IL RE DEL CEMENTO ARMATO: GIOVANNI ANTONIO PORCHEDDU DA ITTIRI, POCO RICORDATO, POCHISSIMO CELEBRATO

ph: Giovanni Antonio Porcheddu

di Carlino Sole

E’ regola pressoché costante, avvalorata da significativi esempi, che persone di forte ingegno native della Sardegna non si sarebbero mai affermate in maniera rimarchevole nel campo delle Lettere, delle Arti e delle Scienze se fossero rimaste sempre rinserrate nell’angusto ambito regionale e non avessero avuto il coraggio (o l’opportunità o la fortuna) di compiere il gran salto del Tirreno e di vivere e lavorare altrove, nel continente italiano o nel più vasto mondo, a contatto con forme ed esperienze di vita più avanzate ed evolute. Sarebbe fuori luogo riesumare in questa sede i casi davvero emblematici della Deledda, di Gramsci, di Lussu, di Giuseppe Dessì e di tanti altri meno noti al grosso pubblico o addirittura ignorati del tutto.

Fra questi ultimi mi sembra opportuno e doveroso ricordare, specialmente ai giovani, il nome e la figura di un sardo che ai suoi tempi (mi riferisco agli anni dell’età giolittiana e al primo quindicennio del periodo fascista) ebbe notevole rinomanza nel campo dell’imprenditoria edilizia, allora strettamente legata alla nascente grande industria, e ottenne altissimi riconoscimenti, quale, per esempio, quello (allora impensabile per un sardo) di Cavaliere al Merito del Lavoro. Si tratta dell’ing. Giovanni Antonio Porcheddu, nativo di Ittiri, un piccolo centro rurale del Meilogu in provincia di Sassari. Di lui il sottoscritto sentì dire mirabilia fin dai lontanissimi anni ’20, quando frequentava le classi elementari nel suo paese d’origine, Pàdria, distante una ventina di chilometri da Ittiri.

Di quel nome noi ragazzini facevamo, inconsapevolmente, quasi una bandiera, accomunandolo con quello di Grazia Deledda, fresca vincitrice (1926) del premio Nobel per la Letteratura. Nelle dispute infantili che si facevano sui primati positivi della Sardegna (l’immancabile Brigata Sassari, la diga sul Tirso, il più vasto bacino idroelettrico artificiale d’Europa, le miniere, ecc.), richiamarsi ai nomi del Porcheddu “re del cemento armato” e della Deledda “regina della letteratura mondiale” significava anche affermare, davanti ad un ipotetico interlocutore non sardo, che tutto sommato noi isolani non eravamo affatto “gli ultimi”, come generalmente si diceva.

La vicenda umana e professionale dell’ing. Porcheddu è davvero singolare: per certi versi sembra riecheggiare una delle tante storie personali di quei magnati nord-americani dell’industria e della finanza venuti su dal nulla e diventati potenti e famosi in virtù della loro intelligenza, intraprendenza, costanza, spirito di sacrificio e… senso degli affari.

Giovanni Antonio Porcheddu nacque, come si è detto, ad Ittiri il 26 giugno 1860 e morì a Torino il 17 ottobre 1937. Era di umili origini: il padre faceva il muratore e talvolta, come capomastro, s’improvvisava piccolo imprenditore. Portava avanti la famigliola come poteva col poco lavoro che un piccolo paese come Ittiri era in grado di offrire. I genitori del piccolo Giovanni Antonio morirono prematuramente, lasciando il figlio senza un’adeguata istruzione e senza alcuna prospettiva di sistemazione. Se ne occuparono generosamente ed affettuosamente i parenti più vicini, avviandolo al lavoro che era stato del padre. Il giovinetto si trasferì a Sassari, dove lavorò come operaio alla costruzione del Palazzo del Consiglio Provinciale (poi impropriamente denominato Palazzo del Governo) che sorge con una certa imponenza su uno dei lati della centrale Piazza d’Italia. Ma mentre i suoi compagni di lavoro nelle ore libere pensavano solo a divertirsi, egli si dedicava privatamente allo studio con l’intento di conseguire la licenza tecnica inferiore. Ottenuto questo primo titolo, con l’aiuto di parenti e mercé un piccolo sussidio dell’Amministrazione Provinciale, poté frequentare, sebbene già ventenne, la Scuola Tecnica Superiore, sezione di Fisica e Matematica, e conseguì con pieno merito il relativo Diploma. In riconoscimento delle sue indubbie capacità, ottenne ancora dalla Provincia una borsa di studio per la frequenza del primo biennio di Ingegneria presso l’Università di Pisa; di qui passò a Torino, dove frequentò la Scuola di Applicazione per Ingegneri, conseguendo la laurea in Ingegneria Civile nel 1890, a trent’anni.

