FAR VEDERE LE STORIE: MORENO CABITZA, FOGHESU DI SECONDA GENERAZIONE E STUDENTE DI CINEMA A LOSANNA

ph: Moreno Cabitza

di Roberta Pilia

A parlarmi per la prima volta di Moreno, aspirante regista, è stato suo padre Nino, Cabitza, per forza di Perdas, ha commentato mia madre quando gliene ho parlato.

Io e Nino siamo “vicini”: qui in Svizzera, io a Losanna lui a Ginevra, e in Sardegna, lui di Perdas e io di Escalaplano. Siamo soprattutto vicini di sensibilità, di letture, che ci suggeriamo e regaliamo, di attaccamento all’Isola madre, il tutto sfumato dal nostro vissuto e dalle aspettative future. È stato durante un incontro “al circolo” che abbiamo incominciato a parlare dei figli e dei loro rapporti con la Sardegna, soprattutto terra delle vacanze, della crisi in cui si trova, delle contradizioni di questa terra che amiamo non di amore cieco.

Moreno sarebbe entrato di lì a poco, finalmente, all’ECAL, prestigiosa scuola di arte e design, statale, sezione cinema.

Alcune settimane fà, al V Convegno dei Circoli sardi in Svizzera, a Zurigo, Moreno era uno dei due giovani, giovanissimi, che ci avrebbero raccontato del loro essere sardi di seconda generazione, del loro riappropriarsi del patrimonio d’origine, che lo volessero o no… so di cosa parlo, l’altro giovane era mio figlio.

Mio figlio Ludovico, e con lui i suoi fratelli, dall’alto dei suoi 16 anni ancora si cerca. Moreno, 22 anni ha già un mezzo di trasporto e qualche direzione da seguire.

Resta che i due interventi, in maniera diversa, hanno commosso e incuriosito i partecipanti al Convegno.

Mentre lo ascoltavo, è stato subito chiaro che Moreno non solo non dovremmo lasciarcelo sfuggire ma anzi lo dobbiamo accompagnare e fornirgli tutto l’appoggio di cui siamo capaci.

Sicuramente, Tottus in Pari e gli altri giornali della diaspora sarda costituiscono un mezzo valido e entusiasmante in questo senso.

Al telefono gli ho spiegato che sarebbe stato interessante saperne un po’ di più del suo “Bombolaio”, il film di cui ci aveva parlato a Zurigo, così ci siamo incontrati non lontani dalla sua scuola, a Renens, centro post industriale e culla storica dell’emigrazione italiana,

A me è bastato il titolo per incuriosirmi, non foss’altro perché le bombole, e il bombolaio di turno, sono stati parte integrante dei miei anni di studio a Pirri, come dire Cagliari.

Il nome è quello giusto, Moreno è moreno anche nel fisico, non è empatico, è simpatico e generoso. Parliamo a ruota libera ma non voglio scrivere nulla, una sfida, racconterò quello che resta, il più importante dunque.

Incominciamo a parlare della Sardegna, della squadra del Cagliari di cui è tifosissimo, di Perdas, di come, grazie anche al lavoro per il film una sorta di tesi finale, se ne è ri-appropriato scoprendola con i suoi occhi di persona che finalmente ne vede tutta la potenzialità, tutto l’immenso raccontabile, la materia senza fine.

“Il tema assegnato era l’energia, mi spiega, e molto probabilmente pensavano a dei lavori che riflettessero in modo più ortodosso le sfide attuali, l’ecologia… il paesaggio… forse è per questo che ho percepito un po’ di scetticismo quando ho presentato il mio progetto… ma poi è andata: l’energia c’era, tutte le energie, il trasporto dell’energia pure!  Il bombolaio di Perdas già lo conoscevo, e l’avevo visto girare per il paese. Ma non mi sono mai veramente interessato né a lui, né al suo lavoro… e non avevo nessuna idea di quello che facesse realmente… E dire che pure mio padre aveva fatto questo lavoro quando era giovane, per farsi un po’ di soldi…”

Lui parla e io mi immergo letteralmente nel suo racconto e trovo assolutamente perfetta l’espressione francese “farsi dei film”, io che trovo divertente fare le code, osservare la gente per strada o in ristorante e mi immagino storie.

Gli dico che non vorrei conoscere altro del suo film, che lo scopriremo quando sarà presentato all’EPFL di Losanna a settembre.

Quello che è interessante da scoprire è il come e/o il perché sia arrivato a voler diventare regista. Gli chiedo se conosce questa Nouvelle Vague sarda che, intorno agli anni ’80, dalla scrittura ha investito tutta la cultura sarda, quasi inventando un nuovo genere, il noir sardo, teatro, musica e cinema, creando il caso Sardegna.

Sorride quando gli confermo che “… sì, la chiamano proprio Nouvelle Vague sarda” e che se vuole approfondire o scoprire deve rivolgersi a Nino, suo padre. Mi spiega senza vergogna che effettivamente ha iniziato e provato a leggerLI, questi sardi, in italiano, ma che non ha la padronanza linguistica necessaria permettergli di goderseLI a fondo, e che è proprio a digiuno dei registi sardi.

“Resta che la scrittura sia il punto di partenza, fin da quando, ragazzino divoravo le storie dei fantasy. Già da allora era chiaro per me che volevo raccontare storie: visto che non sono mai stato bravo a scrivere, queste storie ho pensato di farle vedere”.

Nessuno meglio di me potrebbe capire questo legame con le storie, sono sicura che con te “ne vedremo delle belle”.

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