LA STRAGE DI CAPACI: NEL RICORDO DI GIOVANNI FALCONE, 25 ANNI DOPO

ph: Giovanni Falcone

di Maria Vittoria Dettoto     Avevo 16 anni. Rientrai a casa e vidi le lamiere della macchina contorte, il buco nell’asfalto. In un’autostrada siciliana, sotto il sole di maggio, il giudice Giovanni Falcone sua moglie e gli uomini della scorta venivano uccisi per mano della mafia. È quello il risultato di mesi di Commissioni presiedute da Riina. Di studio, appostamenti, selezione del luogo e modo ideale per farlo fuori quell’uomo scomodo. Dovevano ucciderlo da prima, in realtà. Gli emissari erano già pronti: studiate le vittime e le modalità di morte. Avvenne però che in quel periodo Francesco Cossiga, Presidente emerito della Repubblica, diede le dimissioni anticipate dalla carica per evitare il cosiddetto ingorgo costituzionale. E che tra i papabili successori vi fosse Giulio Andreotti… Pare che l’attentato di Capaci sia stato organizzato per fare un dispetto anche ad Andreotti.. Due giorni dopo Capaci, gli venne preferito Oscar Luigi Scalfaro. Ma torniamo a Falcone. È notizia di questi giorni che si provvederà alla pubblicazione dei suoi atti personali. Un’eredità ai postumi che ci aiuterà a capire molte altre cose, certo. Perché farlo a 25 anni di distanza e non farlo immediatamente? Cosa contenevano quegli atti di tanto secretabile da oscurarli per tutto questo tempo? Dov’era lo Stato mentre veniva ucciso? Dov’era quando due mesi dopo veniva ucciso Borsellino, amico e collega di Falcone? Dov’era lo Stato mentre ieri in una strada di Palermo veniva ucciso Dainotti, mafioso responsabile di omicidio di un carabiniere e fuori dal carcere per aver beneficiato di una legge di quello stesso Stato che alla mafia spesso si piega. La mafia uccide e lo Stato assiste. La mafia penetra nello Stato ed esso le apre i varchi. Dove sono oggi i novelli Falcone e Borsellino? Dove sono coloro che hanno il coraggio di lottare contro la mafia o di scrivere verità peraltro risapute come me ora? Combattiamo il terrorismo islamico ma i terroristi più pericolosi li abbiamo in casa e li accogliamo e talvolta osanniamo. Con spregiudicati inchini nel corso delle processioni religiose, persino. Tutti sanno. Tutti conoscono. Nessuno parla. Rompere il muro del silenzio e l’omerta’ è il primo passo per evitare il proliferare di realtà che si fondono col tessuto sociale. Delle quali gli onesti non fanno parte. Se ognuno di noi imparasse ad essere sentinella e a non nascondere la testa sotto la sabbia per la paura, probabilmente le cose andrebbero meglio. Si muore ogni volta che si tace e non si denuncia. Non solo quando si è vittime di un attentato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *