STORIA DI PASQUALE FALQUI E DEL SUO CELEBRE CONFETTO: IL SARDO DI SAMASSI AL QUALE BASTAVA LA PAROLA

di Marcello Atzeni

Falqui! Basta la parola! Chi ha sulle spalle uno zaino con gli anta, non può dimenticare, il celeberrimo spot, anzi, la reclame, che, per tantissimi anni, ha imperversato nel “ Carosello”. Uno slogan  che Marcello Marchesi, e chi se no? mise in bocca a Tino Scotti, due meneghini  al “servizio” di un sardo. Sì. L’inventore del famoso confetto, era un farmacista di Samassi. In una tipica casa campidanese, in “ladiri”, (ovvero mattoni di terra cruda coniugati con della paglia stopposa, “abbronzata” al sole di Sardegna), in piazza Mercato (Pratza de ispostus), oggi Piazza Italia, alle sei e trenta del 27 marzo 1902, nasce Pasquale Salvatore Mauro Falqui.

Figlio  di Salvatore, negoziante e di Annetta Cadoni, una latifondista di Serramanna. Pasquale, dopo la laurea in Farmacia e Chimica, conseguita nel 1925, aprì bottega ad Iglesias, ma dopo pochi anni, si trasferì a Milano, con la moglie Nice Cucca, di Muravera e i figli, Anna, Salvatore e Paolo. La quarta erede, Delia, sarebbe nata, nel 1943 a Fino Mornasco (Como), dove la famiglia era sfollata.

In viale Zara aprì un’altra farmacia (che esiste ancora e porta il nome “Farmacia Falqui del dottor Fasana”). Tra un preparato galenico e l’altro, amalgamò nella sua mente, i componenti di un’idea “rivoluzionaria”. La realizzazione di un confetto, non da deglutire, bensì da masticare o succhiare, proprio come  una caramella. L’estratto di prugna era l’anima dei lassativi dell’epoca, ma, con una consistenza, che per esser  mandato giù, occorreva un bicchiere d’acqua. Nel 1938, il dottor Pasquale, brevetta la sua intuizione. La battezza con il nome “Prunol”. All’inizio, come tutte le novità, venne visto con stupore dai possibili fruitori e con malcelata invidia dai suoi colleghi. Veniva venduto nella sua farmacia, poi, in quelle milanesi, quindi in tutta la Lombardia. Sul finire del 1939, quando la gente iniziava a farsela sotto per ben altri motivi, per colpa dell’olio di ricino e discorsi belligeranti, venne sfondato il tetto dei 100mila pezzi. L’entrata in guerra dell’Italia, sancita dalla voce tonante del “mascellone”, in quel balcone, di piazza Venezia, il 10 giugno 1940, segnò uno stop per tutti. La fine del conflitto, aveva lasciato ferite ovunque ma anche una voglia matta di  ricominciare. Ad Affori, periferia milanese, sorge lo stabilimento Falqui: si passa da un’azienda artigianale ad una  industriale. Prunol diventa, “semplicemente” Falqui. In un lampo, la piccola industria, sforna e vende 4 milioni di confetti. Ma il bello deve ancora venire. Se la pubblicità a mezzo stampa aveva dato già i suoi frutti copiosi, Pasquale, negl’anni cinquanta, con l’avvento della televisione (la Rai, allora Eiar, inizia le trasmissioni ai primi di gennaio del 1954), intuisce, che il tubo catodico è il cavallo di troia, per poter far entrare nelle case di tutti gli italiani, il suo, già famoso prodotto. Così, cerca e trova l’uomo dai mille slogan, “tal” Marcello Marchesi, dalle battute folgoranti. Marchesi, conia la frase, di facile e dirompente effetto: Falqui! Basta la parola! Poi s’idea una scenetta, allora, la reclame, funzionava così. Non spot di trenta secondi, ma, quasi,  dei cortometraggi  e alla fine, il colpo di fioretto. In “pedana”, la stoccata, spetta a  Tino Scotti, il testimonial si direbbe oggi, ovvero colui che ci mette la faccia. Mascagnone e baffo da sparviero, Scotti, compare, per la prima volta,  nel “Carosello” del 1957. Nell’anno successivo, 22 milioni di confetti, danno sollievo all’intestino pigro degli italiani. Poi un crescendo rossiniano, reclame su reclame e il fatturato raggiunge cifre altissime. Da investire nella ricerca, e far sbocciare le famose, “Zigulì”. L’azienda Falqui, ormai un colosso, sinonimo d’eccellenza, passa di mano. Nel 1985, viene comprata da una finanziaria italiana, già dentro al settore. Intanto, “su potecariusamassesu”, acquista, tra le altre cose, una cascina, semi-diroccata a Calco, oggi provincia di Lecco. Nel comune brianzolo, lo ricordano come un fautore del restauro-conservativo. Se gli altri buttavano giù tutto quanto, il babbo del purgante per eccellenza,chiese all’ufficio tecnico, una normale licenza edilizia, per ristrutturare, senza stravolgere, il classico casale padano. Il 3 dicembre 1999,  “saluta” tutti. Viene cremato e l’urna è custodita, dalla figlia Delia, che abita nell’alessandrino. A Samassi, in pochi sanno di lui. Qualcuno è a conoscenza che ha donato la sua raccolta di libri al Comune e un pezzo di terra, oggi, Parco Falqui. Un’ultima curiosità. Falqui, in realtà, era Falchi, suo nonno Pasquale, di San Nicolo Gerrei (allora, Pauli Gerrei), sposa a Villacidro, Vincenza Piras, e suo figlio Salvatore, verrà registrato all’anagrafe, per errore, come Falqui.

Falqui o Falchi, fa poca differenza. La differenza la fece lui. Più preciso nel suo lavoro,rispetto all’impiegato comunale.

Magari distratto da disturbi gastrointestinali.

5 risposte a “STORIA DI PASQUALE FALQUI E DEL SUO CELEBRE CONFETTO: IL SARDO DI SAMASSI AL QUALE BASTAVA LA PAROLA”

  1. Gentilissimo bell’articolo, però la foto postata e di tutt’altro Pasquale Falqui.
    La invito a rimuoverla con la massima urgenza, diversamente ci atti eremo in altra sede

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