L’ECONOMIA DEL DONO: INTERVISTA A VERONICA MATTA, GIORNALISTA ANTROPOLOGICA

ph: Veronica Matta

di Marcello Carlotti

Buongiorno Veronica e grazie del tuo tempo. Guardando il tuo curriculum, noto che hai studiato Filosofia e ti sei laureata con una tesi di indirizzo socioantropologico sul cibo delle tue zone natie. Poi, con gli anni, hai sviluppato competenze e capacità per promuovere dei contenuti, anche relativi al cibo, attraverso i social e la rete. L’antropologia è una bellissima disciplina che, tuttavia, in Italia riscontra un limite: è difficile applicarla fuori dai corridoi accademici e non è riconosciuta come mestiere. Ci racconti in che modo sei riuscita a trasformarla in lavoro? Davanti al diffondersi di nuove forme di informazione col tempo modificatesi, sia la filosofia che l’antropologia, se applicate al mondo del giornalismo, della pubblicità e più in generale della comunicazione inclusi i social network, si rivelano come mezzi culturali molto utili per comprendere e filtrare la realtà, per chi non si accontenta di “quel che passa il convento”. Dopo tutto i giornalisti nelle loro pratiche quotidiane di rappresentazione del mondo trattano gli argomenti attraverso l’utilizzo di categorie interpretative che riproducono particolari immaginari geoculturali.
Al mio rientro da Madrid (Erasmus e Intime 36), in Sardegna, contemporaneamente all’insegnamento delle materie di storia, filosofia e spagnolo, aprì uno studio di produzione pubblicitario e iniziai realizzando, per alcuni enti istituzionali, prodotti editoriali quali “Microsardegna” per la Regione Sardegna, e Junior per il Comune e la Provincia di Cagliari, veicolando campagne sociali di sensibilizzazione legate al territorio anche attraverso l’uso dei fumetti del disegnatore oristanese, Stefano Obino. In seguito alla tesi di laurea in antropologia culturale nacque la collaborazione con le riviste culturali (Sardi News di Giacomo Mameli e Mediterraneaonline di Gianmarco Murru ) e successivamente con il progetto editoriale CagliariGlobalist coordinato da Claudia Sarritzu con la quale abbiamo creato oltre a “Talk, il salotto virtuale del libro e degli autori” e “Food, viaggio del gusto, paese per paese”, una finestra d’informazione e approfondimento di politica locale, dedicata, soprattutto alla città di Assemini, che da 4 anni rappresenta un laboratorio sociale importante da studiare e osservare, essendo il primo comune M5S della Sardegna. Ma è con l’associazione culturale Sa Mata, l’albero delle idee, di cui sono Presidente che porto avanti, con forza e determinazione, dei progetti culturali quali la prima “Libreria Comunitaria Sa Mata” che ha ricevuto nel giro di un anno oltre 500 donazioni di libri di narrativa, e altri come per esempio la gara culinaria “Chef per una notte iniziata sei anni fa, a Cagliari nel quartiere di Villanova, oggi diventata itinerante e che mira a valorizzare la dieta sardo-mediterranea, con grande attenzione verso il Campidano di Cagliari. La realizzazione del progetto de “S’Iscola de sa panada” ad Assemini, in particolar modo, da circa un anno, sintetizza gli sforzi tesi a spingere in alto il gioiello della dieta sarda e piatto tipico della comunità asseminese: sa panada. Ad essa con l’aiuto di alcuni partners asseminesi, la Dott.ssa – antropologa Maria Carmela Deidda e il Dr. Roberto Pili, che già da anni lavorano nel campo scientifico e antropologico sul territorio, abbiamo dedicato ben 3 convegni scientifici antropologici in collaborazione con 3 comunità (Assemini – Oschiri – Cuglieri) che producono in modo differente questo prodotto con lo scopo di riuscire ad avere una ricaduta sul territorio cuturale-economica-turistica. Nel fare ciò, non possiamo prescindere da una seria conoscenza delle tradizioni quando supportate da fonti scientifiche e storiche. La memoria orale se documentata non ha rivali e non è soggetta ad interpretazioni soggettive (che spesso creano danni e distorcono la realtà dei fatti). Non ho mai abbandonato le tecniche investigative antropologiche apprese nella facoltà di sociologia e antropologia dell’Università Complutense di Madrid, applicate sul campo in Campidano e in Marmilla, durante la raccolta dei dati qualitativi della tesi di laurea in antropologia culturale “L’alimentazione popolare infantile nella Sardegna tradizionale”, divenuto un saggio antropologico dal titolo “Il Dono del latte” promosso da diversi enti istituzionali in tutta la Sardegna e ospite di diversi festival letterari, inclusa la 1^ mostra dedicata alla cultura dell’allattamento al seno al palazzo ViceRegio della Provincia di Cagliari.

