MARIO FATICONI, BACHISIO BANDINU E VITO BIOLCHINI AL CIRCOLO SARDO DI VERONA PER LA PRESENTAZIONE DEL LIBRO “UN DELITTO FATTO BENE”

da sinistra Bachisio Bandinu, Vito Biolchini e Mario Faticoni (immagine di Andrea Zonca)

di Annalisa Atzori

Il presidente Salvatore Pau ha trovato la formula perfetta per organizzare una serata di alto livello culturale alla  “Sebastiano Satta” di Verona. Sabato 15 ottobre, la  presentazione del libro “Un delitto fatto bene” tenuta da Mario Faticoni, Bachisio Bandinu e Vito Biolchini ha  infatti  affascinato  il pubblico in sala.

Faticoni, autore di testi teatrali da lui stesso interpretati, insegnante di arte scenica presso il Conservatorio di Cagliari, è un “veronese in Sardegna e un sardo a Verona” come ama dire scherzosamente di se stesso, ha insomma “la doppia nazionalità”, come molti dei presenti tra il pubblico.  Bachisio Bandinu è di Bitti, giornalista, scrittore, antropologo, sociologo. Vito Biolchini è cagliaritano, giornalista e autore teatrale. 

Percorrono insieme cinquant’anni di storia del teatro in Sardegna,  partendo da quando la politica guardava ancora alla cultura per alimentarsi. Ora purtroppo, come un fiume inaridito, questo scambio tra politica e cultura non c’è più, restano solo disagio e imbarazzo.

Il teatro in effetti è un argomento poco o per nulla trattato nelle associazioni degli emigrati sardi sparsi per il mondo. La F.a.s.i. ha largamente incentivato la promozione della lingua (sa limba) nei vari circoli. Il cinema sardo, con i grandi registi quali  Salvatore Mereu, Piero Sanna e Enrico Pau (citandone solo alcuni) ha avuto la sua parte di notorietà. La promozione della letteratura attraverso gli incontri dedicati a Emilio Lussu, Grazia Deledda, Sebastiano Satta  è stata ed è ancora molto sviluppata. Riguardo il teatro sardo solo silenzio, mancanza di informazione.

Il teatro è un’arte nobile, ha un fascino particolare, in scena c’è il corpo a parlare oltre alla voce. In generale, nella gente manca l’educazione al teatro, che è rappresentazione della vita e delle esperienze. Per quanto riguarda il teatro sardo, l’unico che è un po’ più conosciuto è quello campidanese, in lingua, quindi molto caratterizzato.  Eppure, come teatro moderno ci sarebbe molto da dire, tra le interpretazioni delle opere dei grandi commediografi classici e gli importanti episodi della storia sarda. Si nota una totale insensibilità della classe politica sarda  che considera marginale il teatro.

“Un delitto fatto bene” è raccontato come un romanzo, è il percorso di vita di Mario Faticoni, attraverso tutti gli aspetti del teatro. Faticoni per il teatro sardo è stato fondatore, produttore e maestro.

Ancora giovanissimo e insieme ai suoi due amici Giovanni Sanna e Gianni Esposito ha fondato CUT (Centro Universitario Teatrale), successivamente Teatro Sardegna (ora divenuto Teatro Stabile) e la compagnia Il Crogiuolo. Per il teatro  sardo moderno, Faticoni è stato artefice di primo livello. Il teatro sardo ha sempre sofferto di una  palese difficoltà ad emergere come identità autonoma: quelli che “contano” hanno sempre preferito agevolare il teatro che viene da fuori la Sardegna, penalizzando attori e compagnie locali. Ne è esempio la lotta condotta da Faticoni per avere un luogo dove provare, una sede, un  posto fisso. Un’odissea durata alcuni anni, costellata di continui spostamenti.

Negli ultimi quindici anni la situazione è peggiorata ulteriormente.  La società manca di consapevolezza, è come tornare indietro anziché andare avanti.  In realtà già dai primi anni ’80 si è assistito ad un fenomeno di degradazione nella società in generale, tutto è immagine, consumismo, apparenza. Praticamente, il teatro “italiano” non esiste. Esistono invece delle realtà regionali, il teatro veneziano, quello napoletano, quello siciliano. Italiano no, bisogna prenderne atto.

Questo libro è un’avventura umana e artistica insieme, il teatro sardo moderno è sopravvissuto grazie alla tenacia di un piccolo gruppo di giovani (allora lo erano) che non si è dato per vinto.

Bandinu pone una domanda al pubblico: chi sono gli attori? La società ne ha se vogliamo un concetto negativo, un attore è qualcuno che finge, che recita. Recitare è negativo. Il teatro sardo è spesso relegato dentro ai cliché della rappresentazione in lingua, che non dà modo al teatro stesso di elevarsi.  Non è il  registro linguistico che determina il valore estetico di un’opera.   Le grandi opere dei commediografi classici non hanno maggiore o minor valore se recitati in italiano, francese, inglese, o in sardo.

