SPETTACOLO TEATRALE IN SARDO SULLE ORME MANZONIANE: AL CIRCOLO “DESSI’” DI VERCELLI, I PROMESSI SPOSI MADE IN SARDINIA


Mai sentito parlare di preidi Abbòndiu? E di Luxia Mondella? Oppure di Rentzu Tramaglino? E quando a preidi Abbòndiu si presentano “Dus ominis fiant firmus faci …” . A sconsigliare che Rentzu e Luxia siano uniti in matrimonio, non può che finire con l’indimenticable sentenza: ”Bandat beni, ma custa coia non si depit fari, ni cras e ni mai”. Certo, questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai. Insomma, anche il romanzo sintesi mirabile e ineguagliata della moderna lingua italiana, può essere tradotto in lingua sardo campidanese. Un esercizio culturale di ricerca letteraria tutt’altro che superfluo ed anzi capace di assecondare una indagine linguistica idonea a mettere a confronto, come in una sinossi, la struttura dei due linguaggi – italiano e campidanese – traendone suggestioni evocative affascinanti. Come quel “cras” preso di peso dal latino, per dire che il matrimonio non s’ha da fare “domani” né mai. E così la fantasia corre ascoltando, con qualche difficoltà (ma c’è la traduzione a disposizione) la versione in sardo campidanese del testo con cui tutti ci siamo misurati, da sempre paradigma dell’italiano perfetto e forse inarrivabile, “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Una così raffinata ed insieme ardita operazione letteraria è offerta alla nostra città dal Circolo Dessì, che riunisce i vercellesi – nell’accezione più ampia: ci sono sardi un po’ di tutta la provincia – di origine sarda, ma non solo. Non mancano anche tanti amici che amano la Sardegna, così vicina a Vercelli – come ricorda nel proprio intervento di saluto il Sindaco Maura Forte – soprattutto perché terra di S. Eusebio, Protovescovo del Piemonte e di Vercelli. Ma poi non manca la contiguità e la “fraternità” tra il popolo sardo e quello piemontese, uniti nella singolare e dolorosa sorte che volle i giovani di entrambe le regioni, i giovani più poveri, quelli delle campagne, destinati ad essere “carne da cannone” per le battaglie combattute secondo i disegni della remota dinastia sabauda. Che mai rischiò in proprio, ma sempre per procura. Per non dire che l’unico tedesco ucciso da un Savoia che la Storia ricordi fu Dirk Jeerd Hamer, studente 19enne colpito da un proiettile vagante esploso dal fucile di Vittorio Emanuele di Savoia il 18 agosto 1978 all’Isola di Cavallo – e siamo poco oltre le acque territoriali, verso la Corsica – nel corso di una lite intrapresa con un altro nullafacente suo pari. E così è per tanti motivi che, forse, quel matrimonio manzioniano fu contrastato, ma almeno per altrettanti si può dire che pure il matrimonio tra i sardi ed i piemontesi ed i vercellesi in particolare sia sempre stato un matrimonio d’amore. Vero. Il sempre attivissimo presidente del Circolo, che da tanti anni è punto di riferimento per l’animazione culturale della città, Dino Musa, spiega il senso ed i contenuti dell’appuntamento di oggi. Anche se in verità questo gruppo di ricerca storica e tradizionale sarda non ha timidezze nel presentarsi da solo. Anche per illustrare il significato di quel nome che si sono scelti “S’Arroliu”, non immediatamente traducibile se non ricorrendo ad allusioni: è come dire un “circolo”, il crocchio di persone che la sera si raduna davanti agli usci di casa, molti seduti sui caratteristici sgabelli non tanto alti, ma abbastanza sopraelevati dal suolo da autorizzare l’idea di un pulpito… Ebbene, la Compagnia teatrale “S’Arroliu” ha immaginato di tradurre in campidanese il testo manzoniano, offrendolo come paradigma di segno chiaramente centripeto: cioè capace di attirare ascoltatori e lettori alla cultura sarda e non già di dissipare nell’indistinto i tesori della meravigliosa e così cara Ichnusa

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