LA MOSTRA DI ANTONIO MARRAS ALLA TRIENNALE DI MILANO: “NULLA DIES, SINE LINEA”, VITA DIARI E APPUNTI DI UN UOMO IRREQUIETO

ph: Antonio Marras

di Sergio Portas

Di Antonio Marras, Antonio Mancinelli scrive che di fatto è un sentimentale sardo punk, e di lui che è scrittore, docente, giornalista, caporedattore Attualità di “Marie Claire”, sento di potermi fidare quando aggiunge che “della cultura punk, nel suo lavoro, accoglie alcune metodologie: il riciclo, il fatto a mano, lo sbaglio calcolato, lo scarto dalla norma, la contaminazione tra le forme espressive differenti, uno sguardo sempre puntato alle periferie del mondo ( dal suo blog: ”Beato fra le gonne”). Da quella periferia del mondo che è l’Alghero che gli ha dato i natali Antonio Marras si è portato via ottanta scatoloni ripieni di cose sue da cui ha attinto, scartato, riutilizzato, centinaia di oggetti con cui ha riempito 1200 metri quadri di spazi che la Triennale di Milano gli ha messo a disposizione, per una mostra che ha curato Francesa Alfano Miglietti, nel mondo della critica d’arte ( e della saggistica, nonché della docenza di Accademia di belle arti: Bologna, Brera a Milano ) meglio nota come FAM. Titolo: “Nulla Dies Sine Linea” vita, diari e appunti di un uomo irrequieto. Non si tratta quindi di soli abiti questa volta, e del resto Trama Doppia”, il ciclo di eventi espositivi che Antonio mette in piedi d’estate insieme al comune della sua città, ha compiuto di già il decimo anno, e tra gli artisti con cui ha inteso esplorare i rapporti fra l’arte e una moda intesa come indagine sui valori simbolici e comunicativi dell’abito, tocca citare almeno Claudia Losi, Carol Rama e sopratutto Maria Lai. L’artista di Ulassai è quella che lo ha “sdoganato”, che gli fatto intendere come i suoi “sgorbi”, i suoi “pasticci” avessero dignità di testimonianza e del resto in quelle fusioni d’anime, in quelle visioni a due, spesso era difficile discernere l’influenza dell’uno sull’altra, quasi che la stretta frequentazione facesse emergere un universo poetico androgino, sorte di erma a due teste, un Giano bifronte capace di mettere in segno i sogni di ognuno dei due. L’ha detto spesso nelle sue interviste Antonio che non è capace di stare fermo con le mani, ha sempre un taccuino su cui traccia figure, facce, paesaggi visitati in vite diverse. E quanto sia importante per le collezioni di opere d’arte portatili che sono i suoi abiti gli interessi vitali che lo spingono a appassionarsi di letteratura, di cinema, di poesia. Scrive l’Alfano Miglietti: “… per Marras tutto diventa materiale artistico: la sua storia personale, la sua isola, i suoi cani, gli orizzonti, il mare, la storia, gli stracci, i rapporti, le relazioni. Tutti gli ambiti che ha avvicinato, o da cui è avvicinato, divengono materiali da usare al pari del collage, della fotografia, dell’objet trouvé, della pittura, della scultura, dell’istallazione…Materiali con cui ha uno scontro fisico, uno scontro corpo a corpo, con cui conduce quello scontro capace di far nascere un incontro. Un incontro unico e personale”. Alla conferenza stampa di presentazione del 21 ottobre il salone è zeppo di giornalisti: al tavolo di presidenza con Antonio sono la presentatrice la mostra, Dell’Acqua Bellavitis presidente del Triennale  Design Museum, Massimo Vitta Zelman della casa editrice Skira (sedi a Milano, Roma, Parigi, New York, il ricchissimo catalogo, un “grande libro” lo definisce Zelman, esce per loro anche in inglese), il giornalista di “Repubblica” Giacomo Papi e l’assessore al turismo della Regione Sardegna Francesco Morandi. Dice Morandi che anche il presidente Pigliaru arriverà nel pomeriggio, e che questa mostra è un’occasione straordinaria per la Sardegna, inedita, diversa dai cliché di sempre , un fantastico regalo. Marras la sottintende con una voce del tutto originale facendone racconto capace di parlare al mondo intero. Lui Antonio “non sa cosa dire”: “Sono uno prestato agli stracci. Qui mi sono messo a nudo. L’incontro con Maria Lai mi costretto a mostrare appunti di anni, taccuini, pasticci. Da quel momento non li più buttati via, li ho usati per riordinare il mio caos”. Sarà comunque uno splendido illustratore della sua mostra Antonio, visto che ai giornalisti presenti viene accordata una “prewiew”, una anteprima che davvero necessita di tanto padrone di casa, di uno che spieghi, visto che ci sono più di cinquecento disegni e dipinti, realizzati nel corso degli anni (secondo l’Alfano solo un quinto di quelli che Marras conserva ancora), montati su vecchie cornici, aiutato in questo immane progetto dai due figli Efisio e Leo e da Geppi Cucciari, la moglie Patrizia, che oggi compie gli anni e si vede dedicare cotanta mostra a dono di compleanno. Giacomo Papi è andato a trovarlo a Milano, “allo spazio Marras” e ne ha scritto sull’inserto