PER FRANCESCO MASALA, SCRITTORE E POETA, SU MUNDHU EST GAI, O NIEDDU, O BIANCU

Milano, 20 novembre 2016. Foto di Sergio Portas. Da sin. Giovanni Manca, Paolo Pulina

di Paolo Pulina

1)Al XXIX Salone Internazionale del Libro di Torino, presso lo stand della Regione Autonoma della Sardegna, che ha presentato il tema “Grazia Deledda, Antonio Gramsci,  Francesco Masala. Visionari Sardi. Omaggio al futuro”, il 14 maggio 2016 si è svolto l’incontro “Migrazioni e contaminazioni. Il senso delle radici in Francesco Masala e in altri visionari sardi”, a cura dell’Associazione  Editori Sardi (AES).
Moderati da Salvatore Tola, sono intervenuti Ugo Collu (su Grazia Deledda), Giovanni Manca (su Francesco Masala, del quale ricorre nel 2016 il centenario della nascita), Annalena Manca (su Vincenzo Manca, anche lui nato nel 1916).
Si veda su questo sito web il mio articolo  sui loro interventi:
http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2016/05/20/i-%e2%80%9cvisionari-sardi%e2%80%9d-grazia-deledda-francesca-masala-e-vincenzo-manca-ricordati-al-salone-del-libro-di-torino-da-ugo-collu-giovanni-manca-e-annalena-manca/#more-44601
Al sottoscritto è spettato il compito di soffermarsi sulla “visionarietà” di Antonio Gramsci e  di Francesco Masala. Ho pubblicato uno stralcio della mia comunicazione su Masala su questo sito:  
http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2016/05/25/antonio-gramsci-%E2%80%9Cvisionario%E2%80%9D-nel-campo-della-teoria-politica-e-dell%E2%80%99analisi-della-narrativa-popolare-francesco-masala-scrittore-e-poeta-%E2%80%9Cvisionario%E2%80%9D-in-itali/
2)A Milano, nel pomeriggio di domenica 20 novembre 2016, presso Auditorium Lattuada, Corso di Porta Vigentina 15/a, il CSCS-Centro Sociale Culturale Sardo di Milano (presieduto da Giovanni Cervo) e l’Associazione Culturale Tra Parola e Musica – Casa di Suoni e Racconti, nella ricorrenza del centenario della nascita di Frantziscu /Cicittu Masala, hanno proposto il reading musicale “Il Dio Petrolio” (1986) tratto dal libro omonimo di Masala, con Camilla Soru (voce) e Andrea Congia (chitarra classica).
Dopo il reading, Giovanni Manca ha presentato la lunga intervista video “Francesco Masala si racconta” realizzata e condotta  nel settembre 2003 da lui con la collaborazione di Bepi Vigna.
Il video  è visionabile al seguente link:
http://www.sardegnadigitallibrary.it/index.php?xsl=2436&s=17&v=9&c=4460&id=187859
Personalmente ho svolto una riflessione sull’ossessivo contrasto fra NERO e BIANCO che compare nei versi  di Masala,  poeta “visionario” in italiano e in sardo.
Sulla “visionarietà” (intesa come la «capacità di creare situazioni e immagini fantastiche, irreali e di forte impatto visivo») di Francesco Masala basta leggere Il Dio Petrolio, Cagliari, Edizioni Castello, 1986; ripubblicato con il titolo  Il parroco di Arasolè (a cura di Giancarlo Porcu), Nuoro, Il Maestrale, 2001.
Le conseguenze catastrofiche (catastrofe antropologica)  del  “Dio  Petrolio” erano già state profetizzate  nella prefazione a Il riso sardonico, Cagliari, GIA, 1984.
In esso Masala aveva scritto, fra  l’altro: «D’altronde, la gente sarda, che non ha mai fatto “storia”, conosce bene la “morale della storia”, che è questa: il nemico viene sempre dal mare. Il male che viene dal mare sta dentro la memoria storica della sarditudine: […] fino all’ultimo nemico venuto dal mare, il piede nero di sporco caprone del Dio Petrolio».
Ma il Dio Petrolio era già presente  in italiano e in sardo (Deus Ozudepedra) nella poesia  Ballata nell’uomo del fosso / Cantone  de s’omine in su fossu pubblicata in  Poesias in duas limbas (poesie bilingui), Milano, Scheiwiller, prima edizione 1981, seconda edizione 1993; nuova edizione Nuoro, Il Maestrale, 2006:
Ehi, gente, prendete uno come me, / un uomo-bue che mugghia / fra le tanche di cisto e di lentischio, / e fategli questo scherzo: / mettetegli un cacciavite in mano,  / a fare il sagrestano / nelle chiese del Dio Petrolio.
Dopo il volume Poesie (Roma, Gastaldi, 1951),  Masala pubblicò la raccolta  Pane nero (prefazione di Giovanni Titta Rosa, Siena, Maia, 1956, tradotto in russo, jugoslavo e spagnolo); poi Il vento. Pane nero (Siena, Maia, 1960, tradotto in  francese nel 1992). 
