SULCIS, IL LUOGO DELL’IMMOBILITA’. PER LE INDUSTRIE DELL’AREA, UN PIANO DI RICONVERSIONE. E POI PRIMA SI CHIUDE E MEGLIO E’


di Vito Biolchini

Trasporti, energia, lingua sarda, spopolamento, pastorizia, lavoro: se ci si pone in una prospettiva storica, la questione sarda è fatta di problemi che si ripropongono di decennio in decennio sostanzialmente sempre con le stesse modalità. Non a caso, le vicende della politica si riassumono tutte nel tentativo da parte della società sarda più attenta alla necessità di costruire una prospettiva futura, di trovare un’idea o un leader capace di spezzare questa coazione a ripetere.

L’impressione complessiva è dunque sempre quella di essere fermi, condannati all’immobilità (che peraltro è una categoria positiva per i non sardi che con essa connotano spesso la nostra realtà: “Un’isola bella perché è sempre uguale a se stessa e non cambia”), mentre intorno a noi il mondo si muove e si modifica in maniera frenetica.

E in Sardegna il luogo dell’immobilità, del cambiamento negato, non è la Barbagia ma il Sulcis.

Qui, nonostante l’iper rappresentanza politica (fate il conto di quanti leader, parlamentari e assessori regionali negli ultimi trent’anni siano venuti da quella zona) e la ripetitiva rappresentazione mediatica (con la mitologia della “provincia più povera d’Italia”, tanto falsa quanto continuamente riproposta come se fosse una formula magica, un lasciapassare universale che autorizza qualunque tipo di pensiero o azione), le resistenze al cambiamento sono più forti che in qualunque altro territorio dell’isola. E qui la coazione a ripetere assume contorni parossistici.

Innanzitutto perché il Sulcis si indentifica con la crisi che ha colpito le sue industrie. Non c’è un immaginario alternativo a quello fornito dalle ciminiere, come se il territorio non potesse avere un destino diverso da quello industriale.

In questo modo, nel Sulcis il futuro diventa solamente una continua riproposizione del passato. Ciò che è stato, sarà ancora in saecula saeculorum. Contro ogni evidenza, il modello industriale della metallurgia pesante già evidentemente decotto viene riproposto in maniera autistica dalla stragrande maggioranza dei partiti e dei corpi sociali: centrodestra, centrosinistra, Confindustria e Cgil, Forza Italia e Rifondazione Comunista lavorano compatti e uniti per convincere l’opinione pubblica che il morto è ancora vivo e che comunque, nel peggiore dei casi, può sempre risorgere.

Miopia? Inadeguatezza? Convenienza? Paura del futuro?

Il caso dell’Eurallumina e della Portovesme Srl sono esemplari di questo tentativo della classe politica e dirigente sarda di negare l’evidenza. Se la prima fabbrica è già chiusa da nove anni (ma non passa mese che qualcuno non annunci o solleciti il miracolo della resurrezione), la seconda fa i conti periodicamente con le contraddizioni sempre più evidenti legate al suo ciclo produttivo.

Perché per produrre la Portovesme Srl deve inquinare, e anche tanto. L’ennesima discarica di rifiuti altamente tossici ora è colma e nessuno evidentemente se la sente con i tempi che corrono (e visto anche che la magistratura finalmente ha messo nel mirino le industrie maggiormente nocive dal punto di vista ambientale) di autorizzare l’ennesimo argine. La chiusura dell’impianto è quindi dietro l’angolo. Ma se anche venisse evitata, per quanto tempo le soluzioni adottate sarebbero valide? Fra quanti anni ci ritroveremmo al punto di partenza, davanti all’osceno dilemma “inquinare o licenziare”?

Tirare a campare non ha più alcun senso. È evidente che per la Portovesme Srl (così come per tutte le altre fabbriche altamente inquinanti del Sulcis e dell’intera isola) bisogna programmare in temi rapidi un piano di chiusura e di riconversione: perché non è immaginabile che questa fabbrica ipotechi in maniera così pesante il futuro dell’intero Sulcis, brandendo come un’arma impropria la questione occupazionale.

Si ponga dunque un limite temporale all’attività della Portovesme srl (cinque anni potrebbero essere una scadenza ragionevole, ma se fossero anche due non sarebbe male) e nel frattempo tutte le forze sociali e politiche che ora sono impegnate ad auspicare l’impossibile e l’inaccettabile, lavorino ad una alterativa per i lavoratori della fabbrica. Che hanno dritto sì ad una occupazione, ma non necessariamente a quella, i cui costi sociali e ambientali sono infinitamente più alti dei benefici sbandierati dal blocco della conservazione.

Il Sulcis si salverà solo così: programmando la chiusura delle sue fabbriche maggiormente inquinanti (la cui sorte è evidentemente già segnata) e aprendosi ad un futuro fatto di produzioni sostenibili sia dal punto di vista ambientale che sociale.

Era quello che avrebbe dovuto fare il Piano Sulcis, i cui 600 milioni di euro sono stati invece investiti per consolidare questo assurdo scenario industriale, e solo in minima parte per superarlo.

Se fare politica significa progettare il futuro, tutte le forze sociali e politiche sarde dovrebbero rispondere a poche semplici domande: nel 2050, voi ce la vedete ancora la Portovesme Srl riempire mezzo Sulcis di discariche tossiche? Quando si spezza questo circolo poco virtuoso? Fino a quando deve continuare questo scempio?

È chiaro che prima finisce, meglio è.

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