LA CASA DALLE NUVOLE DENTRO : INTERVISTA A GIACOMO GRIFONI CHE RACCONTA IL SUO PRIMO ROMANZO


di Carmen Salis

Presentato a Firenze, presso la Sala Marmi del Parterre, il libro di Giacomo Grifoni: La casa dalle nuvole dentro – edizioni Amico Libro -, un romanzo che racconta la fragilità dell’essere umano, dei rapporti e delle relazioni che a volte uccidono e a volte restituiscono la vita, della quotidianità che si scontra con la normalità che spesso nasconde un passato doloroso.  Giacomo Grifoni, psicologo e psicotoerapeuta, socio fondatore e responsabile della formazione del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Firenze, il primo Centro in Italia che si occupa di favorire il cambiamento di uomini violenti nelle relazioni affettive, è al suo primo romanzo.

Giacomo sei autore di altre pubblicazioni ma questo è il primo romanzo quanto si può comunicare con una bella storia?  Molto. Il romanzo, oltre a rappresentare un’emozionante esordio, si inserisce in un naturale percorso di evoluzione personale circa la consapevolezza che è necessario sensibilizzare le persone sui temi di cui mi occupo: il maltrattamento, la violenza psicologica e la disumanizzazione affettiva dei rapporti umani. Se diciamo che la violenza è un problema culturale, è con la cultura che possiamo iniziare a sconfiggerlo. In questo senso, credo che La casa dalle nuvole dentro rappresenti un tentativo sperimentale di avvicinare il lettore a tempi scomodi e complessi come quelli della violenza domestica, mettendo in primo piano il punto di vista del maschile, che è quello di cui ci occupiamo al Centro Ascolto Uomini Maltrattanti. 

Il tuo lavoro quanto si sposa con la tua passione per la scrittura? Mi sono formato ad ascoltare storie. A costruire trame dentro alla sofferenza delle persone. Nel mio lavoro di psicoterapeuta, in un certo senso, è come se fossi uno scrittore che, insieme al “cliente”, mette nuovi punti e virgole a parole inespresse, emozioni invisibili, scheletri nell’armadio e fantasmi. A volte, nel nostro lavoro costruiamo proprio parole mai dette. In un certo senso, lo psicoterapeuta aiuta l’altro a riscrivere qualcosa di interdetto, di interrotto o di inespresso. Mi piace pensare che nel mio romanzo abbia riportato per scritto un’ipotetico percorso di un uomo, frutto della mia fantasia, e che tutto questo sia idealmente connesso con anni di ascolto e di riflessione. Spesso scherzosamente dico che negli ultimi tempi non riesco a leggere molti romanzi, perché quando mi siedo su una poltrona e ascolto le persone è proprio come se fossi costantemente “in lettura”. Ogni persona è un romanzo.

Andrea, il protagonista del tuo romanzo, è un uomo del nostro tempo, e del nostro tempo sono anche le problematiche che lo accompagnano? Nella scrittura ho cercato di generare reazioni che possano portare i lettori e le lettrici a dire: ma in questa cosa mi ci rivedo anch’io. Chi lavora con la violenza è abituato a rimandare continuamente questo aspetto alle persone con cui entra in contatto durante le azioni di formazione e sensibilizzazione. La violenza è qui, non è lì. È dentro di noi, nel senso che ci è vicina, prossimale. La violenza è un problema di tutti, non è solo un problema dell’altro. In particolare, poi, come accennavo prima, il fuoco del racconto dà voce al punto di vista del maschile. Spero di essere riuscito a mettere a nudo cosa può provare un ipotetitco uomo mentre guida dopo aver litigato con sua moglie, si ferma in autostrada a bere un caffè o va a fare la spesa al supermecato. Di mostrare come la violenza si insinui impercettibilmente nelle nostre azioni quotidiane, nel tentativo di avvicinare il lettore ad una nuova consapevolezza di cosa sia veramente la violenza di cui tanto si parla e che fa ammalare le persone, e in particolar modo quella psicologica. Ma con mia grande soddisfazione, durante la presentazione del 3 febbraio, è stato notato come tra le pagine emerga in modo vivo anche il punto di vista del femminile. Di un femminile che per anni osserva il maschile. Molto spesso lo tollera, lo cura e lo aspetta… ma fino a un certo punto. Quindi sì, il protagonista del romanzo è Andrea, ma lo sono anche i suoi familiari, che in modo attivo influenzeranno le sue azioni e le sue scelte.

Il viaggio è un elemento fondamentale. Andrea dovrà viaggiare per ritrovare se stesso e non solo. Una frase a cui tengo molto, emersa nel corso della promozione del romanzo grazie al confronto con l’estro di mio fratello Francesco, attore che ha curato il book trailer, dice: “A volte bisogna partire, per sapere come tornare”. Cioè, bisogna perdere vecchi punti di riferimento, esplorare la paura dell’incertezza, il vuoto della crisi e affrontare la dimensione della scelta. Credo che molte nostre paure e opportunità abitino proprio qui, in questo passaggio intermedio che c’è tra un vecchio status e l’ipotesi di un futuro. La scelta apre sempre le porte all’etica, di qualsiasi tipo e segno sia la scelta che fai. Il viaggio è dunque un elemento metaforico prima che reale; è il viaggio che ognuno deve fare per assumersi la responsabilità di scegliere che persona diversa essere, nel segno del rispetto. 

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