IL DOMATORE DELLE ONDE DELL’OCEANO: FRANCISCO PORCELLA, L’ATLETA SARDO DEL MOMENTO

ph: Francisco Porcella

di Massimiliano Perlato

Onde gigantesche che nascono spinte dai fattori meteorologici, fisici e naturali che congiungono in quel preciso istante in quella circostanziata porzione di mare. 

E’ senza ombra di dubbio, l’atleta sardo del momento. Un cittadino del mondo che cavalca le onde più maestose con una temerarietà unica. Francisco Porcella 31 anni, è un guerriero del surf che nella sua folgorante carriera, ha anelato premi prestigiosi in successione. L’ultimo lo ha ritirato qualche giorno fa a Los Angeles trionfando al Big Wave Awards, l’Oscar del surf per aver domato l’onda più grande dell’anno che lo ha sfidato a fine febbraio a Nazarè in Portogallo. Tutta la famiglia era presente al grande appuntamento: da papà Porcella, alla mamma Kirsten Schroeder al fratello Niccolò, anch’egli popolare surfista.

Francisco nato a New York, è cresciuto a Cagliari sino a 13 anni, la città del papà. Poi è stato “adottato” dalle isole Hawaii. Ora vive in questo scenario paradisiaco a Maui dove c’è la sua essenza, le sue tavole, i suoi sogni. Si sente sardo prima di tutto, e il suo accento non ammette repliche a riguardo. Sul braccio un tatuaggio: un pesce volante, che porta sulle ali i simboli della Sardegna da una parte e dell’Isola di Maui dall’altra, e intrinseco il concetto tutto suo di essere sempre in viaggio.

“È stato un anno da record, sono riuscito a performare al meglio durante ogni grande mareggiata: Fiji, Australia, Cile, California e poi Portogallo” dice ripercorrendo il suo ultimo anno fra le onde.

Negli anni vissuti in Sardegna, Francisco giocava nelle giovanili del Cagliari e dagli osservatori era ritenuto una promessa. “Con me c’erano ragazzi che poi ce l’hanno fatta” dice rovistando nei ricordi in cerca di qualche nome, tra cui saltano fuori calciatori noti come Francesco Pisano e Andrea Cocco.  Entrambi nati nel 1986, come Porcella. “Avrò avuto 13 anni e giocavo nei giovanissimi quando l’allenatore mi prese da parte per chiedermi se ero sicuro di trasferirmi, perché secondo lui avrei avuto un futuro”. Era il 2000 ed i Porcella stavano per emigrare alle Hawaii.

Il trasferimento fu fortemente voluto da papà Pietro che già conosceva bene Maui perché seguiva il windsurf come giornalista. Paradossalmente era la mamma Kirsten ad intestardirsi per rimanere in Sardegna.

“La prima volta che sono salito su una tavola da surf è stata in Sardegna, a Capitana. Ho provato a surfare con mio fratello Niccolò (a sua volta campione di Kite Surf) e ricordo ancora l’emozione di ‘strusciare’ sull’acqua e stare in piedi su un’ondina. Quello che mi ha affascinato è stata la sensazione che ho percepito. Sembrava fosse quella che stavo desiderando. Avevo appena iniziato, ma sapevo già che quell’attività sportiva poteva divenire il senso della mia vita. Io e mio fratello Niccolò abbiamo dovuto sudare per convincere mamma perché volevamo fare di questo sport la nostra professione” ricorda Francisco sorridendo.

Francisco e Niccolò ai tempi giravano molto in skate, prendevano dimestichezza col windsurf ma col surf da onda avevano avuto un probo approccio al Poetto, il punto di ritrovo della comunità surfistica cagliaritana.  Alle Hawaii intraprese il windsurf consentendosi qualche competizione in giro per il mondo con il contributo di piccoli sponsor. Ben presto nel suo animo prese sostegno l’idea e il desiderio di sfidare il mare intraprendendo il surf. La metamorfosi era quasi compiuta, mancava soltanto l’ultimo risolutivo stadio per pervenire al Francisco Porcella big wave rider: “Sì perché proiettarsi su bombe d’acqua di oltre dieci metri ha poco a che fare col surf acrobatico, quello più seguito e scenografico, quello che vende e sposta milioni di dollari tra sponsor e televisioni”.

Francisco sa identificare l’attimo preciso in cui ebbe coscienza per la prima volta di quell’attrazione fatale: “Avrò avuto 18 anni ed un mio amico aveva acquistato una moto d’acqua. Perciò il giorno di una mareggiata storica, con un po’ di incoscienza stabilimmo di andare a surfare un’onda segreta, che conoscevamo in pochi. Sperimentammo la tecnica del tow-in, che consiste nel farsi trascinare dalla moto d’acqua dentro l’onda, anziché remarla a braccia. Ci saranno stati 5/6 metri hawaiani, era spaventoso. Fu incredibile avvertire quell’energia”.

Da quel giorno alle tre nomination ai Big Wave Awards della World Surf League tante cadute, successi e sessioni interminabili d’allenamento. “Premessa la parte atletica e fisica a cui ci consacriamo tenacemente e con una indubbia intensità, ciò che fa concretamente la differenza sono gli allenamenti sotto stress. Tanta apnea e metodi di respirazione, il nostro sangue dev’essere ossigenato al massimo, ma sopratutto eseguiamo simulazioni di ciò che succede in mare. Per esempio, in piscina vado sott’acqua senza prender fiato, chi si allena con me mi fa precipitare come se fossi in una centrifuga, mi tira per il leash (il cordino che connette la caviglia del surfista alla tavola) mentre io provo a nuotare”.

Una forza mentale considerevole, forgiata sulla persuasione che competere contro il mare è totalmente inutile, devi assecondarlo e eludere gli attacchi di panico. Diventa basilare la collaborazione in acqua, uno spirito cameratesco che si stabilisce tra chi sfida questi prodigi naturali: “Ci guardiamo le spalle e siamo tutti esperti di tecniche di rianimazione, traumatologia e procedure di salvataggio. Alle Hawaii viene rilasciato anche un brevetto dalla lifeguard association”.

Anche perché – sottolinea Francisco – stare a quei livelli significa andare oltre il semplice gioco. Qualcuno purtroppo perde la vita. Sempre meno ma è capitato e potrebbe succedere ancora.”

Il concetto della paura è semplicemente umano. “Certo, ho vissuto esperienze molto apprensive. – racconta Francisco – Ho pensato più volte di avere degli angeli vicino a me. Ci sono dei momenti dove l’esplosione dell’onda non riesci a gestirla, allora cadi, ma c’è così tanta potenza che vieni spinto in aria, in un grande rimbalzo. È una sensazione stranissima. L’unica cosa che puoi fare è collocarti in una sorta di meditazione, lasciarti “frullare” dall’autorevolezza dell’oceano cercando di rasserenarti e lasciar fare all’onda quello che deve fare. In quell’istante il tempo decelera e non comprendi mai davvero cosa stia avvenendo. Mi è successo 3-4 volte negli ultimi 10 anni. Il mare sa essere maligno e per questo non bisogna mai smettere di rispettarlo”.

Ed ora  è arrivato il più grande risultato della sua carriera, avendo preso un premio raggiunto soltanto dai migliori della disciplina, dalle leggende. Come lo è oramai Francisco Porcella.

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