GIULIA MADAU, STUDI IN COMUNICAZIONE, RACCONTA DI UN’ISOLA SCONOSCIUTA VIVENDO ALL’ESTERO


Giulia durante la tua fase accademica hai studiato Comunicazione, e poi ti sei occupata di tenere un blog che raccontasse la Sardegna. Hai anche lavorato per uno dei pochi tour operators sardi. Quali sono le tue impressioni sulla narrazione che la Sardegna fa di se stessa all’esterno? Beh la Sardegna all’esterno non è che abbia chissà quale narrazione. Ho vissuto a Londra per due anni e la nostra regione era praticamente inesistente, al contrario di Puglia, Sicilia, Toscana. C’è chi la conosce e chi non sa neanche dove si trova. Per chi la conosce, quando si parla di Sardegna la prima immagine che viene in mente è sempre il mare limpido e le spiagge da sogno. In effetti, e non lo dico perché sono sarda, i paesaggi marittimi che abbiamo qui non esistono da nessun’altra parte e dobbiamo essere fieri che ci appartengano. Sono stata in molte isole (Malta, Canarie, isole greche) ma le spiagge più belle le ho sempre viste qui. La Sardegna è tanto altro, ma più di tutti è un’isola per cui è logico che il mare abbia un ruolo importante nella costruzione della propria identità. E’ un fardello pesante da togliersi di dosso. L’impegno per mostrare un’altra Sardegna è forte, da parte degli operatori turistici, e sempre più si cerca di raccontare la nostra terra attraverso le tradizioni, i carnevali, il buon cibo, la cultura e la Storia. E in parte qualcuno ci riesce, ma all’esterno ciò che ancora emerge è sempre il mare. Ho avuto a che fare con tanti turisti italiani e non. La maggior parte degli italiani viene in Sardegna soprattutto per godersi le spiagge, gli stranieri vengono anche per altri motivi (ho conosciuto per esempio un gruppo di australiani che girava l’isola a caccia dei ristoranti più caratteristici e particolari) e tra le varie tappe il mare è sempre compreso, pretendono di farci un salto, sia d’inverno che d’estate. Venire in Sardegna e non andare al mare, per molti è come andare a Pisa senza visitare la torre. Da anni sento ripetere la Sardegna è molto altro oltre alle spiagge e su questo siamo d’accordo, così come ogni luogo ha tante facce e migliaia di sfumature. Il mare è una caratteristica del nostro essere isolani e non possiamo farci niente, anzi dobbiamo esserne fieri.

Lo storytelling, come si usa dire oggi, è un momento fondamentale (per quanto non unico né sufficiente) per attrarre e creare mistero ed interesse. Quando lavora con professionalità e in modo non superficiale, lo storyteller si mette in cerca di storie che giudica interessanti al punto da essere divulgate e condivise. Quali sono, a tuo giudizio, le storie più interessanti con le quali ti sei imbattuta? Le storie più interessanti, secondo me, sono sempre quelle che hanno a che fare con le persone. Tra le tante che ho raccontato, ricordo con più piacere un’intervista a un poeta sardo che parlava della sua arte come mezzo per ribellarsi alle ingiustizie e ‘fare politica’, oppure la storia di un pastore felice di fare quel mestiere e il racconto di alcuni giovani che s’impegnavano per rendere il proprio paese un luogo vivo e ricco di stimoli.

Come si decide che una storia è interessante e un’altra no? Tutto dipende dal contenuto. Dalla novità, dalle emozioni che trasmette. Non è l’autore che decide se la storia è interessante, ma il lettore.

Una volta individuata una storia, come procedi per far sì che essa circoli e si viralizzi? Abbiamo degli strumenti davvero potenti: i social network. Se la storia è interessante diventa virale senza che tu faccia qualcosa. Ovviamente servono i canali giusti e magari individuare delle persone giudicate esperte in materia, gli influencer, e chiedere il loro aiuto. Per esempio, parliamo di TribalNetworking: è un portale che parla di viaggi e rotte, io individuerei dei travel blogger, stranieri e non, e li inviterei a percorrere le rotte che sono state individuate. E li lascerei liberi di dire la loro senza ‘obbligarli’ a parlare bene o indirizzarli a raccontare un aspetto piuttosto che un altro. Darei proprio carta bianca: io vi ospito in Sardegna e questi sono i percorsi, scegliete ciò che più vi interessa e poi decidete voi se raccontare la vostra esperienza, come raccontarla e cosa dire. Solo così ciò che verrà fuori sarà davvero genuino e credibile agli occhi di chi legge e ascolta.