di “Repubblica” del “Venerdì”: “…un negozio, una casa, una specie di bar, dove le persone vanno e vengono, i disegni e i computer si ammassano sul tavolo, circondati dai suoi abiti -”i miei stracci”- di fianco a cesti di frutta tagliata, chinotti e gassose, e alle sue agende popolate di disegni, scarabocchi, ritagli di fotografia così fitti da inghiottire ogni punto bianco e cancellare la possibilità stessa di fissare appuntamenti…Antonio Marras sembra uno furiosamente impegnato ad aggiustare macchinari inesistenti. “Quando vado in aereo non riesco a dormire, così tiro fuori i ritagli e mi metto al lavoro”…Io ci sono nato in mezzo alle stoffe. Ad Alghero mio padre aveva un emporio, poi un negozio di tessuti, con sete meravigliose che conservo ancora in archivio. Da bambino intorno al 1970 mi portò nell’hangar di Elio Fiorucci a Buccinasco, vicino a Milano. Era pieno di qualunque cosa, c’era la quintessenza di tutto ciò che mi sarebbe piaciuto trovare in un posto: bracciali arrivati dal Mali, secchi di latta dal Perù, maglioni dell’Uruguay, borse fatte con le tele dei sacchi hawaiani…”. Una volta entrati alla mostra tocca fendere una fila di giacche nere a cui sono appesi dei campanacci dorati, subito dopo sono candide camice alla lavanda che ti accarezzano il viso, il suono dei campanacci racconta di pecore al pascolo di erbe profumate. All’inizio, dice Antonio: “ho posto alcune comari che chiacchierano tra loro. Sono figure umanoidi imbottite e legate da numerosi fili rossi, che rappresentano i loro discorsi”. Come ci aveva preavvertito l’Alfano pare di trovarsi sotto di un vastissimo, altissimo letto matrimoniale, la luce viene dal basso e illumina una parete curva dove sono appesi quadri di ogni dimensione e colore. Al di sotto di venti cupole di cristalli altrettanti quaderni. E poi porte sverniciate che nascondono ambiti di ambigue intimità. Centinaia di pupazzi di stoffa uniti sulla parete a comporre una folle danza, come di foglie autunnali assurdamente scompigliate da un vento silenzioso. La parete di fronte con grandi dipinti dai rossi accesi e figure di fiori policromi. In mezzo delle incubatrici. Devi infilarti dei guanti in lattice se vuoi sfogliare i libri che racchiudano. Le solite vecchie porte in legno scrostate a delimitare lo spazio di una scuola elementare nei cui banchi sono pupazzi di stoffa dai volti di orso o coniglio, le lunghe braccia distese sopra i banchi di formica: una classe silenziosissima e inquietante. Non deve volare una mosca. Come non pensare alla dislessia  che aveva tormentato gli anni di scuola elementare del piccolo Antonio: “non riuscivo a leggere, solo i disegni, la fotografia e la poesia mi facevano respirare”. Poi un gran tavolo smaltato con sopra quelli che a prima vista parrebbero dolcetti sardi ma che a uno sguardo più ravvicinato si mostrano per essere dentiere accatastate su vassoi di cristallo. Una altissima pila di libri che mostrano le lingue di decine di segnalibri, sopra  una cassetta del pronto soccorso che ha visto tempi migliori. Materassi accatastati a tenere su un gran quadro in cui il marrone la fa da padrone: mani adunche che si protendono verso il nulla. Passo di fianco a un grande armadio con un grande specchio ovale, solo più tardi mi accorgo che raccoglie la parte “porno”, quella che s
i rifà all’arte dissacrante ed erotica di Carol Rama. Antonio vi si farà fotografare dentro, seduto nel bel mezzo, circondato dai falli dai colori pastello che ne ricoprono le pareti interne. Tributo a Maria Lai e ai suoi “Libri cuciti”, una lunga parete è coperta da un lenzuolo composto da sottovesti con frasi di bimbo cucite con filo scuro.

I quadri hanno i titoli tra i più strani e contraddittori: Forse non esisto, Eccomi, Benedetto Croce, Uffa! La donna cicala, Via dalla pazza folla. E ancora: Ti conosco mascherina,Cappellaio, Forza paris, Il mio amore è egoista.Alla fine del percorso: decine e decine di gonne sarde dai toni azzurri e grigi che si avvoltolano l’una con l’altra fino a formare una piramide alla sommità della quale una ragazza immobile, il velo nero che dal capo scende a coprire malamente il seno, tutte le indossa: la grande madre Sardegna, dico io. Francesca Alfano Miglietti ci aiuta a decifrare il tutto:” Molto poeta, e vagamente teppista, Marras assembla ogni opera come una “storia”: storie ordinarie e storie straordinarie…vuole farci sentire come dentro un sogno, dove si vedono cose che ci sono ma potrebbero non esserci, cose che potrebbero esserci e non ci sono. Sospensione, illusione, ripetizione, illuminazione. L’invito è a mantenere una certa distanza. Porsi alla giusta distanza. Abbastanza vicini per vedere, ma anche abbastanza lontani per evitare un eccesso di intimità”. Come ben sa ogni sardo che si rispetti.

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