Egli era convinto che l’industria edilizia non poteva progredire e affermarsi senza l’ausilio dell’elettrotecnica, scienza ancora agli inizi della sua straordinaria evoluzione; pertanto continuò gli studi anche in quel ramo della Scienza e in capo ad un anno (1891) si laureò Ingegnere Elettrotecnico. Rientrato in Sardegna, ebbe la possibilità di un impiego nell’Amministrazione delle Miniere, per il quale però occorreva la laurea in Ingegneria Industriale. Il neo-ingegnere non esitò a recarsi di nuovo a Torino: in un anno frequentò i corsi universitari e superò gli esami necessari per la nuova terza laurea. Amici e colleghi ritennero quell’exploit straordinario e stupefacente: era il preludio ad una brillantissima carriera di progettista e di costruttore.
Nello stesso anno 1892 il giovane ingegnere sposò Amalia Dainesi, dalla quale ebbe sette figli. Uno di loro, Beppe, particolarmente versato nelle arti decorative, conseguì ampia e meritata fama di ottimo incisore, di fine disegnatore, di efficace illustratore di opere letterarie. Un’altra figlia, Ambrogia, sposò nel 1926 un illustre sardo trapiantato fin da giovane a Torino, il gallurese avv. Giorgio Bardanzellu di Luras, professionista assai stimato nell’ambito forense del capoluogo piemontese, diventato deputato alla Camera nel 1934 e, nel secondo dopoguerra, in regime repubblicano, ancora deputato per due legislature (1953 e 1958) come esponente del Partito Monarchico. La numerosa figliolanza dell’ing. Porcheddu ebbe un’istruzione di alto livello, severa ma allo stesso tempo informata ai più nobili valori. Consulente privato nel campo educativo e culturale dei giovani, Porcheddu fu il professore di Lettere e Filosofia Krauterkraft, che a Torino godeva di altissima stima e rinomanza.

Il maggior merito dell’ing. Porcheddu fu quello di aver intuito e apprezzato per primo in Italia e poi ampiamente divulgato l’importanza della nuova tecnica costruttiva del cemento armato (detta più propriamente del conglomerato cementizio armato), sperimentata e brevettata nell’ultimo decennio del secolo scorso dal geniale costruttore (poi ingegnere) di origine belga François Hennebique (1842-1921). Fino ad allora le comuni costruzioni abitative e anche quelle industriali, erano tradizionalmente costituite da strutture verticali portanti in muratura piena (mattoni o blocchi di pietra legati con malta cementizia) e da solai e coperture poggianti su travi di legno o di ferro. Hennebique, introducendo il nuovo sistema del conglomerato cementizio internamente armato con profilati di ferro razionalmente disposti e rafforzati con apposite staffe, rivoluzionò del tutto i moduli costruttivi precedenti e, considerata la maggiore compattezza e sicurezza degli edifici, specialmente contro gli incendi, contribuì a dare un forte impulso innovativo alla straordinaria evoluzione urbanistica e industriale sviluppatasi in Europa tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento.

I nuovi metodi all’inizio furono accolti con molta diffidenza in Italia, dove quasi nessuno degli ingegneri e costruttori volle prenderli in considerazione. Nel resto dell’Europa occidentale, invece, essi furono accolti con maggior favore, e lo Hennebique attraverso una Società Generale portante il suo nome, con sedi a Parigi e Bruxelles, creò una fitta rete di agenti e di concessionari del brevetto. Nel 1896, nonostante la tenace opposizione di parenti, amici e colleghi, ne prese la rappresentanza esclusiva per l’Alta Italia l’ing. Giovanni Antonio Porcheddu. Questi, dopo il conseguimento della famosa terza laurea, aveva aperto a Torino un modesto studio tecnico-professionale in collaborazione con un consocio. Ma dopo breve tempo questo, poco convinto della validità della nuova tecnologia del cemento armato, abbandonò l’impresa, lasciando al collega sardo tutta la responsabilità di gestione della Società. I risultati, davvero fruttuosi, non si fecero attendere, e nel giro di pochi anni l’ing. Porcheddu divenne l’incontrastato dominatore del settore non solo a Torino e Genova, ma anche via via a Milano, nel Veneto, a Roma e persino nell’estremo Sud e in Sicilia. Per correttezza professionale non s’interessò alla zona di Napoli e di buona parte del Mezzogiorno peninsulare perché su quella piazza era concessionario del sistema Hennebique un altro costruttore.

