ANTONIO GESUINO BOEDDU RACCONTA LA “SUA” SECONDA GUERRA MONDIALE: I CENT’ANNI DEL “SASSARINO” PRIGIONIERO DEGLI AMERICANI

ph: Antonio Gesuino Boeddu

di Nadia Cossu

Quando a gennaio del 1947 rientrò a Ottana – dopo quasi tre anni vissuti da prigioniero in America – sua mamma lo accolse insieme a tutto il paese alla fermata del pullman e dopo averlo abbracciato gli tolse dalle spalle il pesante cappotto militare di lana. Lui, all’epoca giovane “sassarino” trentenne, lo interpretò come un atto di cortesia, il gesto galante e commosso di una madre verso un figlio soldato sopravvissuto alla guerra. In realtà la ragione era un’altra: «Eravamo talmente poveri che appena arrivammo a casa lo tagliò e cucì subito due gonne per le mie sorelle».

Antonio Gesuino Boeddu è nato il 6 gennaio del 1917 a Ottana. Per i cento anni c’è stata la grande festa per il fante del 151° reggimento della Brigata Sassari che ha combattuto la seconda guerra mondiale. Il nuovo centenario sardo vive a Siligo dal 1953 – da quando cioè ha sposato Peppina Maccioni, 84 anni.

Ha gli occhi vispi e una testa colma di lucidi ricordi, ha la voce forte di chi sa bene cosa significhi patire freddo, fame, nostalgia. «Quando mi chiamarono per il servizio militare, andai a Trieste come fante del 151° – racconta nella stanza della sua casa di Siligo circondato da moglie, figli, nipoti e pronipoti – A Bologna ho fatto un corso accelerato come carrista, poi abbiamo raggiunto Lecce e ci siamo imbarcati verso Tripoli».

È una scansione temporale precisa la sua, Gesuino Boeddu puntualizza date, persino i giorni, e abbassa il tono della voce solo quando riaffiora il ricordo dei periodi più difficili: «Rimanemmo fermi a El Alamein (storico teatro della battaglia tra l’impero britannico e le forze italo-tedesche ndc) per sei mesi. Dovevamo raggiungere Alessandria d’Egitto ma non ci andammo mai». E poi il momento più duro: «Gli americani ci fecero prigionieri in Tunisia, eravamo ammassati nella stiva di una nave britannica e impiegammo 32 giorni per approdare nel Kentucky». Ai confini con l’Ohio – come tiene a precisare il soldato Boeddu – cominciò il lungo periodo di sottomissione «durato 34 mesi». La traversata in nave come fu? «Stavamo ai piani bassi, in quelli alti c’erano gli ufficiali, nelle cabine – racconta con un accenno di sorriso – La mattina presto ci portavano da mangiare farina e latte e una fettina di pane, grande quanto una sigaretta. A mezzogiorno arrivavano con la marmitta piena di patate: ce ne davano due se erano piccole, una se erano grandi. Idem la sera». Patate e…? «E basta! Per 32 giorni abbiamo mangiato solo patate, null’altro. Oltretutto quelle piccole finivano per essere troppo cotte, quelle grandi troppo crude». Come a dire che da parte di chi cucinava non c’era la benché minima attenzione, i tempi di cottura erano prestabiliti.

Tremila prigionieri dentro una nave e tra questi Antonio Gesuino Boeddu non era l’unico sardo. «Della zona del Sassarese non ce n’erano tanti, mi ricordo però gli orunesi e gli orgolesi, eravamo amici». Il trattamento riservato loro dagli americani non era poi così malvagio: «Coltivavamo le campagne – ricorda – piantavamo pomodori. Certo non posso dire che mi abbiano fatto del male ma… eravamo prigionieri, cosa c’è da aggiungere? I pensieri erano tanti, uno in particolare era per i miei familiari che mi credevano morto. Non avevano mie notizie da nove mesi e si era diffusa quella voce».

Prigionieri che guardavano il mondo esterno «attraverso una rete metallica». Fino al giorno in cui scoprirono che la guerra era finita. «Me lo ricordo bene quel momento – racconta il sassarino centenario – Ce lo comunicarono e subito dopo uscì una circolare, chi firmava quel documento si impegnava a non fuggire e a non danneggiare l’America e gli veniva dato un lavoro. Io firmai, gli altri che non lo fecero non li vedemmo più». E così, dopo la guerra, Gesuino Boeddu venne ingaggiato come operaio in una stazione. Addosso una tuta con una scritta nelle spalle che lui ha impressa ancora nella mente: «war’s prisoner» (prigioniero di guerra). In quella stazione veniva smistato e distribuito materiale in arrivo dai treni: «C’era un americano a controllo di ogni prigioniero, la paga giornaliera era di 9 cent di dollaro. Quando racimolai un bel gruzzoletto lo mandai a casa, a Ottana. Fu allora che i miei familiari scoprirono che ero ancora vivo».

Nove mesi senza ricevere notizie, convinti che il proprio figlio fosse stato ammazzato durante chissà quale battaglia e da chissà quale esercito, poi improvvisamente quella lettera. «Rientrai a casa intorno al 10 gennaio del 1947, cominciai a lavorare subito, c’era molta povertà. Feci il pastore e qualsiasi lavoretto mi capitasse, poi andai a Mores come servo pastore e quindi a Siligo. Ero bravo anche a costruire i muretti a secco, aravo le vigne, e finalmente riuscii a comprare del bestiame e diventai un pastore “autonomo”».

Poi arrivò l’incontro con Giuseppina, 16 anni in meno di lui, e arrivarono anche i quattro figli. «Cercavo una moglie giovane, perché mi accudisse quando diventavo vecchio. E l’ho trovata».

http://lanuovasardegna.gelocal.it/

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *