L’ISOLA DAI COLORI LIVIDI E OSCURI: LA SPERANZA NEL “GRANDE NUDO” DI GIANNI TETTI

 

ph: Gianni Tetti


di Francesco Bellu

È un’umanità senza scampo quella raccontata da Gianni Tetti, anche la Terra sembra saperlo, perché prima si apre ad accoglierla, per poi chiudersi inghiottendo tutto. Sassari ha i colori lividi di una città in perenne allarme con attentati a catena che ne squarciano il profilo succhiando via, nel sangue, vite e futuro. Ma è tutta la Sardegna a marcire, infettata dai veleni delle nubi tossiche, divisa dalle vendette e affamata dalle carestie; ormai è un luogo dove sono i cani ad aver preso il potere. Così la riscossa in questa isola-mondo non può che arrivare dagli ultimi, dai reietti che, guidati da un pescatore malato, cercano una via di fuga, una terra promessa. Non bisogna però affidarsi alla misericordia, perché ormai non ce n’è più traccia; c’è solo un’unica possibilità. È scritta nel vento e porta il nome di donna. Al suo terzo libro, dopo “I cani là fuori” e “Mette pioggia”, lo scrittore e sceneggiatore sassarese chiude la sua “trilogia del vento” con “Grande nudo”. Nato nel 1980, Gianni Tetti vive tra cinema e letteratura; oltre ai romanzi citati ha scritto e diretto il documentario “Un passo dietro l’altro”, è sceneggiatore di “SaGràscia” di Bonifacio Angius e ha collaborato allo script di “Perfidia”, altro film diretto da Angius, andato in concorso alla 67ma edizione del festival internazionale di Locarno. I suoi racconti sono stati pubblicati su numerose riviste come Frigidaire, Il Male, Atti impuri e in diverse antologie. Due anni fa stato inserito dal “Mucchio Selvaggio” fra i cinque scrittori più interessanti del panorama italiano ed è stato recensito dalle più importanti magazine di settore.

Dai primi racconti su Frigidaire ad un romanzo “fiume” di 670 pagine come “Grande nudo”. È un bel salto non solo a livello quantitativo di pagine, ovviamente, ma anche per come dipanare una narrazione. Cosa la ha spinto stavolta a fare questa scelta? In mezzo ci sono alcuni racconti, anche lunghi, in antologie, e altri due romanzi, quindi direi che il passaggio è stato graduale. Quando ho iniziato a scrivere, pensavo che la mia dimensione ideale fosse il racconto. In realtà dovevo solo imparare delle cose e fare esperienza. Ho allungato progressivamente la misura della narrazione fino ad arrivare a una raccolta come I cani là fuori, iniziata nel 2008 e uscita nel 2010. A partire da quel libro ho iniziato un percorso verso la forma romanzo e verso una narrazione più completa. Mette pioggia (2014) è l’esatta via di mezzo. Un po’ romanzo, un po’ racconto. Ma mentre scrivevo Mette pioggia, già avevo scritto anche i primi capitoli di Grande nudo. Grande nudo non è un salto nel buio, o una scelta improvvisa, ma semplicemente la fine di un percorso che dura da più di dieci anni, fatto di passi avanti e indietro, di scale da salire, ma anche di cadute. Dieci anni fa, sapevo che prima o poi sarei arrivato a qualcosa tipo Grande nudo, non sapevo ancora come e quando. Ora ci sono, e mi sembra ieri che iniziavo a pensarci.

Il libro fa parte di una trilogia iniziata proprio con “I cani là fuori” e “Mette pioggia”; può spiegarci come è nato il progetto, se si è sviluppato già in questa ripartizione oppure tutto ciò è un lavoro che è venuto fuori mano a mano che scriveva? Premetto che non si tratta di una trilogia di romanzi legati indissolubilmente tra loro, ma di un triangolo tematico. Nel senso che ognuno dei tre romanzi è a sé stante e leggibile singolarmente senza bisogno di leggere gli altri due. Ma tutti e tre parlano di Sassari, hanno in comune la presenza, a volte malefica a volte salvifica, del vento, tutti e tre hanno alcuni personaggi che ritornano, e esprimono una precisa idea di essere umano. Chiaro che la lettura in serie darà sensazioni aggiuntive, ma non è obbligatoria. Quando ho iniziato I cani là fuori, non avevo idea di cosa avrei scritto dopo, pensavo solo a finire quel libro che mi era stato chiesto da un editore. Per me era semplicemente un sogno che si avverava. Quando invece ho finito il libro, siamo all’inizio del 2009, ero sicuro che quei personaggi sarebbero tornati. Così, cominciando a scrivere Mette pioggia, sapevo già che avrei scritto anche Grande nudo. Oltre che riprendere i personaggi del libro precedente, ne ho inventato di nuovi, e alcuni sono finiti proprio in Grande nudo. Quindi, per sintetizzare, alla fine del primo libro è nata l’idea della trilogia.

