’isola. Come il suo omonimo Tavera, ittirese anche lui, che vive in Patagonia e con il quale si sente ogni giorno. «Mi chiama ogni giorno, onzi die! Po faeddare in saldu. E’ così. Anche lui non ha dimenticato».

 “Cos’ha fatto il Cagliari?” mi chiede Cosimo Tavera durante la nostra chiacchierata. E’ domenica pomeriggio e nonostante il fuso orario di 4 ore la nostalgia ha le lancette della Sardegna. Nel salone del circolo “Sardi Uniti” di Buenos Aires è la figlia Margarita a presentarmi il padre che scorgo seduto al tavolo circondato da alcuni attivisti. Un signore di 90 anni con una straordinaria energia nel parlare di emigrazione e Sardegna senza disdegnare gli argomenti di stretta attualità.

La mia curiosità è quella di chi conosce l’emigrazione solo nelle testimonianze degli emigrati e la prima domanda è: “Dove si trova il coraggio di emigrare?”. “Non è una questione di coraggio- dice Cosimo- si trattava del bisogno di costruirsi un futuro migliore dove sapevamo c’erano le condizioni”. Lontano dalla Sardegna del dopoguerra, verso un’America latina già popolata dagli italiani negli anni ’20. Il mestiere in mano è quello di manovale che mette al servizio di un’impresa sino a quando decide di mettersi in proprio. Il mestiere e le relazioni intraprese lo portarono ben presto ad avere lavori importanti come la costruzione di un intero paese in Patagonia. Ma è nel 1957 che Cosimo Tavera cambia lavoro. Su consiglio di un amico conosciuto tra emigrati tra una partita a carte e una grigliata pensa di produrre prosciutti. E’ in una di queste occasioni che conosce e diventa amico di un altro storico emigrato: Pietro Pintus di Nulvi, 92 anni. “Prima di prendere la decisione sul da farsi volli vedere di cosa si trattava e come funzionava una ditta di prosciutti visto che per me era un’assoluta novità” disse Cosimo. Io lo immagino tagliare le strade di Buenos Aires in sella alla sua Norton per raggiungere i terreni dove sorgerà la “Sarda S.A.C.” Non è la sceneggiatura di un film, nemmeno quando Cosimo disse ai militari dell’esercito che non era il caso di irrompere tra i suoi operai ma dopo qualche giorno 2 di loro al lavoro non si presentarono e i loro nomi si aggiunsero all’elenco di desaparecidos.

Il contesto storico-politico nonostante il peronismo e la dittatura rimane come sfondo ad una storia personale di Cosimo e collettiva del mondo dell’emigrazione capace di adattarsi e affrontare tutte le difficoltà di chi nella terra più lontana, dove per arrivarci sono stati necessari 23 giorni di navigazione, è stato possibile immaginare o costruire una vita migliore rispetto a quella temuta in Italia. Oltre le proprie abitazioni e i luoghi di lavoro c’è uno spazio fisico che più di tutti è il simbolo di un’emigrazione che ce l’ha fatta: calle Mendez de Andes n.°884. E’ una meta e un punto di partenza. Nel salone dove ho incontrato Cosimo è rimasto quel pulviscolo di dialetti sardi, canti e musiche, giochi di morra e riunioni, basta chiudere gli occhi per riavvolgere il nastro di ricordi mai vissuti. Appena si entra nel circolo sulla destra una targa al muro intitola il salone a Cosimo Tavera. L’idea è di Giancarlo Porru di Iglesias, presidente del circolo dal 1996 al 1998 che volle rendere omaggio a Cosimo per il suo lavoro per gli emigrati sardi. Cosimo è stato presidente del circolo dal 1976 al 1980 e dal 1988 al 1996. Il circolo nacque come punto di riferimento dell’emigrazione sarda in un momento in cui la lingua e le leggi non favorivano l’integrazione, così divenne una società di mutuo soccorso dove i sardi crearono quell’unità difficile da costruire in patria e impastarono il cemento delle mura con la solidarietà che ieri come oggi sostiene gli iscritti al circolo. Ma è l’attualità la curiosità più grande di Cosimo, 90 anni proiettati nel futuro con la preoccupazione per le sorti della Sardegna che si aggrappa alla nuova giunta regionale e con uno guardo di fiducia nei confronti di Renzi atteso alla prova dei fatti. Cosimo declina i fatti che negli ultimi anni sono avvenuti in Italia con una capacità di analisi che non si fa tradire dalla nostalgia e la mia domanda sorge spontanea: “Come mai è così informato?”. “Io sono abbonato alla Rai- dice Cosimo- e al corriere della sera, essendo in pensione ho tutto il tempo per leggere ed ascoltare”. Partito da Ittiri nel 1949 è uno dei reduci di quell’emigrazione che è diventata storia, nel suo viaggio di addio alla Sardegna ha solcato il mare come una lunga ferita la cui cicatrice è un ricordo lontano, bagnata dalle lacrime, tirata dalle risate. E’ una storia a ritmo di serrato, una morra con la vita, un ballu tundu sulla polvere, è una generazione che ha fermato il vento con le mani, è il sangue che non sarà mai acqua.

3 risposte a “SI E’ SPENTO COSIMO TAVERA, SIMBOLO IN ARGENTINA DELL’EMIGRAZIONE SARDA: LO RICORDIAMO CON DUE ARTICOLI PUBBLICATI NEL 2014”

  1. è venuto a mancare un grande uomo, Cosimo Tavera, punto di riferimento per tutto il mondo dell’emigrazione in Argentina e non solo. Con sacrificio si è dedicato al mondo dell’emigrazione, riuscendo a tenere unita la grande famiglia degli emigrati sardi in Argentina. Stimato e rispettato per i suoi valori morali e sociali. Ha ricevuto l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Anche l’Aitef, in occasione del primo premio Eleonora d’Arborea, ha voluto premiare Cosimo Tavera con la spilla d’oro, quale sardo distintosi a livello nazionale nel mondo dell’imprenditoria.

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