Dal tuo particolare osservatorio di giornalista antropologica, come giudichi la Sardegna? Che sensazioni hai per il futuro? Il confronto quotidiano con gli organi di stampa, la selezione delle notizie e la scelta di dare importanza a determinati fenomeni e non ad altri in forma diseguale, mi suggerisce solo una cosa: non siamo pronti a rilanciare l’isola, anche se ci sono eccellenze e professionalità. I fattori negativi sono rappresentati dal limite del fisco, dalla burocrazia e ahimè dallo scarso studio della cultura sarda. Al posto di affrontare i veri problemi, c’è chi fa retorica e idealismo. Nel frattempo nel mondo reale continua ad andare tutto a rotoli. Purtroppo la politica ha sempre premiato la demagogia perché trascina consensi. Come pensare di rilanciare l’isola? Certamente non lasciando tutto com’è e aumentando ancora la spesa pubblica. Spesso penso alla Grecia, culla della cultura, che ha richiamato tanti turisti, ma gestita male. Faremo quella fine di questo passo? Come possiamo vedere, i turisti non sono bastati, non basta e non basterà. L’economia va liberata sul serio, non coi salottini radical chic.

Quali sono le risorse fondamentali su cui l’isola sarda dovrebbe investire per cercare di affrontare la sfida coi mercati globali? Le uniche risorse di cui potremmo avvalerci sono quelle riformistiche: revisionando le nostre istituzioni affinché sia possibile incidere sui problemi esposti nella risposta precedente (fisco, cultura, burocrazia). Come continuazione della seconda risposta, mi sento di dirti che gli investimenti in ambito ricettivo e gastronomico son possibili solo se si risolvono i problemi suddetti. Potremo parlare di riforme citando lo statuto sardo, da riscrivere ma anche dei passaggi non applicati, come i punti franchi in Sardegna.

I mestieri stanno rapidamente cambiando. Quali saranno, secondo te, i principali mestieri del futuro in Sardegna? Impossibile saperlo, con le riforme tutti, dal primario al settore terziario. Senza riforme continuerà l’assistenzialismo e l’eccesso di spesa pubblica che tiene in piedi oggi realmente l’isola (non certo i pastori). Non è compito né dell’antropologo e ancor meno del politico capire in cosa investire ma solo del mercato (l’incontro tra utenti/consumatori e produttori/imprenditori di servizi/beni) e quindi dei nostri operatori economici (imprenditori enogastronomici, albergatori, ristoratori ecc.), che però sono impossibilitati ad accrescere gli investimenti per i motivi che ho provato a sviscerare con la seconda risposta.

Credi che la Sardegna sia pronta, in campo turistico od enogastronomico, a mettersi in discussione e, cambiando i modelli che finora l’hanno guidata, creare reali reti sinergiche capaci di rendere reali e attivi tutti quegli asset che, allo stato attuale, restano solo potenziali? Ovvero, quali sono i più grandi freni allo sviluppo dell’Isola? Il problema di tanti sardi (e italiani in generale) psicologico è rappresentato dalla malsana idea che qualcuno, come un messia, debba pianificare questo o quello in un dato settore. E’ una logica sbagliata e ad esempio inesistente nelle economie più dinamiche. L’unico modo per aiutare i sardi a fare rete è liberarli da fisco e burocrazia.

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