Quando si raccontano delle storie può accadere di suscitare una serie complessa, e talvolta incontrollata, di aspettative. D’altro canto, quando si decide di mettere in luce un aspetto rispetto agli altri, può accadere di oscurare delle cose interessanti. La Sardegna, a quanto pare, ha deciso di raccontarsi come meta del turismo estivo, mettendo spesso le sue spiagge a paragone con quelle di altre ambite mete internazionali. Non ti sembra questo, un appiattimento che fa un enorme torto alla complessità ed alla storia della cultura sarda? Ogni luogo è complesso, ogni cultura è ricca di mille sfaccettature. Ma come ho ricordato prima, noi siamo un’isola e il mare volenti o nolenti fa parte di noi e in più è davvero bello, in alcune spiagge puoi davvero sentirti in pace con te stesso e con l’universo. È vero che questo legame in molti paesi e persone è meno forte, in tali casi nemmeno esiste, e ciò a causa del nostro passato. Questo è il punto: ci sono tante differenze tra le zone della Sardegna. Il mare costituisce solo una parte della nostra identità, che non appiattisce il resto. Il problema nasce quando si racconta solo ed esclusivamente un solo aspetto e forse il mare è l’aspetto più facile da raccontare!

Nel senso comune, la Sardegna si caratterizza per una atavica resistenza al lavoro di squadra. In qualità di esperta di comunicazione e turismo sai bene che i paradisi turistici con i quali la Sardegna mette a confronto le sue spiagge, sono delle macchine organizzate in modo perfetto, frutto di un progetto turistico basato su collaborazione e condivisione. Che siano le Hawai o le Mauritius, da quando scendi dall’aereo a quando ci risali, tutto è concepito per mettere il turista a suo agio. Andando oltre i luoghi comuni classici (pocos, locos y malunidos o kentu koncasa, kentu barritasa) cosa ritieni che freni o inibisca una seria, amplia e proficua collaborazione? Domanda da un milione di dollari. Io personalmente non gradisco le macchine organizzate e faccio una netta distinzione tra turista e viaggiatore. Il turista è colui che va in un luogo senza la voglia di conoscerlo realmente, è colui che si ferma nel villaggio turistico a mangiare cibo dozzinale in grandi quantità, che sta in piscina per non sporcarsi i piedi di sabbia, che vuole tutto pronto e ai propri comodi con un senso di superiorità (io ti pago e ti faccio guadagnare, tu fai come dico io). Il viaggiatore vuole conoscere a fondo un territorio attraverso le persone, il buon cibo, vuole approfondire la storia, il passato e la cultura del luogo. Il viaggiatore si adegua, non ha paura di trovarsi senza wifi o internet per pubblicare la foto dei piedi in acqua e mostrarle immediatamente agli amici di Facebook, si mostra più umile nei confronti di chi o cosa ha davanti. L’appiattimento di cui stavamo parlando prima è questo: rivolgersi al turista piuttosto che al viaggiatore, vendere il nostro mare al primo che passa in modo superficiale, senza valorizzare la cultura del mare, la natura, i sapori e odori di quella zona, i paesi e le persone intorno. Dobbiamo puntare alle nicchie piuttosto che alla massa, il potenziale Per farlo ce l abbiamo eccome! Un esempio al quanto banale può essere quello del wifi, è vero qui sono pochi i luoghi in cui è presente, allora trasformiamo questa mancanza in punto di forza, promuoviamo questi luoghi a quelle persone che vogliono una soggiorno detox liberi da internet e da smartphone. Per quanto riguarda la collaborazione, in alcuni settori e luoghi è tanta e si vedono i frutti, in altri contesti neanche sanno cosa sia l’unione e non capiscono la sua importanza. Perché? Sinceramente non lo so, è forse una questione che dipende dal nostro passato, dalla storia che abbiamo vissuto, dalle nostre vicende culturali, il che non significa che non possiamo farci niente, ognuno è artefice del proprio destino!

I nuovi ricchi del pianeta provengono dall’Est Asiatico. Ritieni che la Sardegna stia facendo un buon lavoro per promuoversi e raccontarsi in quei contesti e a quel tipo di potenziale cliente/turista??A dir la verità non ho mai visto o sentito di progetti per la valorizzazione e promozione della Sardegna in oriente!

http://www.tribalnetworking.net/

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