Tanti successi in opere variamente diversificate (edilizia abitativa pubblica e privata, edilizia industriale, edilizia di servizio e viaria: ponti e viadotti), gli valsero un’altissima fama e un’infinità di riconoscimenti, fra i quali, come è stato accennato, il diploma di Cavaliere al Merito del Lavoro nel 1914. Se non fosse sopraggiunta la Prima Guerra mondiale, e il travagliato dopoguerra non avesse comportato l’avvento del fascismo, la carriera del Porcheddu sarebbe stata coronata, secondo il parere di autorevoli personaggi politici, dalla nomina vitalizia a Senatore del Regno. In occasione del conferimento del diploma di Cavaliere al Merito del Lavoro accompagnato dal dono di un’artistica targa in bronzo finemente modellata dall’insigne scultore Leonardo Bistolfi, il sindaco di Torino senatore Teofilo Rossi pronunciò un ispirato e nobilissimo discorso (poi pubblicato in un apposito volume “in honorem”) che contiene molte informazioni utili per una compiuta biografia dell’ingegnere sardo, dai difficili e faticosi inizi alla travolgente affermazione professionale. “Furono difficoltà immense (ebbe a dire il Rossi): mancavano gli operai, ed egli si formò personalmente la sua maestranza, facendo assegnamento sulla sua vecchia pratica di operaio, cominciando a lavorare con le sue proprie mani; poco per volta i suoi lavori, cominciati da poche migliaia di lire l’anno, ascesero a centinaia di migliaia e poi a milioni e milioni di lire annue che Porcheddu ha disseminato per tutta l’Italia. Con una arditezza, con una volontà indicibile, con la sicurezza dell’avvenire che egli aveva davanti a se, cui nulla faceva timore, Porcheddu seppe imporsi poco alla volta, riuscì a combattere e diminuire l’uso delle travi di ferro di alto profilo che si fabbricavano all’estero, e le sostituì con barre di ferro accessibili alla fabbricazione di qualsiasi, anche piccola, ferriera. Ma la sua industria egli seppe ancora trasformarla, migliorare il brevetto e la costruzione, emancipando poco alla volta il nostro Paese dagli stranieri per la produzione di materie prime: il cemento e il ferro. Questo è uno dei suoi più alti titoli di gloria di cui tutti gli Italiani devono essere veramente grati”.

In un altro passo del discorso era così sintetizzata l’immensa opera del Porcheddu, che in soli vent’anni aveva realizzato “…qualche cosa di incredibile, di meraviglioso, attraverso cui la mente si perde, infatti, (continuava l’oratore) è impossibile citare la pleiade di lavori che sorsero in Italia per opera sua. Ricorderò solo a Genova i monumentali silos granari, i grandiosi Mulini Alta Italia, le principali case di via XX Settembre, il mercato orientale, i docks vinicoli, il palazzo della Nuova Borsa, le Scuole di Arti e Mestieri, l’Albergo Popolare; a Millesimo il meraviglioso ponte sulla Bormida; a Padova il cavalcavia della Stazione; a Milano i serbatoi sul Castello Sforzesco; a Rovigo il Teatro municipale; a Torino i principali nuovi edifici della città e dintorni: tre ponti sulla Dora, il serbatoio per l’Acquedotto municipale, i Magazzini Generali Piemontesi, le Scuole di Arti e Mestieri, la Scuola Vittorio Alfieri, la grandiosa Rimessa per locomotive, l’arginatura del Po, il palazzo stabile del Giornale, lo Stadium, che è il più grande del mondo; a Roma il Teatro Apollo, l’Istituto sperimentale per esplosivi, il ponte sul Tevere con un arco a cento metri, opera che riscosse l’ammirazione di tutti i tecnici italiani e stranieri; in tutte le province egli costruì case di comune abitazione, ville, palazzi, edifici pubblici, teatri, chiese, scuole, caserme, ospedali, opere stradali e idrauliche…”.
Questo era il bilancio delle opere fino al 1914: se pensiamo che l’operosa attività dell’ing. Porcheddu continuò a svolgersi per un altro ventennio sempre allo stesso ritmo, ben si comprende la grandiosità complessiva delle sue realizzazioni. La Società diretta dall’imprenditore sardo finì per risultare una fra le più prestigiose e meglio organizzate imprese edilizie del nostro Paese. Essa contava, oltre quella principale, numerose altre sedi filiali, parecchie decine di ingegneri e tecnici e una fitta rete di agenti e rappresentanti sparsi per tutta la penisola. Comprendeva due settori distinti ma strettamente collegati: quello della progettazione e quello della messa in opera. In un primo momento, secondo i termini della concessione, la Sociètè Hennebique collaborò alla formulazione dei progetti e al calcolo delle strutture in ferro; ma successivamente, col progredire e l’affermarsi dell’impresa torinese, questa assorbì tutte le competenze progettuali ed esecutive. Il tutto è rimasto documentato da un vastissimo “Archivio Porcheddu” conservato presso il Politecnico di Torino. Da