Il pane nero, o pane di segale, è un tipo di pane di colore più scuro, usato in sostituzione al pane bianco, è fatto con la crusca e spesso con la piantana del mais triturata (si legge nel libro di Miriam Mafai, Pane nero: donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Roma,  La Biblioteca di Repubblica, 2012: «Duecento grammi di pane al giorno, pane nero fatto di poco grano e di legumi sfarinati, o pane giallo di granturco sfarinato, pane che si induriva, immangiabile, ma che pur bisognava mangiare»).
Per Masala in realtà non solo il pane è nero ma il mondo intero è nero per i lavoratori  (malfatati/ malefadados) della Sardegna: pastori, contadini, mietitori, zappatori, minatori. E non solo per loro:
Da un blues della Louisiana  (da Poesias in duas limbas/Poesie bilingui):
Io ero un uomo bianco, / laggiù, laggiù, nel Sud / lungo i campi di cotone, / laggiù, laggiù, nel Sud, / sono diventato negro.
L’aggettivo ner-o/a/i/e si insinua ossessivo in molte poesie: Lettera della moglie dell’emigrato (plaquette di poesie solo in italiano, dicembre 1968). Ricordiamo che questa plaquette esce con la dicitura Libreria Feltrinelli nel dicembre 1968  insieme ad un opuscolo con copertina rossa: Giuliano Cabitza, Sardegna: rivolta contro la colonizzazione (dicembre 1968). Seguiranno, sempre con copertina rossa: Domenico Olla, Il vecchio e il nuovo dell’economia agro-pastorale in Sardegna (dicembre 1969); Luisa Mancosu, Note su “stato di polizia”, giustizia e repressione in Sardegna  (giugno 1970). Come Masala ha messo in evidenza nel suo  scritto “Fra storia e autobiografia”, erano i tempi in cui «Giangiacomo Feltrinelli,  buonanima, venuto in Sardegna, da bravo milanese confuse la mia isola con l’isola di Cuba».
In Epitaffio per un abigeatario  
I cani neri della polizia [che ricorre due volte]
In  La promessa sposa dell’emigrante
La tarantola nera / mi ha morsicato il cuore,
emigrante, segnato da una stella / di fuoco nero, è morto a Marcinelle
In  Il figlio del capraro
e capre, piedi neri,  occhi di zolfo
In  Il pescatore di frodo
Il mare nero sulle bianche rive / sputa catrame,   
In Il notturno di pastorello
Il capro, piede nero, occhio di zolfo / chiama le sette bianche pecorelle
Il capro, piede nero, senza freno
In Antelucana della tessitrice
Il mio destino è quello  della  mora:  / bianca di desiderio da fanciulla / rossa per il lavoro da sposata, / e nera per il mio velo di vedova.
Tre spole per il sogno / tre spole per la sorte: / la bianca per la culla, / la rossa per l’amore, / la nera per la morte.
In  Mottetti del rimorso
la tarantola nera / mi ha morsicato il cuore.
In  Ballata dei fanciulli contadini
Il trillo bianco e nero / della rondine in aria;
In  Coro dei minatori
È questa la nostra sorte, / martello perforatore, / nero tamburo di morte / batti, batti contro il cuore. / Il ventre della terra / nero come la fame / le nostre mani scavano / dentro le tombe il pane.
Ahi,  carbone, ahi, carbone, / nero ghiaccio del minatore.
In  Requiem per gli ergastolani
I cani della luna latrano fra le querce / del nero Gennargentu.
Nella sezione “Rapsodia delle antiche età”
In  Cantilena della schiava bianca
la tarantola nera mi ha morsicato il cuore.
In  Litania delle maschere nere
La nostra terra è questo disperato tumulto / i monti di basalto e di nuraghi neri / fioriti come rose di lava e di sventura. / Nei campi d’asfodelo,  nere come la notte,/ le cagne della morte abbaiano dagli occhi / delle stelle.
Questa è la nostra legge: / quando i figli hanno fame, i padri moriranno / con la maschera nera e l’erba rossa in bocca/ il riso triste, il rosso riso del melograno. / Sacerdoti di bronzo versano acqua celeste / sulla venere nera.
In  Trenodia  barbaricina 
Tu non piangere più, nera madre di lutto, / hai il viso consumato come bianca candela, / i tuoi occhi due fiori gonfi di luce nera.
Nella sezione “Requiem per il terzo mondo”
In Da una ballata della placida Praga
Da Praga ha ricevuto il suo velo di vedova: /oh, tela nera e forte questo velo di vedo
 
