DALL’OPERAZIONE AL CERVELLO AL MIRACOLO CALCISTICO DI SAN SIRO: LA RINASCITA DEL BOMBER FEDERICO MERCHIORRI

ph: l'esultanza di Federico Melchiorri dopo il gol vittoria a Milano

di Luca Telese

Gli avevano detto: “guarda che se l’operazione al cervello riesce, se esci vivo, con il calcio hai chiuso. A meno che non ti piaccia l’idea di giocare con un caschetto in testa”. La storia di Federico Melchiorri è fatta così, sembra una di quelle parabole scritte o immaginate per il cinema americano: l’eroe che cade nella polvere e risorge, come per magia, sorretto solo dalla sua forza di volontà. Federico Melchiorri è stato l’eroe della partita tra Inter e Cagliari, nella sfida di Milano vinta dai rossoblù per due a uno. Eppure, solo sette anni fa era un atleta finito ed un ragazzo a rischio della vita. Tutti era iniziato senza clamore, nel 2009, al Giulianova, durante una partita in C1. Un contrasto in mezzo al campo, un mal di testa improvviso e fastidioso. Il risultato drammatico di una tac, fatta quasi per caso. Poi la prima diagnosi, i consulti, l’operazione al cervello a cui va incontro con un terribile senso di fatalità addosso: fuori dalla porta ci sono papà Enrico e mamma Sandra. Li saluta senza chiedersi se sarà l’ultima volta che li vede. L’intervento riesce, ma dovrà prendere farmaci per due anni. Pensa dentro di se: “Con il calcio ho chiuso”. Si rimette a studiare, sostiene cinque esami all’università a Macerata, va bene, e pensa che il calcio sia un ricordo del passato. Torna ad allenarsi nel 2011, in seconda categoria, con la squadretta del Montecastrilli, solo perché vuole rimettere a posto il fisico. Ma poi, un anno dopo arriva la richiesta di una squadra seria, il Tolentino. Lui vorrebbe quasi sottrarsi, perché tornare a giocare sul serio lo fa soffrire, ma il padre Enrico non lo molla: “Sei nato per questo, devi accettare”. Segna 13 goal, poi 15. Lui, che aveva bruciato le tappe, scalando le giovanili nella sua prima vita, riscopre il calcio dal basso. Quello dove i suoi compagni lavorano la mattina e prendono il borsone per venire ad allenarsi la sera. Arrivano tante richieste per la serie C, ma le rifiuta. O fa il salto di categoria o resta dov’è. Sceglie la Maceratese: è un segno del destino. Segna 26 goal e si fidanza con una infermiera – Camilla – una ragazza d’oro che ha la testa sulle spalle, come lui. L’anno dopo lo chiamano due squadre di serie B: è il grande salto. Approda al Padova, poi al Pescara. Segna altri 14 goal pesantissimi, ed è in questo momento magico che arriva la chiamata del Cagliari, appena retrocesso, ma determinato a risalire subito in A. Lo chiama direttamente il presidente, Tommaso Giulini. È giovane, molto diretto e gli dice: “Stiamo facendo una scommessa, per tornare in A. E vogliamo che tu sia con noi”. Inizia la stagione con i fuochi di artificio. I rossoblu sono in testa da subito, lui segna e fa segnare, a molti in Sardegna fa tornare in mente la fisicità prorompente di Gigi Riva. Finché non succede il disastro. Il primo aprile di quest’anno si rompe un legamento crociato. Campionato finito. Nuova riabilitazione. Il corpo che non risponde più come vuole lui. Di nuovo all’inferno. Ritorna in campo a fine agosto, per una amichevole con il Castelsardo. Segna due reti, ma esce dal campo pieno di pensieri scuri, sotto la sua maglia numero nove. Lotta con mille doloretti. Non riesce a correre come vorrebbe. Dubita di nuovo di se stesso. Eppure, quindici giorni fa, contro la Sampdoria, il suo mister, Massimo Rastelli, sorprendendo anche Federico, lo butta nella mischia proprio quando il Cagliari sta vedendo sfuggire la vittoria. Alla fine della artista, quando tutto sembra già finito, Federico scatta, ruba palla al portiere Viviano, segna il suo primo goal in serie A. Sembra un sogno, ma non è ancora tutto. Il ragazzo con la testa sulle spalle torna in panchina, non si fa illusioni. Peró Rastelli non è un uomo che fa scelte scontate: lo vede in allenamento, apprezza la sua determinazione. Alla ripresa del campionato lo rimette subito nella mischia, da titolare, nella partita più difficile, quella di ieri con i nerazzurri. Federico sa che suo padre è in tribuna, a Milano. Il Cagliari prende goal. La partita sembra chiusa. Ma poi Federico tira, segna. Sfiora il palo con un colpo di testa. E poi incredibilmente mette in rete la palla della vittoria beffando Handanovic con un tiro in rete da posizione angolatissima. Il calcio ha di queste storie, che sembrano davvero favole. Momenti in cui molti avrebbero buttato la spugna. Prove che ti tirano fuori tutto. Drammi che ti fanno danzare tra la vita è la morte e ti fanno rivedere la luce con uno sguardo diverso. Federico aveva rinunciato al calcio, ma il calcio – per fortuna – non ha rinunciato a lui. Il calcio, come la vita ha di queste storie, che sfiorano l’abuso e finiscono miracolosamente con un lieto fine.

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