Faticoni ha portato la compagnia teatrale a recitare in moltissimi teatri in tutta Italia. “Su Connottu” (che racconta la ribellione a Nuoro in risposta all’editto delle chiudende, che autorizzava la chiusura dei terreni fino ad allora proprietà collettiva e introduceva di fatto la proprietà privata) è stato rappresentato più di trecento volte.

Biolchini aggiunge che teatro e politica sono nati assieme in Sardegna, ed ora stanno male entrambi. Negli anni ’70 le cose erano differenti, c’era ancora fiducia del poter costruire qualcosa. Bandinu prosegue sottolineando che Faticoni ha donato tutta la  vita per il teatro e la ricchezza interiore che il vissuto teatrale gli ha restituito è immensa. E’ legittimo demoralizzarsi, se ancora adesso non è dato il giusto valore al teatro.

Biolchini sostiene che ora, come ieri, i sardi stanno subendo la storia, non la stanno vivendo da protagonisti. Se non inventiamo, non rappresentiamo, non arriveremo mai al cuore della verità. L’Isola è legata agli stereotipi che l’Italia ha fatto della Sardegna stessa. Il teatro serve per riflettere sulla nostra società.

Faticoni prosegue dicendo che il teatro è lo specchio della condizione umana, tutti i personaggi che ha interpretato nella sua lunga carriera gli sono entrati dentro e lo hanno arricchito come individuo. Ricordando il suo incontro con Francesco Masala, racconta di come  lo abbia quasi rimproverato del fatto che il poeta fosse andato a rappresentazioni di gruppi non sardi, trascurando di seguire le esibizioni dei suoi conterranei … Faticoni ha sempre avuto l’anima del provocatore. Per farsi perdonare, Masala ha ceduto a Faticoni e alla sua compagnia i diritti di adattamento teatrale di “Quelli dalle labbra bianche”, che parla dell’esperienza nella campagna di Russia da parte delle truppe italiane. Anche questo è diventato un grandissimo successo sul palco.

A questo punto Faticoni recita la ballata di Charlot e della sua fidanzata (tratta dall’adattamento dell’opera di Masala). Il muratore maldestro che è partito per la guerra e non ha fatto ritorno, la sua fidanzata Rosa divenuta vedova prima di essere moglie, dopo anni  fedele,  ancora attende il ritorno del suo promesso sposo e lo immagina in cielo, diventato maestro nel lavoro di muratore, il migliore, lui che nella vita era sempre stato un mediocre, un distratto e che probabilmente aveva perso la vita per questo. Ecco, sentendo Mario Faticoni recitare questa ballata tutti sono rimasti estasiati, colpiti dalla voce dell’esperto attore che li ha fatti partecipi di forti emozioni.

Per chiudere l’incontro, il dibattito con il pubblico. Faticoni ha ricordato quanto è stato difficile per lui, trasferitosi ragazzino in Sardegna a seguito della famiglia (il padre aveva vinto un concorso come insegnante di violino al Conservatorio di Cagliari), adattarsi ai suoni, ai colori, alle differenze con la sua Verona. Molti in sala si sono riconosciuti in questa situazione. E forse per la prima volta in un circolo dei sardi c’è stato un ospite veronese, emigrato in Sardegna e tornato per raccontare la sua esperienza di vita. Una socia del circolo di Verona, Marina, ha dato la sua spiegazione all’avversità che la politica ha nei confronti del teatro: la politica ha la sua recita, difficile attingere alla verità. Essendo il teatro un forte strumento di verità, la politica ne è intimorita, da qui il boicottaggio più o meno palese. Faticoni per rispondere aggiunge che lui ha sempre difeso la libertà espressiva del teatro, lottando contro la censura che molti attori hanno subìto. Secondo lui, al giorno d’oggi hanno ucciso la “linfa” del teatro, è rimasta solo la corteccia, vuota. Lo dimostra il fatto che attualmente è difficile uscire dal teatro portando con sé dubbi, perplessità, domande … tutto è dato per scontato. Se invece c’è emozione, se c’è commozione, allora significa che si è mossa l’anima.

Allora cosa si può fare per insegnare ad amare il teatro? Bisogna cominciare dall’educazione nelle scuole. Tutto parte da lì. E magari evitare di ripetere l’errore fatto nel 2000, quando in Sardegna arrivarono i fondi dell’Unione Europea e furono costruiti una quarantina di teatri: ora solo tre di essi sono agibili e utilizzati per le rappresentazioni teatrali. Gli altri giacciono in stato di abbandono, perché chi comanda non aveva capito che “costruire” un teatro non significa “fare” teatro …

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