qualche tempo esso è fatto oggetto di sistematiche ricerche da parte di illustri studiosi di storia della tecnica e dell’architettura. Vi sono compresi 385 grandi “dossiers” con le pratiche relative a circa 2.600 grandi opere eseguite col sistema Hennebique. Di una parte di esse si è fatto un rapido cenno riportando un brano del citato discorso del sen. Rossi.

In una sintesi come questa, che ha solo un intento rievocativo e divulgativo, e pertanto esclude ogni pretesa di elaborazione tecnica e scientifica, non è possibile dare un ragguaglio analitico delle opere complessivamente realizzate, comprese quelle riguardanti il periodo dal 1914 al 1933. Per tutto l’insieme si rimanda a una eccellente pubblicazione del bel libro di RICCARDO NELVA e BRUNO SIGNORELLI intitolato Avvento ed evoluzione del calcestruzzo armato in Italia: il sistema Hennebique, corredato di un gran numero di grafici e di fotografie (Milano, 1990, Edizioni di “Scienza e Tecnica”, per conto della AITEC – “Associazione Italiana Tecnico-Economica del Cemento”).

Dell’attività costruttiva della Società Porcheddu due opere, almeno, meritano di essere qui sommariamente descritte per la loro importanza ed esemplarità: la ricostruzione integrale del famoso campanile di Piazza San Marco a Venezia, crollato improvvisamente nel 1902 per cedimento delle fondazioni, e il ponte sul Tevere a Roma detto comunemente Ponte Risorgimento.

Relativamente al campanile di San Marco, dopo il crollo la municipalità veneziana aveva deliberato di ricostruirlo integralmente riproducendo alla lettera le medesime linee architettoniche: sicché i paramenti esterni, la cella campanaria e la bellissima cuspide dovevano apparire alla vista non modificati, mentre all’interno la costruzione doveva risultare ampiamente alleggerita e compattata con strutture portanti in cemento armato secondo il sistema Hennebique, applicato dalla Società dell’ing. Porcheddu. In effetti, il progetto di ricostruzione integrale comportava il sostegno di quattro grandi pilastri interni di cemento armato legati alle murature perimetrali e a una scala di accesso le cui rampe erano anch’esse di cemento armato. Egualmente alleggerita e rinforzata risultava la cella campanaria, il cui castello, destinato a reggere il peso di 1.500 chilogrammi di campane, era formato da adeguate strutture metalliche, mentre l’ardita ed elegante cuspide piramidale, alta 20 metri , era resa rigida da nervature verticali e da travature orizzontali di collegamento, tutte in conglomerato cementizio armato. Alla fine dei lavori (1911) l’intera opera, opportunamente stabilizzata e rinforzata alla base con un’ampia piattaforma cementizia poggiante su oltre 3.000 pali, segnò una consistente diminuzione di peso (da 12 milioni a circa 9 milioni di chilogrammi con un sensibile abbassamento del centro di gravità, con notevole vantaggio per la solidità e la staticità dell’insigne monumento. Il progetto generale portava la firma del celebre ing. G. Donghi, già presentatore del Porcheddu in altre opere, mentre il progetto delle strutture portanti e dei relativi calcoli era dovuto ai tecnici della Società Porcheddu, con in testa il più attivo e valido dei collaboratori dell’imprenditore sardo, l’altrettanto famoso ing. Arturo Danusso. Questi, ricorrendo il centenario della nascita del Porcheddu, scrisse per il giornale quotidiano La Nuova Sardegna di Sassari del 25 giugno 1960, un importante ed affettuoso articolo commemorativo sulla vicenda umana e professionale del suo antico Maestro.

