QUEL THE NEL DESERTO DI DUBAI: ALESSIO PITZALIS, CHEF TRA GLI OSPITI DEGLI HOTEL DA RE

ph: Alessio Pitzalis

di Enrico Carta

Un tè tra le luci del deserto ha anche un po’ il sapore di Sardegna, ma non quello della nostalgia. La valigia in mano, trascinata all’inizio con un pizzico di incoscienza, non è mai mancata e l’attuale tappa a Dubai è difficile che sia l’ultima. C’è tempo per pensare al futuro. Per ora si resta lì, in una metropoli che ha saputo, nel giro di pochi anni, trasformarsi in una città a carattere internazionale tanto da essere diventata una sorta di “rifugio” degli italiani che migrano per esportare le loro capacità all’estero.

Sono sempre più numerosi e, tra questi, la comunità oristanese cresce. Alessio Pitzalis, 28 anni, è uno di loro. Uno di quelli che ha scelto il deserto dopo le brume inglesi, il freddo di Mosca e il bel sole di Cipro. «Ma il mio viaggio è iniziato a casa mia, in Sardegna – racconta –. La prima esperienza è stata al Luci di la muntagna a Porto Cervo». Poi la strada ha iniziato a scorrere sotto i piedi in un itinerario che l’ha portato in Piemonte all’Hotel Cavalieri al Sestriere prima dell’esperienza nei college più importanti come il Kings o il Trinity o il Westminister in Inghilterra. «In quel momento mi sono giocato la carta dell’Accademia italiana della cucina con Gualtiero Marchesi e infine sono riuscito a entrare nella cucina del ristorante Andreini ad Alghero che poi ho seguito nella sua esperienza a Mosca al National Hotel dove ho lavorato con lo chêf Andrea Montuori. È stato lui, dal primo momento, a spingermi a tentare il salto di qualità, così ho deciso di candidarmi come chêf per un ristorante italiano a Cipro». Ma qualcosa andò male e «durante il colloquio il general manager della compagnia non mi accontentò, ma mi diede il comando delle cucine del Columbia Beach resort. Così passai dall’ idea di avere una brigata di due o tre cuochi a trovarmi con più di trenta persone da gestire».

Insomma, troppo in là? No, perché con quello stesso pizzico di incoscienza che l’aveva convinto ad andare fuori dalla Sardegna a poco più di vent’anni, Alessio Pitzalis ha fatto di nuovo la valigia e a Cipro ha trascorso due anni. Poi una breve pausa ed ecco Dubai con l’hotel “The Address Montgomerie” come chêf de cuisine. «Non mi sono fermato a riflettere più di tanto e sono partito con un bagaglio a mano appresso. Pentito? Ovviamente no, vivo in una città affascinante, che ha un’anima all’avanguardia e aperta. La popolazione locale forse arriva al 20% il resto siamo tutti expat. È una città dove una buona idea e un buon progetto sono facilmente realizzabili». E forse è per questo che la comunità italiana cresce ed è ben inserita. «Molti ruoli di responsabilità – spiega Alessio Pitzalis – sono ricoperti da italiani, nella media molto giovani. Probabilmente non espatriando nemmeno avrebbero pensato di poter arrivare così in alto».

E poi c’è la Sardegna che manca, ma non troppo. «Sono parecchi anni che non ci vivo se non per brevi periodi – afferma – e, se guardo la mia terra, le uniche lacrime che scendono non sono di nostalgia, ma di dispiacere nel vedere che non riesce a rialzarsi». Ma il pessimismo non appartiene a persone come Alessio Pitzalis: «La Sardegna è viva grazie agli sforzi di chi comunque continua a crederci. Ci sono parecchie persone che sono nel mio stesso campo che restano e combattono. A loro sono grato perché fanno quello che io non sarei in grado di fare. Forse andando via ho scelto la strada più facile, ma non mi piace pensare che i sacrifici di tanti altri siano stati vani». Magari un giorno il biglietto sarà solo quello di ritorno. Del resto Dubai è terra di aerei e voli. Non a caso altri oristanesi indossano oggi la divisa della Emirates Airline.

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