LA TAPPA AD ORISTANO NEL LABORATORIO DI ARNALDO MANIS: LA RASSEGNA 33 X 366 IN RICORDO DI ANTONIO GRAMSCI

ph: Opera Arnaldo Manis

di Manuela Polli

Una rampa di scale, un invito scritto ad aprire la porta d’ingresso, il corridoio con oggetti e accessori che è possibile trovare in una qualunque delle nostre case: lo specchio, il comò, la lavatrice. Latappa oristanese della rassegna 33×366,organizzata dalla Biblioteca Gramsciana sabato 8 ottobre, si è svolta all’insegna di una calda atmosfera di familiarità. Per raggiungere il laboratorio di Arnaldo Manis in via Neapolis è bastato mettere letteralmente piede dentro la sua casa in completa libertà, senza nessun controllo, con la sola guida di alcuni cartelli che indicavano il percorso verso la corte, dove i padroni di casa ricevevano gli ospiti tra verdeggianti alberi di melograno e piante di aloe che hanno fatto da cornice a un suggestivo momento in ricordo di Antonio Gramsci.

La serata è stata inserita in un cartellone inaugurato sei mesi fa che si concluderà il 27 aprile 2017, data dell’ottantesimo anniversario della morte dell’intellettuale:trecentosessantasei giorni durante i quali trentatré artisti – da qui il titolo della rassegna –realizzano opere ispirate alla figura dell’alerese; trentatré come i Quaderni scritti durante la sua lunga prigionia, ancora oggi una delle sue opere più lette, tradotte e studiate in tutto il mondo.

Se è la razionalità dei numeri a scandire gli elementi-chiave dell’evento, è altrettanto vero che ad animarlo è stata la forza multiforme e squisitamente sensibile dell’arte. Il ceramista oristanese ha proposto un’opera ispirata al dolore di Gramsci, cifra costante della sua parabola esistenziale. Davanti agli occhi dei presenti – che hanno assistito anche a un’interessante relazione dello storico Simone Sechi sulla Sardegna ai tempi dell’intellettuale – Manis ha spiegato il significato del proprio lavoro con le parole e coi gesti: dopo aver modellato un pezzo di ceramica a forma di bottiglialo ha sbattuto su una tavola, ed ecco che l’urto lo ha deformato. Una metafora della sofferenza che muta e altera l’anima e il corpo.

L’opera, al momento in itinere, sarà composta da un numero preciso di bottiglie, tutte colorate in maniera diversa: ancora trentatré. Anche la tavola che le accoglierà ha una misura definita in centimetri e non casuale: chiaramente, trecentosessantasei. 

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