L’altra grande realizzazione di Giovanni Antonio Porcheddu, il Ponte Risorgimento a Roma, fu condotta a termine nello stesso anno 1911. Essa è stata sempre considerata, nella storia mondiale dell’architettura e della tecnica viaria, come uno dei più significativi prototipi in cemento armato, ammirato ed ampiamente imitato per la sua leggerezza ed eleganza e per la sua arditezza strutturale. La progettazione di massima fu fatta negli studi parigini della Hennebique in collaborazione con i tecnici torinesi della Società Porcheddu; questa curò i calcoli del cemento armato, la direzione dei lavori e le numerose varianti tecniche apportate in corso d’opera.

Il Ponte Risorgimento fu uno dei primi grandi ponti del mondo ad unica campata ( 100 metri di lunghezza e 10 metri di freccia) ed a minimo spessore nella chiave di volta ( 85 centimetri complessivamente tra soletta di carreggiata, vuoto cellulare e volta vera e propria dell’arco). Tutti questi primati tecnici (struttura cellulare, lunghezza della campata e leggerezza) furono conservati per un decennio, fino a quando, nel 1921, non furono superati dal grande ponte di Minneapolis (USA) con una campata unica di 122 metri.

A parte i dati tecnici, per altro eccezionali per quei tempi, il Ponte Risorgimento è degno di menzione per la sua importanza urbanistica. Esso si inquadrava in pieno nel grandioso disegno di razionalizzare organicamente l’espansione edilizia della Capitale, fino ad allora sviluppatasi senza alcuna regola: disegno concepito nel periodo giolittiano dalla nuova amministrazione Nathan e regolamentato sulla base del famoso “Piano regolatore di Roma” dovuto ad un altro illustre sardo, oggi ingiustamente dimenticato, l’ing. Edmondo Sanjust di Teulada. Il nuovo ponte funse da elemento di raccordo tra il quartiere Flaminio, sulla parte sinistra del Tevere, e la zona opposta, allora priva di insediamenti abitativi, destinata poi a gravitare su Piazza Mazzini attraverso il viale omonimo e sul Piazzale Clodio, quasi ai piedi di Monte Mario. Esso, inoltre, avrebbe dovuto regolare l’accesso alla Grande Esposizione celebrativa del primo cinquantenario dell’Unità d’Italia (1861-1911), allestita con grande fasto e notevole ampiezza di mezzi.

A questo proposito i biografi del Porcheddu, seguendo talune notazioni del senatore Rossi nel citato discorso del 1914, riportano a mo’ di aneddoto un episodio curioso: il Ponte Risorgimento e l’Esposizione furono inaugurati alla presenza del Re Vittorio Emanuele III, questi s’intrattenne qualche momento col geniale costruttore sardo e affabilmente convenne che la circostanza comportava l’incontro di due re, lui re d’Italia, e il Porcheddu “re del cemento armato”.

Un’ultima benemerenza va infine riconosciuta al nostro illustre ma dimenticato conterraneo: quella di aver sempre intrattenuto con i tecnici, le maestranze e gli operai della sua grande impresa, rapporti di piena correttezza, di grande cordialità e di umana comprensione e solidarietà. Il senatore Rossi ebbe a dire: “E’ necessario non dimenticare quello che egli ha fatto nel campo sociale per i suoi operai; essi formano per lui quello che è stato uno dei più grandi e belli ideali della sua vita. Questi operai, che da poche decine formate personalmente da lui sono oggi migliaia e migliaia, egli da sempre li ha trattati paternamente, e fu per loro più un amico che un padrone. Essi lo amano e lo seguono perché sanno quanto devono a lui, sanno che a lui soprattutto sono debitori di questo titolo di onore, che la maestranza italiana del cemento armato è superiore a tutte le maestranze consimili del mondo”.

Senatori a parte, è un’affermazione che ancor oggi farebbe onore a tutta la Sardegna se a stemperarne un po’ l’empito laudativo non intervenisse la considerazione piuttosto pessimistica espressa all’inizio di questo profilo biografico: che, cioè, i migliori ingegni isolani per affermarsi nel più vasto campo hanno dovuto necessariamente e quasi fatalmente compiere il gran salto del Tirreno.

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