Visto che siamo in tema di scrittura, come procede? È metodico con una tabella di marcia ferrea, fa schemi? Soprattutto per quanto riguarda “Grande nudo” avrà dovuto fare un’operazione di “pre-produzione” allo scrivere immagino. Sono metodico, scrivo a orari d’ufficio, prendo continuamente appunti su taccuini vari, divisi per temi o progetti, faccio almeno una volta a settimana schemi o scalette che mi servono per pianificare la scrittura. Per Grande nudo ho compilato decine di scalette che diventavano sempre più grandi fino a coprire per intero la mia scrivania. Alcune seguivano le storie dei singoli personaggi, altre le mescolavano così come si ritrovano nel libro, altre ancora raccontavano lo sviluppo delle trame secondarie, o i temi che intendevo affrontare e come. Ho faticato a trovare il metodo giusto per Grande nudo, anche quello è stato un percorso di crescita. Ed è stato bello, a un certo punto, sentire che tutto funzionava: gli intrecci prendevano forma, i personaggi iniziavano a crescere e a decidere la loro storia. Una sensazione stranissima, hai presente Matrix? Pillola blu o pillola rossa. A un certo punto ho preso la pillola rossa e ho visto “quanto è profonda la tana del Bianconiglio”. È successa una cosa del genere. Chissà se mi ricapiterà più.

Di fatto ha sempre raccontato una Sassari, una Sardegna e, in sostanza, una Terra sull’orlo dell’abisso, permeata da un Male oscuro. È un modo di vedere le cose che si rispecchia anche nella realtà che vive? Non esattamente. Sono sempre rimasto affascinato, da bambino, dalle storie tipo Conan il ragazzo del futuro, Mad Max, o Ken il guerriero. Cioè quelle storie che raccontavano il dopo, in cui c’è un forte ribaltamento dei valori a cui siamo abituati o in cui la forza è l’unica discriminante per decidere chi comanda e chi no. Crescendo, quell’interesse è rimasto, rafforzato dalla lettura di opere come La strada di Cormac McCarthy, e unito alle preoccupazioni per i miei figli. Non ho paura del futuro, e non sono un pessimista nella vita, ma so che se non attueremo i correttivi adatti, non sarà una gran bella Terra, quella che consegneremo ai nostri figli. I miei gusti narrativi e le mie preoccupazioni si riflettono quindi in quello che scrivo. Oltre al fatto che non voglio mai rinunciare, attraverso l’invenzione, a raccontare il presente, quello di tutti i giorni, quello delle grandi mutazioni in atto nella nostra civiltà. In Grande nudo Sassari è quella di oggi, solo che poi descrivo un processo di trasformazione. E le trasformazioni, si sa, non sempre sono indolori.

Nel romanzo Sassari è sconquassata da attentati senza sosta; una situazione che inevitabilmente fa ricordare gli assalti e le bombe di Parigi, Istanbul e Beirut da parte dell’Isis. Una casualità? No, e sono contento che mi abbia fatto questa domanda. Volevo parlare proprio di quegli attentati, degli effetti che hanno su chi viene più direttamente colpito, volevo portarli a casa nostra, desideravo che il lettore li sentisse vicini. Il mondo sta cambiando e bisogna che ce ne rendiamo conto.

Rispetto agli altri due libri c’è comunque una voglia di riscatto, una voglia di superare tutto ciò. In questo caso arriva da parte degli ultimi guidata da un uomo segnato dalle sofferenze che li guida verso un futuro diverso, mentre la speranza è affidata al nome di una donna “scritto nel vento”. È uno spiraglio di luce, ma tutt’altro che consolatorio alla fine non trova? Anche in Mette pioggia, c’è una sorta di carezza finale. In Grande nudo c’è la speranza, ed è forte. È il motore che guida le azioni di molti personaggi. Ma la speranza non deve essere consolatoria. Non può esserlo. La speranza deve accendere luci, deve far alzare le teste, deve mettere in marcia e spingere a rinascere. In ogni fine, c’è un nuovo inizio, ma bisogna accettare che tutto, anche ricominciare, ha un prezzo.

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