Pane nero, che, come abbiamo visto, era il titolo di una delle prime raccolte di versi di Masala, ha  preso l’articolo “Il pane nero”, è  stato anche tradotto in sardo “Su pane nieddu” ed è diventato il titolo della prima sezione di Poesias in duas limbas (poesie bilingui), Scheiwiller, prima edizione 1981, seconda edizione 1993; nuova edizione Nuoro, Il Maestrale, 2006.
La seconda sezione si intitola “Cantones pro sos laribiancos” (“Ballate per quelli dalle labbra bianche”). Fin troppo  evidente il  contrasto cromatico nero/bianco: i  versi di questa seconda sezione rimandano al primo romanzo  di Masala Quelli delle labbra bianche  pubblicato da Feltrinelli  nel 1962.
La ballata numero IV  Da una ballata della placida Praga era un adattamento  (dopo l’invasione di Praga del giugno 1968)  de La ballata della moglie  del soldato tedesco  (in Poesie, Roma,1951):
 

La ballata della moglie del soldato tedesco, 1951Che cosa ha ricevuto la moglie del soldato,
che cosa ha ricevuto dalla lontana Russia?
Dalla  Russia l’è  giunto il suo  velo di vedova
oh, tela nera e robusta questo telo di vedova:
che essa ha ricevuto dalla lontana Russia.
 
 
Da una ballata della placida Praga, 1968                                               
Che cosa ha ricevuto la moglie del soldato,
dalla placida Praga,  dalla placida Praga?
Da Praga ha  ricevuto le scarpette di raso:
oh, che bel camminare le scarpette di raso!
Che cosa ha ricevuto la moglie del soldato,
dalla placida Praga,  dalla placida Praga?
Da Praga ha  ricevuto il suo velo di vedova:
oh, tela nera e forte questo velo di vedova!
 


Ma torniamo al “pane nero” / “su pane nieddu”. I versi Da un coro della terra dei nuraghi sono posti a chiusura delle cinque ballate di “Requiem per il terzo mondo” della plaquette 1968 Lettera della moglie dell’emigrato; le stesse strofe, in italiano e in sardo, compaiono a chiusura delle quattro ballate di “Requiem per il terzo mondo” che chiudono a loro volta la sezione  “Su pane nieddu”/ “Il pane nero” di Poesias in duas limbas (poesie bilingui), 1981.

Terra amara di Sardegna,1956
Terra amara, cielo nero,
pane nero, miele amaro.!
Ahi! pane del Campidano,
bianco per chi lo mangia
nero per il mietitore.
Ahi! vino dell’Ogliastra,

dolce per chi lo beve
fiele per lo zappatore.
Ahi! carbone del Sulcis,
fuoco per chi si scalda
gelo per il minatore.
Ahi! Sardegna, Sardegna,
nuraghe di silenzio
nuraghe di dolore.
Terra amara, cielo nero,
pane nero, miele amaro.
Da un coro della terra dei nuraghi, 1968 
Nuraghi  di madre nera,
nero silenzio,  nero dolore,
nera tomba del pastore.
Grano di madre nera,
pane bianco, bianco sapore, 
nero pane del mietitore.
Vino di madre nera,
miele dolce, biondo  colore,
fiele amaro di zappatore
Carbone di madre nera,
fuoco rosso, rosso calore,
nero ghiaccio di minatore
 
 
Boghe dae sa  terra de sos  nuraghes, 1981
 
Ahi, nuraghes  de Sardigna,
niedda amargura,  nieddu dolore,
losa niedda ’e  su pastore.
Ahi, trigu  ’e Campidanu,
pane biancu, biancu colore, 
pane nieddu ’e messadore.
Ahi, binu ’e Baronìa,
mele dulche, dulche sabore,
fele rànzigu ’e zappadore
Ahi, calvone ’e  su Sulcis,
fogu ruju, ruju calore,
astrau nieddu ’e minadore.
Ahi, Sardigna, Sardigna,
nuraghe de silenziu.
nuraghe de dolore
 


Questa rapida analisi stilistica conferma l’osservazione critica di Giancarlo Porcu che,  nella “Notizia  sul testo”  di  Quelli  dalle labbra bianche e Il parroco di Arasolè (Nuoro, Il Maestrale, 2008),  parla di «“sistema  u 
Masala”,  che si esprime per la coerente ricorrenza di grumi tematici, al limite dell’autoplagio».
 

3 risposte a “PER FRANCESCO MASALA, SCRITTORE E POETA, SU MUNDHU EST GAI, O NIEDDU, O BIANCU”

  1. Molto interessante per il traduttore (in francese) delle poesie di Masala che sono io (“Storia dei vinti” tradotto nel 1984 con titolo francese – scelta dell’Editore! – “Le Braconnier et autres poèmes de Sardaigne”, quasi una “première” in Francia).
    Claude SCHMITT
    arasole@orange.fr

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